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Debito della PAT: possiamo stare tranquilli?

È nato da poco, cresce rapidamente, dicono che sia un “investimento”. Ma c’è chi pensa che...

Il palazzo della Provincia autonoma di Trento. Foto Marco Parisi.

Era stato un paio di anni fa: “Abbiamo ricevuto la massima valutazione, AAA, dalle società di rating!” sentenziava un giulivo comunicato della Provincia di Trento “Potremo utilizzarla al meglio, per fare investimenti!”

Oggi si è visto che la tripla A non era per niente garantita: contrariamente a quanto spesso si pensa, il Trentino non è un’isola, il declassamento dell’Italia si è automaticamente ripercosso sulla Provincia, e la mitica tripla A (che significa tassi di interesse più bassi) è un ricordo. Ma, a parte gli interessi da pagare, il punto è un altro: anche a interessi bassi i soldi presi in prestito vanno comunque, negli anni a venire, restituiti. Non è che il Trentino, finora libero da debiti, si appresta a seguire l’Italia? A spendere e indebitarsi oggi ed essere nei guai domani?

Partiamo dalle cifre. I debiti del sistema Trentino (Provincia, società controllate, Comuni) era di 925 milioni nel novembre 2010, 1345 a luglio 2011, 1540 milioni oggi, con la finanziaria testé approvata. Come si vede, una volta dato il via, il debito ha cominciato a crescere rapidamente.

E a quali istituzioni è ascrivibile questo debito? Lo si può vedere nella tabella: il grosso è nelle società controllate dalla PAT, recentemente create da Dellai anche per questo.

Debiti del “Sistema Trentino” (in milioni di euro)
Cassa del Trentino770
Itea192
Patrimonio del Trentino78
Trentino Trasporti13
Altre7
Società controllate dalla PAT (totale)1060
Comuni480
TOTALE1540

Sul tema del debito, a luglio si è innescata una polemica tra il capogruppo del PD in Consiglio provinciale Luca Zeni e il presidente Lorenzo Dellai, il quale, poco aduso alle critiche, gli ha risposto in termini anche aspri.

“A mio avviso il debito va visto all’interno del nuovo quadro della finanza pubblica nei prossimi anni” ci dice Zeni. Traduciamo: gli anni delle vacche grasse sono finiti, dobbiamo trarne le conseguenze ed essere molto cauti. Perché con l’accordo di Milano (stipulato nel novembre 2009 tra Dellai e il ministro Tremonti) si sono poste alcune (presunte) certezze: le tasse pagate a Trento vanno solo per il 10% a Roma, mentre il restante 90% rimane qui; Trento rinuncia ad una “quota variabile” in più, che prima (vacche grasse, appunto) contrattava ogni anno; in cambio incassa dei crediti arretrati dallo Stato, una cifra tra i 400 e i 500 milioni annui fino al 2018. “Ma dal 2018 questi milioni non ci saranno più. - sottolinea Zeni - E noi oggi accumuliamo debiti che dovremo poi pagare nel 2018, quando avremo minori entrate?”

PAT e Comuni: la crescita del debito (in milioni di euro)

Poi c’è il fatto che sulle entrate, le certezze sono molto presunte, come dicevamo. Non solo perché l’economia può girare lentamente e l’Iva dare minori gettiti, ma soprattutto perché ad ogni stagione Roma - peraltro sobillata dalle regioni a noi confinanti - avanza nuove richieste: per esempio, con il recente aumento dell’Iva dal 20 al 21%, a chi va quell’1% in più? Dovrebbe essere per il 90% alla Provincia, ma al Tesoro non sono d’accordo. E poi c’è il Patto di Stabilità, nuove manovre, ecc. “Siamo in un contesto di incertezza totale, - commenta Zeni - per cui il nostro dovere mi sembra sia quello di spendere meno, per arrivare senza traumi al 2018, ed è quello che sta facendo Bolzano”.

