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L’Autonomia che fa male

Un partecipato Convegno di QT sull’anomalia delle nomine politiche al Tar, i controllati che condizionano i controllori.

“Sono un docente universitario; ma di matematica. E qui non vedo nessuno dei miei colleghi di giurisprudenza – e si era nell’Aula delle Conferenze della Facoltà di Giurisprudenza, a dibattere di argomenti giuridici – E non ne sono sorpreso: il tema che trattiamo è scomodo per la Provincia; e quindi scomodo per i professori che dalla Pat ricevono consulenze; e anche per la stessa Università, che di fatto è sempre meno autonoma".

I relatori: nell’ordine Fabio Cassola, Renato Ballardini, il moderatore Ettore Paris e Pierluigi Ceruti. (Foto Marco Parisi)

Questa denuncia di Bruno Firmani (che oltre a essere un universitario è anche consigliere comunale di Italia dei Valori) a nostro avviso bene illustrava il clima in cui si è inserito il Convegno di Questotrentino sulle nomine politiche dei giudici del TAR, non a caso intitolato "L’Autonomia che fa male".

Ricordiamo l’argomento: a differenza che nel resto d’Italia, in Trentino, su sei giudici del Tribunale Amministrativo, due sono nominati dal Consiglio Provinciale, e uno di essi deve sempre far parte della terna giudicante. E siccome il TAR si occupa, in massima parte, di contenziosi tra cittadini e associazioni da una parte, e l’amministrazione provinciale (o comunale) dall’altra, siamo nel classico caso del controllato che nomina il controllore. Di più: si tratta di una norma anticostituzionale – ha sostenuto, nella sua relazione, l’avv. Gianluigi Ceruti – in quanto inserisce nel collegio giudicante un membro di parte, "il che quindi lede l’art. 111 della Costituzione, che prescrive tassativamente che ogni processo si svolga davanti a un giudice terzo ed imparziale".

E’ una situazione aberrante? Oppure è la triste norma nell’Italia della confusione dei poteri? E ancor più a Trento, dove l’invasività della Provincia Autonoma e quindi della politica, soprattutto sotto la presidenza di Lorenzo Dellai, sta contaminando le altre istituzioni (tra cui appunto l’Università, secondo Firmani; con l’unico assente giustificato il preside Toniatti, ospedalizzato)?

E ancora: come mai questa norma, in vigore dal 1984, viene contestata solo ora?

Attorno a questi interrogativi ruotava il dibattito.

A fornire il quadro storico, provvedeva il primo relatore, Renato Ballardini, che oltre ad essere stato a suo tempo presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, era pure membro di quella Commissione dei 19, che negli anni ’60 elaborò per il Parlamento un pacchetto di proposte per affrontare il conflitto etnico in Sudtirolo, giunto ormai al terrorismo; tra queste proposte, la principale risultò il nuovo Statuto d’Autonomia del ‘72, al cui interno, per venire incontro ai problemi etnico-linguistici così acuti, si prevedeva che la metà dei giudici del Tar di Bolzano fossero nominati dal Consiglio Provinciale. Quando si passò poi, nell’84, alle norme di attuazione, furono inseriti anche per il Tar di Trento i due giudici di nomina del relativo Consiglio Provinciale.

L’ascolto del pubblico.

Con quale logica? Nessuna, se non il principio che tutto quello che si otteneva per Bolzano andava esteso anche a Trento.

Così, una norma che aveva una sua ragion d’essere per Bolzano, anche se tutta da discutere ("Si poteva molto più ragionevolmente prevedere per metà dei giudici non la nomina politica, bensì l’appartenenza al gruppo linguistico tedesco" - osservava il terzo relatore, l’avv. Fabio Cassola) veniva fatta valere, senza alcuna motivazione, anche per Trento.

E qui il discorso si intrecciava – come da titolo del convegno – col senso dell’Autonomia; la quale deve servire per un governo decentrato, più vicino alle esigenze locali, oppure deve garantire privilegi alle nomenklature trentine? E gli esempi di questi ultimi mesi non mancano: è in nome dell’Autonomia che si vorrebbero mantenere ipertrofici consigli d’amministrazione come quello dell’Autobrennero; ed è sempre riempiendosi la bocca di Autonomia che si è deciso di non fare il Partito Democratico trentino ed evitare le fastidiose primarie locali.

Certo, l’invadenza della politica, e in particolare le nomine politiche, non sono un problema solo trentino. Ancora l’avv. Fabio Cassola (autore di diversi saggi giuridici) sottolineava come sia tutta la Giustizia Amministrativa a zoppicare: basti pensare che nel Consiglio di Stato (il secondo grado di giudizio dopo il Tar) un quarto dei membri è di nomina governativa; e che dal governo stesso il Consiglio viene delegittimato, quando è usato come discarica per personaggi ingombranti, come indicano le recenti nomine al Consiglio di Stato di Nicolò Pollari, rimosso da capo dei servizi segreti per una gestione inquietante di uffici e intercettazioni, e alla Corte dei Conti del generale Roberto Speciale, rimosso con accuse gravissime dal comando generale della Guardia di Finanza.

Il moderatore Ettore Paris e uno dei relatori, l’avv. Gianluigi Ceruti.

Questa situazione si aggrava in Trentino, dove la pervasività della Provincia porta a ledere anche l’autonomia del locale Tar attraverso le nomine di cui abbiamo già parlato, ma anche attraverso conflitti di interesse, come quello che ha pesantemente investito uno dei giudici togati, per di più relatore, del collegio giudicante sul contenziosofra la Provincia e gli ambientalisti a proposito del collegamento sciistico Pinzolo-Campiglio, la dott.ssa Silvia La Guardia, coniugata con un avvocato della Provincia stessa, creditore di parcelle per un miliardo e mezzo; un’incompatbilità che per legge l’avrebbe dovuta obbligare ad astenersi dal processo.

