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Acquisto Whirlpool: ben fatto, però…

Dellai con un blitz disinnesca una bomba sociale e guadagna tempo per una soluzione di lungo periodo. Però vengono al pettine gravi nodi: la politica industriale (carente), l’urbanistica (ridicolizzata), i sempiterni rapporti con la speculazione, quelli con gli istituti “pubblico-privati”...

E così Dellai, con un blitz degno di un imprenditore dalle decisioni istantanee e i soldi pronti, rapido nell’afferrare le occasioni, in poche ore ha fatto acquistare dalla Provincia la Whirlpool (inteso come immobile), dando per ora un po’ di serenità a 700 dipendenti sull’orlo della disoccupazione.

Prima di approfondire, diamo una prima valutazione, che, a prescindere dai successivi polemici rimbrotti di prammatica, di oppositori come di alleati, non può che essere positiva. Perché ha evidenziato un’ammirevole capacità operativa, inusuale per gli enti pubblici; perché ha disinnescato una bomba sociale; perché ha evitato una brutta speculazione; perché ha spostato i tempi in cui si dovranno trovare soluzioni di lungo respiro. E anche perché, finanziariamente, è un affare: un esborso di 45 milioni con un rendimento netto (l’affitto dell’immobile) del 5,5% annuo, con il capitale (terreno e capannone) che comunque rimane e anzi si rivaluta e senza considerare che gli stipendi delle 700 famiglie (10 milioni annui) vengono spesi in loco, con l’Iva che va al 90% alla Provincia. Poi è vero, immobilizzare 45 milioni (90 miliardi) in uno stabilimento non è il massimo di politica industriale. Ma questo è un altro discorso.

Tutto bene quindi? Calma, valutando meglio si vede una realtà molto più complessa.

Vediamo la storia dall’inizio. La Whirlpool, multinazionale degli elettrodomestici, decide di vendere il suo stabilimento trentino. "Operazione meramente finanziaria – afferma – per far fruttare il capitale immobilizzato nella proprietà". Non ci crede nessuno; a Spini di Gardolo la produzione non è tecnologicamente avanzata: i frigoriferi si costruiscono con più profitto in Romania. Al sindacato si accende l’allarme rosso, anche perché l’ultimo piano industriale della Whirlpool pare vago, con investimenti inadeguati.

A rendere l’orizzonte più fosco, si aggiunge un ulteriore passaggio. Il compratore dell’immobile, che ha già firmato un preliminare d’acquisto vincendo la concorrenza di un fondo australiano e della Finanziaria Trentina (la società di Lino Benassi e dei bei nomi dell’economia trentina), è un costruttore edile, anzi uno speculatore, Silvio Pisetta, che con le sue società aveva già acquistato, sempre dalla Whirlpool Europe, 47.000 mq. di terreno adiacenti alla fabbrica, ed è attivo in tutta la città, dal centro storico (sua la recente acquisizione di un palazzo storico in piazza Pasi) a Mattarello, dove è riuscito ad avere praticamente il monopolio delle lottizzazioni. Per l’operazione Whirlpool Pisetta ottiene un mutuo da Mediocredito. Vien da chiedersi: perché uno speculatore va ad indebitarsi per comprare uno stabilimento? L’unica risposta, oltre l’improvviso attacco di follia, è che Pisetta prevede una prossima chiusura della fabbrica e la possibilità di costruire qualcosa di redditizio.

Si scatenano le polemiche e la rabbia degli operai. Giustamente. L’avvento di Pisetta non solo conferma le più pessimistiche aspettative, ma apre altri interrogativi. Il nuovo proprietario, per quanto trentino invece che australiano, non avrà alcun interesse al permanere dell’azienda: la Whirlpool (e i 700 operai) sono per lui un ostacolo ai progetti sull’area. L’ingresso di Pisetta, insomma, da una parte conferma l’esistenza di una volontà di dismissione della multinazionale, dall’altra la rafforza. E il Mediocredito, banca in cui gli azionisti di maggioranza sono Provincia e Regione, teoricamente vocata al sostegno allo sviluppo industriale, di fatto invece finanzia la deindustrializzazione.

Non basta: Pisetta, da buon immobiliarista, ha ottime entrature nel mondo politico-urbanistico; quando mette gli occhi su un’area, ha sempre la fortuna di vedersela, una volta acquistata, riconvertita in area residenziale o commerciale. L’area di Spini è designata come industriale: "Non permetteremo che ne venga cambiata la destinazione!" - strepita l’assessore all’urbanistica Andreatta; ma la prima gallina che canta ha fatto l’uovo e conoscendo il personaggio (mitici i suoi "non permetteremo lo scempio della collina!") tutti temono che il destino dell’area sia segnato.

Se a ciò si aggiunge l’assessore provinciale all’Industria, Benedetti, che ineffabile ammette di essere stato a conoscenza dei progetti Whirlpool, ma balbetta di non aver ben capito ("Pensavo si trattasse di un leasing back") - si comprende la rabbia dei dipendenti: lasciati soli, con l’ente pubblico a lavorargli contro.

I quotidiani raccolgono e amplificano: prima Giovannetti su L’Adige e poi de Battaglia sul Trentino, puntano il dito contro una Provincia che antepone la speculazione all’industria.

