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I veleni della memoria...

... e i suoi antidoti

Non può aver sorpreso nessuno il rude rilancio della polemica sulla memoria pubblica del Trentino contenuto nell’articolo di Rizzo e Stella sul Corriere della sera. Il governo provinciale in questi anni ha ostentato spesso (e ben da prima che il trentino-tirolese Panizza fosse nominato alla testa della cultura) una divisa veterotirolese che non poteva non sollevare qualche interrogativo, al di qua e al di là degli immaginari confini del nostro lembo di mondo.

Sulle pagine di Questotrentino abbiamo cercato di ragionare per tempo su cosa significasse quella deliberata forzatura. Ricordo in particolare la preoccupazione angosciata di Walter Micheli rispetto a una riduzione conservatrice della prospettiva europea nella quale fermamente credeva: i lettori che vogliono recuperare quella riflessione cerchino in archivio, nel sito di QT, il suo articolo L'orizzonte del Trentino, pubblicato nel numero 2 del 27 gennaio 2007, e potranno apprezzarne la lucidità e l’attualità.

A me personalmente è capitato spesso di registrare lo stupore di molti storici per un nuovo clima che, al di fuori del Trentino, è inevitabile connettere con le inquietanti metamorfosi della memoria storica nell’Italia degli ultimi decenni. Uno stupore accompagnato non infrequentemente da un’oggettiva attribuzione di responsabilità: cosa fate voi, che pure pretendete di occuparvi di storia, per reagire al revival sanfedistico?

O per scongiurare che la vostra rilettura della Grande Guerra dalla parte dei vinti coltivi inclinazioni nostagiche e mitologie nazionalistiche alla rovescia? O per contrastare l’oblio o la banalizzazione di una grande figura tragica come Cesare Battisti?

De Gasperi e Battisti

Cesare Battisti

C’è un curioso paradosso sul quale sarebbe opportuno ragionare. Costruzione della memoria pubblica e lavoro storico non vanno di pari passo, anzi sembrano procedere non solo con diverse velocità, ma in direzioni diverse.

Restiamo ai nostri casi. È stato notato da più parti (di recente da Giorgio Tonini) che nel confuso dibattito sull’identità del Trentino è sempre meno presente il riferimento a uno dei principali e più consapevoli protagonisti della costruzione del Trentino contemporaneo, Alcide De Gasperi. Eppure c’è stato negli anni recenti un colossale lavoro cui il Trentino ha contribuito in misura decisiva, l’edizione degli scritti e discorsi politici, realizzata dalla Fondazione Bruno Kessler in collaborazione con il Mulino. Quattro volumi articolati in dieci grossi tomi di mille pagine o più ciascuno, usciti tra il 2006 e il 2009. Ciascun volume è preceduto da un ampio saggio introduttivo, quasi un libro nel libro: e in effetti quello preposto da Paolo Pombeni al primo volume, appena con qualche ampliamento, libro a sé lo è diventato, con il titolo Il primo De Gasperi. La formazione di un leader politico (2007). Con categorie mutuate dalla sociologia, Pombeni (coordinatore di tutto il progetto) fornisce una lettura innovativa del periodo trentino e austriaco del leader cattolico. L’operazione complessiva è di tale mole che non può essere metabolizzata criticamente in tempi brevi.

Qualche obiezione sul terreno filologico e molti rilievi sul dettaglio si sono già registrati, un dibattito sul piano interpretativo è possibile solo tenendo presente la copiosa produzione di studi stimolata dal cinquantesimo anniversario della morte (2004). Certo è che intorno a De Gasperi è stato promosso un grande e importante lavoro scientifico, non un’operazione apologetica d’occasione.

Ma anche nel caso di Battisti si registrano considerevoli novità. Nel 2008 è uscita presso UTET la robusta biografia scritta da Stefano Biguzzi, un’opera informata e appassionata. L’autore aderisce senza infingimenti al personaggio, ne fa proprie le ragioni e in qualche caso anche le unilateralità, ne rivendica con forza l’altezza di fronte a quella che denuncia come un’oggettiva censura storiografica nei confronti di un vero protagonista del ‘900. Il suo lavoro vuol far discutere, non posa a neutralità asettica, e questo spiega vieppiù la delusione che Biguzzi non nasconde per l’accoglienza fredda riservata all’opera da parte delle istituzioni culturali trentine. In particolare è il Museo storico depositario del grande archivio battistiano ad essere chiamato in causa, il quale a sua volta può rispondere di essere tutt’altro che inerte, avendo promosso l’edizione di due altri libri usciti più o meno contemporaneamente alla biografia di Biguzzi.

