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Bilancio della stagione teatrale

Una programmazione ecumenica

Forse la notizia più importante di questa stagione teatrale appena conclusa è il pensionamento di Franco Oss Noser, direttore del Centro Servizi Culturali Santa Chiara per 15 anni. La rivista Le Muse riporta una sua intervista, ricordi, aneddoti, considerazioni, a chiusura di un periodo che egli ritiene esser stato foriero di “risultati di altissimo livello”. Oss Noser afferma di aver imparato da Benvenuto Cuminetti che “il teatro è uno degli ultimi luoghi di riflessione collettiva rimastoci”. Il concetto è senz’altro condivisibile, sebbene la prassi non sempre risulti di agevole realizzazione, condizionata com’è da molteplici fattori, su cui certamente prevale quello commerciale e finanziario.La programmazione 2010/11, che avevamo commentato nel numero settembrino di QT, ha sostanzialmente confermato le nostre considerazioni: come sempre, il tentativo di saziare l’appetito di un pubblico eterogeneo incide sulla varietà dell’offerta che, quest’anno, a nostro parere ha avuto ai suoi estremi due spettacoli in particolare: “Italiani si nasce”, con Solenghi e Micheli, e “Idiotas” di Nekrosius, da Dostoevskij. Il primo, appiattito sul modello della comicità televisiva-bagaglinesca, con travestimenti, scollacciate “raffinatezze”, presuntuoso nelle intenzioni di voler “riflettere sugli aspetti del costume italico e del nostro carattere nazionale” (Le Muse, settembre 2010), ha riscosso applausi a scena aperta da chi forse a malavoglia aveva lasciato le pantofole a casa, dinanzi alla TV, per trasferirsi a teatro. Il secondo, ha sequestrato in Auditorium per due sere qualche centinaio di sfegatati teatrofili, rivolgendosi loro in lituano (con sopratitoli italiani) durante le circa 5 ore effettive (più pause) di spettacolo. Teatro il primo, teatro il secondo? C’è posto per tutti?

Se riprendiamo l’opinione di Oss Noser, lo spettacolo con Micheli-Solenghi ci sembra ben poco coerente con essa, malgrado la nobile dichiarazione d’intenti riportata in Le Muse di settembre 2010 e sul programma di sala. Dall’altro lato, lo spettacolo di Nekrosius, tratto da un testo “alto” come quello dostoevskjiano, difficilmente avrà potuto suscitare riflessioni, se non di carattere meta-teatrale, ossia sulla modalità di far teatro, piuttosto che sui contenuti (narrativi, filosofici) dell’opera, travolta dalla potente fisicità della rappresentazione in scena.

Tuttavia, agli estremi, questi due spettacoli - su 15 - hanno trovato una loro ragione di esistere proprio come pilastri-limite di una programmazione improntata all’ecumenismo. Nei pressi dello spettacolo con Micheli e Solenghi, per consimile scarsa propedeuticità alla riflessione, possiamo allora collocare lo show canterino degli Oblivion, la cui bravura vocale e il cui umorismo ci hanno rasserenato, giusto per non farci pensare ad altro, men che meno far sorgere in noi importanti illuminazioni. Sulla stessa linea, “Garage d’Or”, spettacolo di mimi dell’ormai prevedibile famiglia Flöz, “Lo scarfalietto”, sbracata e piuttosto datata farsa di Eduardo Scarpetta e, duole includerlo, “Non si sa come”, regia di Fano e Lo Monaco, che alla cabarettizzazione hanno cercato di informare la loro proposta pirandelliana, a nostro parere con evidenti e forse falliti fini di alleggerimento drammatico.

In una posizione di aurea medietas trovano naturale collocazione spettacoli canonici, di alto livello professionale, come “Il malato immaginario” molièriano allestito dallo Stabile di Bolzano, “La bottega del caffè” goldoniana animata dal Carcano di Milano e “Le bugie con le gambe lunghe” di Eduardo, con Luca de Filippo, dal quale siamo stati particolarmente deliziati e confortati sullo stato di salute del teatro partenopeo classico.

Più a sinistra, verso l’innovazione, forse necessaria quando si tratta di Shakespeare e del suo linguaggio ipertrofico, possiamo sistemare “Le allegre comari di Windsor”, rese brillanti dall’unico vero attore consumato presente in scena, Leo Gullotta, ma appesantite dal soggetto oggidì ormai poco attraente, se non per palati grossi.

Avvicinandoci all’estremo lituano, incontriamo prima Ugo Chiti e il suo pregevole adattamento di alcune novelle del “Decamerone” che, pur giocando en travesti e su temi religiosi, certamente si è dovuto cimentare con il passaggio dalla prosa alla scena, il che comporta sempre una maggior dose di creatività rispetto alla norma. Assistiti da un cast eccellente, più in là si sono spinti infine Moni Ovadia e Roberto Andò co-regista, i quali hanno preso spunto dal “Mercante di Venezia” shakespeariano, per proporre uno spettacolo ricco di riflessioni - eccole! - e connessioni intertestuali.

Un discorso a parte meritano gli “Altri Percorsi”, ospitati dal Teatro Cuminetti (tranne lo show musicale degli Oblivion e l’outsider “Idiotas” di Nekrosius, allestiti all’Auditorium Santa Chiara): si può dire siano stati di alto livello, grazie ad “Avevo un bel pallone rosso” di Angela Dematté, “teatro civile” naturalmente improntato alla riflessione, con Andrea Castelli; e a “Passio Laetitiae et Felicitatis” di Testori, ottima prova d’attrici per il duo Marinoni-Altrui, malgrado l’opinabile scelta testuale, peraltro arduamente fruibile per una meditazione sul rapporto eros-religione. Sulla linea - diciamo così - Nekrosius-Solenghi, lo spettacolo della Dematté (regia di Carmelo Rifici) va collocato indubbiamente al centro, mentre più prepotentemente a sinistra, verso gli stilemi nekrosiusiani, si va ad assestare la proposta testoriana di Valter Malosti.

Infine, per “Trento Oltre”, salvo l’insipido “Notti bianche”, sorprendentemente toppato da Corrado d’Elia, ci piace constatare che le capacità degli attori e la scelta oculata dei testi contribuiscono ad affollare l’ala sinistra della nostra linea assiologica Nekrosius-Solenghi: “Lo zoo di vetro” di Williams, con Jurij Ferrini, “La stanza di Orlando” da Virginia Woolf (regia di Carmen Giordano, con Maura Pettorruso), “Il venditore di sigari” di Kamil con Gaetano Callegaro e Francesco P. Cosenza, “Doctor Frankenstein” di Tramacere e Pugliese, “Nome di battaglia: Lia” di Renato Sarti e “La guerra di Klamm” di Hensel, con Antonio Zavatteri, hanno dato ragione a chi li ha scelti e messi in programmazione, confermando il concetto-base a cui abbiamo improntato la presente valutazione complessiva: ci piace, il teatro come “uno degli ultimi luoghi di riflessione collettiva rimastoci”.