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Salari: la crisi della quarta settimana

Finalmente la politica si è accorta del reddito troppo basso dei lavoratori dipendenti.

Andrea Grosselli

La campagna elettorale fa miracoli. La questione dei redditi e delle pensioni che sembrava seppellita sotto l’immane peso del debito pubblico italiano, è risorta e punta a diventare il fulcro del dibattito politico che accompagnerà gli italiani al prossimo 13 e 14 aprile, quando il Paese dovrà scegliere il nuovo governo.

Lo ha detto Walter Veltroni, che tra i primi punti della bozza di programma del Partito Democratico ha inserito la questione salariale. Ma lo ha confermato anche Berlusconi con la proposta di detassare la tredicesima, il premio di produttività e la contrattazione di secondo livello.

Paradossalmente il merito va al defenestrato presidente Prodi che, di concerto con i sindacati, a fine anno, mentre i metalmeccanici occupavano simbolicamente le autostrade di mezza Italia per strappare 127 euro di aumento mensile, aveva lanciato la sua proposta: meno tasse sui redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni.

L’obiettivo del governo era quello di rimpinguare le tasche di operai ed impiegati grazie al tesoretto garantito dalla lotta all’evasione fiscale, traducendo nei fatti lo slogan "pagare meno, pagare tutti".

Il voltafaccia di Mastella sembrava aver ricacciato in freezer la proposta, che invece, come detto, è tornata di stringente attualità grazie alla campagna elettorale.

Ma perché finalmente la questione dei redditi degli italiani ha acquisito tutta questa rilevanza nel dibattito pubblico? I motivi sono diversi ma il primo e più stringente riguarda le reali condizioni delle famiglie italiane. Strangolate dai mutui per la casa, costrette ad inseguire il carovita fin dall’introduzione dell’euro, inchiodate alla triste realtà di rinnovi contrattuali sempre fuori tempo massimo, i bilanci delle famiglie italiane hanno visto aumentare le proprie uscite, ma non le entrate.

Se ne sono accorti un po’ tutti: dalla Banca d’Italia fino a Confindustria. Ma i primi a parlare di emergenza sono stati, non a caso, i sindacati. Il 24 novembre dello scorso anno, Cgil, Cisl e Uil da Milano lanciarono le loro parole d’ordine: più sgravi fiscali per i lavoratori dipendenti. Il ragionamento dei sindacati confederali partiva da un presupposto. Nell’era dell’euro il potere d’acquisto di salari e pensioni non si è ridotto, ma è rimasto pressoché stazionario. Il che equivale ad un reale depauperamento che deprime l’economia italiana. A supporto di questa tesi l’Ires, istituto di ricerca sociale vicino alla Cgil, pochi giorni dopo aveva pubblicato una voluminosa ricerca.

Per l’Ires tra il 1993, l’anno del patto per la moderazione salariale, al 2006, le retribuzioni di fatto sono crescite del 3,4 per cento contro un tasso di inflazione del 3,2. Ma questa tendenza, nel periodo 2002-2007, ha provocato una contrazione del potere d’acquisto reale dello 0,3 per cento – dice l’Ires – che in termini assoluti corrispondono ad un calo di 1.200 euro sulla media delle retribuzioni annue. Se a questo si aggiunge la mancata restituzione del fiscal drag, il calo medio accumulato raggiunge i 1.900 euro.

Ma, com’era facile aspettarsi, il fenomeno non tocca tutte le famiglie italiane allo stesso modo. Tra il 2002 e il 2007, infatti, a pagare il prezzo più alto sono state le famiglie con redditi provenienti dal lavoro operaio. Queste ultime hanno dovuto fare a meno di circa 2.600 euro a fronte di un guadagno di 12.000 euro per professionisti e imprenditori. Insomma, a rimetterci sono stati i ceti più deboli e la classe media.

Alla stessa conclusione è arrivato anche Mario Draghi poche settimane più tardi. A gennaio palazzo Koch, sede della Banca d’Italia, pubblicava lo studio sui bilanci delle famiglie italiane. Il periodo preso in esame è leggermente diverso rispetto a quello utilizzato dall’Ires. Ma il risultato è del tutto simile.