Chiediamo altri lumi. “L’indebitamento pubblico ha un senso preciso: quando serve per effettuare investimenti, che danno, in maniera diretta o indiretta, un ritorno economico” ci dice il prof. Luca Erzegovesi, ordinario di Economia.

Semplifichiamo al massimo, paragonando l’ente pubblico ad una famiglia. Se si indebita per comprare una casa, molto probabilmente fa un’azione saggia, un investimento vero, che libera dall’affitto e permane nel tempo; se invece si indebita per pagare la macchina o, peggio, le vacanze, va incontro a un futuro gramo.

Anche la PAT aveva a disposizione un investimento di tutto rispetto: l’acquisto delle centrali elettriche, che costituivano un affare decisamente vantaggioso. Così fece infatti Durnwalder, che le centrali le acquistò a credito. Dellai invece decise diversamente: lasciò le centrali ad un gruppo di privati individuato lì per lì (quali? Avete già capito, il giro dei soliti: ISA, cooperazione, Lunelli...). I debiti li fa altrimenti.

“Una cosa è l’investimento dal punto di vista imprenditoriale, che si ripaga; un’altra l’investimento come lo interpreta Dellai: utile, ma che non si ripaga e così impegna i bilanci futuri” conclude Zeni.

Come ci si indebita

Allora guardiamo meglio in cosa consiste il debito. Il grosso è dovuto alla Cassa del Trentino. “È un’ottima soluzione. - spiega il prof. Gianfranco Cerea, anch’egli ordinario di Economia e uno dei docenti più ascoltati a Piazza Dante - Prima, per realizzare un intervento sovvenzionato dalla Provincia, i Comuni contraevano mutui, che rifondevano a mano a mano che arrivavano le rate del contributo; ora invece è Cassa del Trentino che sul mercato finanziario emette obbligazioni, spuntando condizioni nettamente migliori e permettendo alla Provincia anche consistenti vantaggi fiscali”.

“Sì, Cassa del Trentino è una grande invenzione dal punto di vista tecnico. Ma dal punto di vista politico - replica Zeni - bisogna vedere per cosa ci si indebita”. Insomma, quando si costruiscono due caserme dei pompieri una di fronte all’altra, ma di due comuni diversi, saranno pure ottime le condizioni a cui si ricevono i soldi, ma sono buttati via. E il debito poi bisogna pagarlo.

Questo è un discorso più generale, che i nostri lettori in gran parte conoscono. Il Trentino sta spendendo soldi in una mostruosa quantità di opere pubbliche, di cui non si vede mai la fine. Vengono proposte nuove gallerie sotto questa o quella montagna, nuove circonvallazioni spostando tangenziali e autostrada, e poi Metroland, e poi le scuole dismesse e ricostruite altrove... E tutto questo a debito?

Ma, se ci si deve indebitare, bisognerebbe invece essere cauti anche con la stessa, benemerita, edilizia popolare. Dare alloggi ai ceti svantaggiati è doveroso, ma non è un investimento, bisognerebbe pensarci su molto bene prima di impegnare i bilanci futuri...

“Questa è una visione arretrata, vergognosa, fascista - sbotta il prof. Cerea - Con ragionamenti del genere nessuno avrebbe mai realizzato nulla!”

Eppure - ribattiamo - in questi anni la Provincia ne ha fatte di cose, senza indebitarsi.

“Sono stati gli anni delle vacche grasse, anzi obese - ribatte Cerea - Questi tempi sono finiti. Ora, se vogliamo realizzare opere pubbliche, bisogna procedere diversamente”.

Non siamo d’accordo con il professore. Proprio perché le vacche obese sono finite, forse è giunto il momento di smettere di sperperare i finanziamenti come prima, come se nulla fosse cambiato, ma facendolo a debito. Forse è giunto il momento di cambiare struttura produttiva, e smettere di sovvenzionare e riconvertire un settore delle costruzioni ipertrofico (in Trentino 7,2% del Pil, in Italia 5,4%, in Europa 5,3) debole e assistito.