Il primo è L’eroe conteso. La costruzione del mito di Cesare Battisti negli anni 1916-1935 di Massimo Tiezzi (2007), un saggio che indaga l’uso pubblico del martire trentino tra guerra e fascismo. Inoltrarsi per le pagine di Tiezzi sarebbe particolarmente importante per chi si ostina a ignorare la complessità non solo della figura in sé, ma della sua assunzione dentro le opposte culture politiche. Se si leggono ad esempio i vivaci commenti inseriti in un sito Internet come austriaciditalia, se ne ricava un sistematico schiacciamento dell’immagine di Battisti sull’appropriazione che ne tentò il fascismo, senza peraltro mai riuscirci appieno. Tiezzi, non per la prima volta ma con ricostruzione particolarmente convincente e puntuale, delinea il tenace filone antifascista della memoria battistiana, che fa capo in particolare alla coraggiosa testimonianza della moglie Ernesta e del figlio Gigino, ma ha vaste diramazioni nelle culture politiche di matrice repubblicana, democratica, socialista.

Coedizione del Museo Storico in Trento e della Provincia autonoma è il volume Come si porta un uomo alla morte. La fotografia della cattura e dell’esecuzione di Cesare Battisti, a cura di Diego Leoni (2008). Vi è contenuto anche un mio saggio e dovrei quindi, secondo l’ipocrisia delle buone maniere, fingere di parlarne con distacco. Non esito invece a scrivere che si tratta di un grande libro, per me inspiegabilmente inerte, finora, nel rapporto con i lettori attrezzati e ignoto ad un pubblico più vasto. Ha al centro un corpus di immagini che non ha forse equivalente nella storia sociale della fotografia, ricostruito con scrupolo filologico nel saggio di Sonia Pinato, ma poi indagato e montato da Leoni con un procedimento che potremmo definire cinematografico.

Attraverso l’intreccio tra le fotografie, le testimonianze e le altre fonti il libro ci consente di immergere in profondità lo sguardo in uno dei momenti di maggiore densità simbolica della Grande Guerra. Certo, questo non è solo un libro su Battisti, ma anche sulla morte e sulla sua rappresentazione mediatica, attualissimo quanto esposto a tabu e interdizioni interiori. L’istituzione museale che lo ha voluto e prodotto non è stata finora in grado di promuoverlo adeguatamente. Una promozione attiva rappresenta una difficoltà strutturale, in questo tipo di editoria, come posso testimoniare sulla base di molte esperienze analoghe in luoghi culturali con le stesse caratteristiche. Resta da capire se i tormenti della memoria pubblica da cui siamo partiti abbiano contribuito ad aggravare questa difficoltà o se non c’entrino per niente.

Battisti: c’è ancora da fare

Alcide De Gasperi

Un bilancio accurato dovrebbe includere altri contributi. Ad esempio in La Grande Guerra. Uomini e luoghi del ‘15-’18, a cura di Mario Isnenghi e Daniele Ceschin, UTET 2008, una grande opera in due volumi, sono contenuti due brevi saggi su Cesare Battisti (del sottoscritto) e su Ernesta Bittanti (di Simonetta Soldani, autrice di un profilo molto suggestivo e convincente).

Molto innovativa è la lettura condotta da Quinto Antonelli del giornalino scolastico che scrivevano, clandestinamente e per scambiarselo tra di loro, Battisti e i suoi compagni della VII classe del Ginnasio superiore di Trento nel 1891-92, un documento di formazione ricchissimo (Vita scolastica e formazione nazionale degli Italiani d’Austria, edito nel volume Volontari italiani della Grande Guerra, Museo della Guerra, Rovereto 2009). Quest’ultimo lavoro conferma che c’è ancora molto da fare, sulla biografia e sulle opere di Battisti. Se per De Gasperi abbiamo la monumentale edizione diretta da Pombeni, in questo caso siamo fermi all’eccellente, amorosa ma incompleta antologia degli scritti politici uscita nel 1966 presso La Nuova Italia, affiancata da un’ancor più incompleta edizione dell’epistolario. Il Presidente della Provincia Dellai annunciò l’intenzione di avviare l’impresa di una nuova edizione delle opere battistiane nella cerimonia dell’anniversario del 12 luglio 2006, se ricordo bene. Il Museo storico, ora Fondazione, si accinge ad avviare una prima fase di quel progetto, puntando a realizzare tutto il lavoro entro il 2016. Rispondere alla polemica sulla memoria pubblica con una nuova grande impresa filologica e storiografica sarebbe la risposta migliore, per le istituzioni culturali e per il Trentino tutto. Una nuova occasione per essere, con tutte le specificità che vogliamo, italiani ed europei all’altezza delle ambizioni che proclamiamo.