E le dinamiche storiche registrano un progressivo incremento dell’invadenza della Provincia: se nel 2004 il tipo di nomine proposte avevano già registrato in Consiglio un duro dibattito, nel 2007 si è arrivati alla proposta addirittura indecente di nominare un ex-parlamentare (della maggioranza, più specificamente della Margherita), l’on. Detomas, appena trombato, nomina accantonata per approvare invece quella di una funzionaria dello stesso Consiglio Provinciale (con l’ipocrita paravento della distinzione tra Consiglio, dove siedono anche le opposizioni, e Giunta provinciale, titolare del governo e quindi responsabile degli atti sottoposti a giudizio: quando in realtà le decisioni del Consiglio sono determinate dalla stessa maggioranza politica che esprime la Giunta).

E per la casta locale ancora non basta: è di questi giorni la proposta di Dellai, in sede di trattative con il governo centrale, di appropriarsi anche delle nomine dei giudici della Corte dei Conti, coloro che appunto devono vigilare sui conti pubblici.

Su tali temi il dibattito risultava per niente rituale: dava profondità e passione. Già il moderatore (che è poi chi scrive) aveva espresso perplessità su alcune delle soluzioni proposte dai relatori, sottolineando come in un convegno non fittizio, è logico e positivo che ci siano idee differenti, che si confrontino magari anche polemicamente. In particolare veniva contestata la proposta di Ballardini, di passare dalla nomina politica del giudice, alla sua elezione da parte del popolo, dal momento che è in nome del popolo che si esercita la giustizia (obiezione: la giustizia diverrebbe ostaggio da una parte della ricerca di visibilità del giudice-candidato, dall’altra dell’emotività della pubblica opinione); e veniva pure messa in discussione la proposta di Cassola, di introdurre anche nell’amministrativo il terzo livello di giudizio (obiezione: tre livelli sono già troppi nel civile e nel penale, la giustizia ha bisogno di tempi più brevi, non più lunghi).

L’intervento del giudice Carlo Ancona.

Il dibattito poi si accendeva con l’intervento degli addetti ai lavori. Da una parte il giudice Carlo Ancona, presidente di sezione del Tribunale di Trento, in un intervento tanto polemico quanto accorato, impietosamente si diffondeva sui mali strutturali della giustizia (la cui indipendenza "passa attraverso la sua debolezza, non deve fare più di certe cose, altrimenti il sistema reagisce"; quasi come lo struggente, disincantato Jack Nicholson, investigatore di "Chinatown", la cui regola aurea era "fare il meno possibile", e non certo per pigrizia) e, nello specifico, quelli della giustizia amministrativa, "orientata a tutelare non l’amministrazione, ma l’amministratore", in pratica a proteggere gli amministratori felloni.

A queste affermazioni ribatteva il presidente del Tar di Trento, Francesco Mariuzzo, con un intervento polemico eppur pacato, che dapprima ricordava i meriti storici della giustizia amministrativa, capace di autonomia anche sotto il fascismo. Poi entrava nel merito delle nomine politiche, portando varie argomentazioni, tra le quali due particolarmente interessanti: una sentenza della Corte Costituzionale, secondo la quale l’indipendenza del giudice è assicurata quando, dopo la nomina, si crea una frattura tra il nominante e il nominato (per cui, aggiungiamo noi, nel caso del politico trombato o della dipendente provinciale, non c’è nessuna frattura: finito il mandato al Tar, dovranno tornare sotto l’ala paterna del partito e dell’amministrazione, da cui in realtà continuano a dipendere).

L’intervento del dott. Francesco Mariuzzo, presidente del TAR di Trento.

Mariuzzo riportava poi il paradossale parere di uno studioso, il prof. Allegretti, secondo il quale le norme della Costituzione che regolano la giustizia amministrativa sono esse stesse incostituzionali, in quanto hanno generato un organismo "anfibio" come il Consiglio di Stato – contemporaneamente consulente e giudice del governo - non assicurando così l’imparzialità del giudizio, principio tutelato dalla prima parte della Costituzione. Come si vede una difesa articolata dell’istituzione, tutt’altro che chiusa, che forniva nuovi spunti per il dibattito.

Ma come mai queste norme vengono contestate solo ora? Quest’interrogativo, posto all’inizio, si scioglieva nel corso della discussione. Che registrava una serie di duri interventi di cittadini, di consiglieri comunali, e soprattutto di rappresentanti delle associazioni ambientaliste. E qui sta il punto: le due legislature della Giunta Dellai hanno di fatto provocato una frattura sociale e culturale tra l’amministrazione e il mondo ambientalista, che individua una costante nell’azione di governo, nelle modifiche legislative, e soprattutto negli adeguamenti della struttura provinciale (spostamenti di dirigenti, abolizioni di uffici, "pressioni"): lo stravolgimento dei principi di tutela ambientale, e la sistematica distruzione degli strumenti a ciò preposti.

Di qui la frattura. Che non poteva sfociare, come avrebbe potuto accadere con altri soggetti sociali, in scioperi o serrate, bensì nelle aule dei tribunali. Di questa pressione è stata investita la giustizia amministrativa. E ne sono venuti a galla i limiti strutturali.

Ecco come la politica, quando deborda, investe tutto quello che le sta attorno: la struttura amministrativa, con i funzionari costretti a dire di sì; la giustizia, con le nomine di persone strutturalmente dipendenti; l’università, che dai dibattiti scomodi si tiene colpevolmente alla larga.

Ma questi, sono i tempi per una politica siffatta?

Qui puoi ascoltare le relazioni, gli interventi e il dibattito in formato MP3.