E forse è giunto anche il momento di cambiare un vertice politico legato a filo doppio con questo ormai obsoleto assetto economico, oltre che con la rendita speculativa, peraltro anch’essa largamente foraggiata dal pubblico.

Un ciclo dell’Autonomia è finito, nel bene e nel male. Sarà urgente che si arrivi all’esaurimento del corrispondente ciclo politico e dei personaggi che lo hanno con alterni meriti interpretato.

La crisi delle Casse Rurali

La crisi è arrivata alle banche. Che da noi, vuol dire, per oltre il 70%, Casse Rurali, “che anche nel 2008, contrariamente ai grandi gruppi, hanno continuato ad elargire credito con grande facilità” - ci dice il prof. Luca Erzegovesi, ordinario all’Università di Trento, specializzato in Economia degli intermediari finanziari. La crisi dunque, dalle imprese in difficoltà, in primis edili e immobiliari, è arrivata alle banche. E dalle banche alle altre imprese, anche quelle sane, che si sono viste chiudere i rubinetti. “Voi state adesso rovinando la gente onesta, perché prima avete coperto i mascalzoni!” - ha urlato di fronte a tutti un imprenditore che si è visto negare un prestito.

“Negli anni passati, in cui c’era fiducia, esisteva competizione tra le banche nel fare credito - spiega Erzegovesi - e le Casse Rurali hanno ampliato il credito di molto, portando il rapporto prestiti/depositi vicino al livello di guardia”. Per troppa sicurezza. Ma anche per sopperire alle esigenze del territorio, visto che i grandi gruppi bancari a un certo punto hanno cominciato a tirare il freno. “Oggi questa forte esposizione può creare problemi. Ed ecco allora la tendenza a stringere sui crediti, in pratica applicando le contromisure che i grandi gruppi avevano iniziato a praticare fin dal 2008”.

Su questa dinamica si sono inseriti problemi specificatamente trentini. Il più grosso è il complesso edilizio\immobiliare, da anni assistito, ipertrofico, debole: tante costruzioni sotto l’ala di mamma Provincia, poca competitività, prezzi alti. “La bolla immobiliare è già scoppiata in Spagna, Stati Uniti e Francia, con effetti anche drammatici. - prosegue Erzegovesi - In Trentino causa ritardi nei pagamenti e sofferenze, che si sono ripercossi sulle Rurali”. La Provincia è intervenuta, per fare arrivare liquidità alle imprese di costruzioni in difficoltà, “ma poche vi hanno aderito, c’è da chiedersi perché. Se siano problemi solo di liquidità o non invece più strutturali” - prosegue il professore.

Non ha poi stata d’aiuto la crisi di alcuni settori industriali del Nord-Est, che si è ripercossa sulle locali banche di credito cooperativo (anche lì subentrate al ritiro dei grandi gruppi) e quindi sulla Cassa Centrale di Trento, che delle BCC trivenete è la capofila.

Infine, più localizzati ma acuti, ci sono casi di autentica insipienza. Le Casse della Val di Sole, ad esempio, hanno supportato la demente avventura all’Aeroterminal veneziano di Bertoli e dei Poletti: una banca che crede all’albero dagli zecchini d’oro. O la Cassa di Lavis, con i finanziamenti alle avventure dell’omonima cantina. Un prezioso compito di supportare l’imprenditoria locale, svolto però a occhi chiusi “e la cessione della fiducia è storicamente la causa di tutte le crisi delle istituzioni finanziarie”.

Ora dunque c’è un problema di assistenza finanziaria alle imprese. Quelle sane, ovviamente, non quelle decotte o gli speculatori i cui conti non quadrano. “Questo è il ruolo della Provincia - conclude Erzegovesi -, che ha fatto molto per alleviare i problemi di liquidità, e molto avrà ancora da fare; discriminando però le imprese sane da quelle che sane non sono. Il problema è che manca il soggetto che svolga questo compito”.