A questo punto, con la Lega Nord che ai cancelli della fabbrica raccoglie firme, Dellai cambia rotta. Prima ignora la questione, casca dal pero (come se lui, la Giunta, la Margherita, non avessero rapporti stretti con Mediocredito e con Pisetta), dice ai lavoratori di non poter acquistare lo stabilimento "per non essere ricattato dall’azienda se vuole andar via"; poi, accortosi del discredito che avanza, effettua l’acquisto-lampo, accogliendo una richiesta che i sindacati avevano avanzato timidamente, forse non credendoci troppo nemmeno loro.

E difatti ottiene subito il plauso sindacale: "Dell’operazione diamo una valutazione estremamente positiva – commenta Roberto Grasselli, segretario della Fiom, i metalmeccanici della Cgil – Si sgombera il campo da possibili speculazioni sull’immobile; e si attiva un pagamento del canone secondo un meccanismo intelligente, con un affitto che decresce con gli anni, dagli iniziali 7 milioni ai finali 4,5 (dopo 6 anni, rinnovabili)". Così l’azienda ha il massimo della convenienza a rimanere, tra alcuni anni, quando la tentazione di dismettere potrebbe essere più forte.

Illustrata la vicenda, passiamo alle valutazioni. Sui vari protagonisti e sul cosiddetto "sistema Trentino". La prima istituzione ad essere pesantemente criticata è stato Mediocredito. Controllata dalle Province di Trento e Bolzano e dalla Regione, è un istituto nato per sostenere le piccole-medio imprese locali attraverso il credito di medio-lungo periodo. Il suo contributo allo sviluppo economico del Trentino è indiscusso: "Attraverso un rapporto forte con il territorio, una non comune capacità di fare istruttorie vere sulle potenzialità delle imprese e sulla credibilità dei piani industriali, e una credibilità presso le altre banche che operano sul breve termine, e che riesce a coinvolgere, se del caso, nel sostegno a un’azienda" ci dice Silvano Dalzocchio, commercialista, a suo tempo nei cda di molteplici istituti.

Come mai una banca siffatta finisce col sostenere un’operazione speculativa che ha finalità opposte, far cessare un’attività industriale il prima possibile?

"Ci si ostina a non voler capire che, da alcuni anni, per legge, una banca è un’impresa – sostiene uno smagato esperto del settore – I membri del cda di una banca devono fare solo gli interessi della banca. E quindi è logico che sostengano progetti finanziariamente convenienti".

Ma i rappresentanti degli azionisti devono seguire le direttive dei loro rappresentati; i rappresentanti della Pat nel cda dovranno fare quello che indica loro la Pat. Se Montezemolo ha una quota di azioni di una società, i suoi rappresentanti seguiranno le sue direttive...

"Questo è contro il codice civile. Si fa esplodere un conflitto d’interessi. I rappresentanti di Montezemolo, come quelli della Pat, devono fare l’interesse dell’azienda nel cui cda siedono. Altrimenti gli altri azionisti ne verrebbero danneggiati. Montezemolo non può far acquistare autocarri Fiat a un’azienda terza, se questi non sono convenienti; e così la Pat non può far operare una banca secondo altra finalità che il suo tornaconto.

Il fatto è che si continua a spacciare la presenza del pubblico in una banca, come un mezzo per svolgere politica industriale o urbanistica. Ma è sbagliato. I mezzi sono altri".

E infatti alla fine Dellai ha operato attraverso una finanziaria pubblica, Cassa del Trentino. E allora: che senso ha la partecipazione pubblica in Mediocredito? E se le cose stanno così, che senso ha Mediocredito?

Gli altri interrogativi riguardano la politica provinciale. Da tutta la vicenda salta fuori un dato: la considerazione, generalizzata, che l’urbanistica non conti niente. Tutti - Pisetta, Mediocredito, i sindacati, i giornali, Dellai – si sono mossi guidati dalla convinzione che i vincoli urbanistici, per un operatore furbo, siano carta straccia, che i proclami degli assessori all’urbanistica siano solo ridicoli. L’unica garanzia per il permanere dell’industria si è rivelata non la destinazione urbanistica (che l’immobiliarista ammanicato può far cambiare) ma la proprietà pubblica dell’area.

Forse non ci se ne rende conto, ma questo è l’annuncio ufficiale della disfatta dell’urbanistica. In linea peraltro con quello che QT da tempo denuncia: a disegnare il territorio non sono né i politici né gli urbanisti, bensì gli immobiliaristi.

Infine la politica industriale. Un dato è certo: sulla Whirlpool ci si è mossi tardi. Forse perché non si ritiene più l’industria centrale; o si ritiene non difendibili le succursali locali di multinazionali. Poi, quando l’atmosfera si è fatta incandescente, si è passati dalla sottovalutazione \rassegnazione, al blitz. Che, abbiamo detto, è positivo; però evidenzia uno sbandamento di fondo nella politica: le multinazionali le vogliamo o no? E’ possibile attivare politiche per un loro inserimento non episodico nel tessuto locale? Se sì, perché non ci si è mossi per tempo? Se no, perché si sono immobilizzati 45 milioni?

Domande che non si possono eludere: con l’acquisto dello stabilimento si è sì preso tempo, ma il problema è solo dilazionato; rispetto alle multinazionali urge mettere in campo una strategia.

Nelle prossime pagine illustriamo degli esempi su come questo