Secondo Bankitalia il reddito delle famiglie con capofamiglia dipendente, nel periodo 2004- 2006, è cresciuto in media del 4,3 per cento in termini reali. Quello delle famiglie con capofamiglia indipendente è rimasto sostanzialmente ai livelli del 2004, anche se il reddito mediano di queste famiglie è cresciuto del 5,5 per cento in termini reali. "Il miglior andamento delle famiglie con capofamiglia dipendente fra il 2004 e il 2006 – scrive Draghi - compensa soltanto in parte la riduzione osservata fra il 2000 e il 2004: per il periodo 2000-2006 il reddito di queste famiglie in termini reali è infatti rimasto sostanzialmente stabile (0,3 per cento) rispetto a una crescita del 13,1 per cento delle famiglie con capofamiglia autonomo".

Perdita/guadagno del potere d'acquisto della famiglia, per professione del capofamiglia

Le ragioni di tanta differenza tra dipendenti ed autonomi, secondo la Cgil, è da addebitare alle politiche fiscali del governo Berlusconi, che ha puntato tutto sui condoni e quindi, di fatto, sulla tolleranza dell’evasione fiscale.

Ma c’è un altro motivo: la crescita troppo bassa del sistema Paese. Il maggior gettito registrato nei due anni del governo Prodi è stato garantito infatti dalla lotta all’evasione e quindi all’allargamento della base dei contribuenti, ma anche dalla ripresa economica che ha segnato positivamente il 2006 e in parte il 2007.

Quello dello sviluppo e della crescita economica è un problema anche del Trentino. Non si tratta ancora di un’emergenza, ma gli ultimi studi a livello europeo provano che la nostra provincia sta perdendo terreno rispetto ad altre regioni dell’Unione Europea. Eurostat, l’istituto statistico della Commissione europea, afferma infatti che il Trentino è la regione in Europa che perde più posizioni nella classifica della ricchezza prodotta per abitante, attualizzata al costo della vita. In pratica la nostra provincia corre meno di altre regioni.

Lo dimostrano i dati del 2007, un anno positivo per l’economia italiana. In Trentino, lo scorso anno, il Pil è cresciuto dell’1,5%, meno della media italiana, che già è più bassa di quella europea. Resta il fatto che i valori del Pil pro capite calcolati a parità di potere di acquisto, rimangono decisamente migliori rispetto a quelli italiani e dell’Unione Europea a 15. Fatta 100 la media europea, il Trentino si attesta infatti a quota 116. E se è vero, come sostengono ormai un po’ tutti - dai sindacati agli industriali passando per le forze politiche - che senza ricchezza e sviluppo non c’è giustizia sociale, allora il nodo vero è la crescita dell’economia.

Il Trentino è in ritardo. Ma i sindacati si dicono disponibili ad un confronto serrato con industriali e Provincia per rinnovare il patto per lo sviluppo. Cgil, Cisl e Uil del Trentino hanno poi costituito un gruppo di lavoro per affrontare il nodo della contrattazione di secondo livello. I sindacati puntano ad estendere la contrattazione aziendale e territoriale per garantire anche ai lavoratori delle piccole imprese una redistribuzione certa degli eventuali aumenti di produttività delle aziende e del sistema economico.

Resta però il nodo degli investimenti privati, indispensabili per far aumentare la competitività e la produttività e quindi migliorare lo sviluppo. Negli ultimi anni infatti le imprese hanno speso meno in innovazione e sviluppo di quanto abbiano fatto gli enti pubblici. Lo testimoniano i dati dell’annuario statistico della Provincia, ripresi anche dall’Osservatorio provinciale sull’economia e la domanda sociale.

Nel periodo tra il 2000 e il 2001. gli istituti di ricerca della Provincia e l’Università hanno raddoppiato gli investimenti in ricerca, passando da complessivi 59 milioni di euro a ben 120 milioni di euro. Le aziende private, con piccoli scostamenti, sono rimaste agli stessi livelli del 2000. Allora la quota di investimenti privati in innovazione e ricerca era di 29 milioni di euro, mentre oggi si assesta intorno ai 32.

Colpa del nanismo delle nostre imprese che faticano a destinare parte del capitale su progetti a medio e lungo termine. In questo senso l’economia cresce di più – lo testimoniano i casi di Germania e Francia – dove le dimensioni delle aziende, soprattutto industriali, sono in media più consistenti delle nostre. Insomma, per crescere davvero il Trentino ha bisogno di imprese più grandi, più innovative e più disposte a scommettere sul futuro.