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Il referendum muove le acque

Le ipotesi di scorporo del ramo acquedotti da Dolomiti Energia per una nuova società tutta pubblica

un vecchio impianto di Trentino Servizi in Vallarsa

Il referendum di giugno contro il Decreto Ronchi e la privatizzazione dei servizi idrici comincia ad avere i suoi effetti anche in Trentino. Mentre scriviamo è in corso un dibattito convulso e un po’ confuso sul futuro degli acquedotti della Val d’Adige, in vista della fine-anno, quando scadrebbero parte degli affidamenti del servizio a Dolomiti Energia (DE).

La discussione è iniziata questa estate, subito dopo i referendum. Su iniziativa dei due maggiori comuni affiliati a DE - Trento e Rovereto - è stato messo in piedi un gruppo di lavoro, che ha commissionato ad un pool di esperti una relazione sui problemi di una eventuale ripubblicizzazione tramite scorporo da DE del ramo acquedotti, mettendoci insieme anche la gestione dei rifiuti (lasciando alla società mista pubblico/privata il suo vero core business: l’idroelettrico). L’intenzione che sembrava prender corpo all’inizio dell’autunno (anticipata dal sindaco di Trento Andreatta in varie occasioni) era quella di spostare effettivamente la gestione dell’acqua, e dei rifiuti, da DE ad una nuova Spa tutta pubblica.

Il tipo di gestione che veniva (ancora solo ufficiosamente) indicata come preferita era quella in-house, da effettuarsi cioè tramite una nuova società ad affidamento diretto le cui azioni siano tutte necessariamente in mano all’ente pubblico, che deve poter esercitare un controllo analogo a quello che esercita sui suoi uffici. E l’ambito territoriale di partenza quello della ventina di comuni (soprattutto della Val d’Adige) che si appoggiano attualmente a DE.

Ma c’è per il comune di Trento un serio problema: la proprietà della rete (le canne che portano l’acqua alle case). Costruita a partire dal 1927 da una società quasi completamente comunale (la SIT), già negli anni ‘80 era scappata di mano, arrivando - nel corso delle varie trasformazioni societarie per le quali è passato il servizio a Trento - in completa proprietà di DE. Che ora, per darla indietro al comune, chiede ben 42 milioni, una cifra salatissima per questi tempi di spread rampante. Una bella lezione su cosa voglia dire l’autonomia comunale: avere le canne dell’acqua in mano ad una società anche solo parzialmente privata è ovviamente un nodo scorsoio teso intorno al collo del servizio, che ne viene determinato. Il sindaco di Trento avanza la proposta di acquisire la rete (ad un prezzo da trattare!) pagandola con la cessione delle quote azionarie che il comune ha in DE, cosa che ha però due effetti negativi. Il primo è che DE è un ottimo prodotto finanziario per i comuni, portando al bilancio del capoluogo, con i suoi dividendi annuali, un contributo milionario, che in questo modo svanirebbe.

Il secondo è che la cessione delle azioni in mano ai comuni modificherebbe il rapporto interno a DE fra pubblico (ancora maggioritario, confermato dal referendum) e privati, e la cosa per uno strumento ad alta redditività come quello, e che può essere strategico per la politica energetica provinciale, non è comunque indifferente. Sbilanciare il rapporto pubblico/privato verso il privato può facilitare anche la strada verso la quotazione in borsa di DE e la perdita di controllo. Né modificherebbe questi effetti negativi la proposta fatta dal Pdl (non contrario all’operazione) e recepita da un atto d’indirizzo del consiglio comunale, di vendere le azioni necessarie per l’acquisizione dell’acquedotto non agli altri attuali soci di DE, ma ad un azionariato popolare.

La secessione dei Cumerlotti

la centralina sul rio Stolzano

L’idea di un’unica Spa in-house per acqua e rifiuti per tutta la Val d’Adige sarebbe quella consigliata anche dal vicepresidente della giunta provinciale, ed ex sindaco di Trento, Pacher, che lo dichiara all’Adige in una intervista del 23 dicembre. E la cosa suona polemica col suo successore, perché nel frattempo questo, agli inizi di dicembre, ha già mandato a monte la società comune con Rovereto per i rifiuti, decidendo di esternalizzare in proprio il relativo servizio, facendolo andare a gara. Anche se il sindaco di Rovereto Miorandi (che è un esperto di rifiuti) - sull’Adige del 2 dicembre - contestava “l’assioma che gara significhi pagare meno”, ricordando che “abbiamo esempi dove la gestione avviene a costi inferiori rispetto a quelli emersi in altre gare trentine”.

Fatta saltare la parte sui rifiuti di una eventuale società comune, e ipotecata in maniera preoccupante quella sull’acqua per il problema della proprietà della rete di Trento, comincia a franare un po’ tutta l’ipotesi di un’unica società Trento-Rovereto. E la Val Lagarina comincia a pensare, autonomamente, anche ad altre soluzioni.

Il giorno 6 dicembre i sindaci della Comunità della Vallagarina, riuniti in località Cumerlotti di Vallarsa - ospiti della locale sezione degli alpini e del sindaco Geremia Gios, professore di economia agraria all’Università di Trento - stilano una lettera d’intenti in cui “evidenziata la necessità di trovare soluzioni che possano garantire una forte territorialità nella gestione di servizi strategici per la collettività, alla luce delle indicazioni emerse dal recente referendum popolare sul servizio idrico... concordano di sviluppare assieme un progetto che preveda di analizzare i diversi scenari possibili a totale controllo pubblico”. E decidono di mettere in piedi un altro gruppo di lavoro, e di fare un business plan, dandosi un tempo di valutazione fino al maggio 2012.

Quella uscita dalla riunione ai Cumerlotti potrebbe essere - se davvero avrà un seguito - una possibilità in più per dei servizi idrici ispirati allo spirito del referendum.

la fontana di Villa Lagarina

La costituzione di una nuova società in house per scorporo da DE rischiava di finire ad essere una operazione meramente burocratica che nasceva in sostanziale continuità con quanto c’era prima, senza aprire davvero spazi nuovi per una maggior partecipazione e controllo. Mentre invece una rimessa in discussione a livello di Comunità di Valle delle caratteristiche fondamentali del servizio pubblico - così come ribadite dall’esito del referendum - oltre a dare finalmente un ruolo effettivo a questo ente ancora un po’ ectoplasmatico, può aprire un confronto fra tutti i comuni, sia quelli ora in DE sia quelli che ancora continuano con una gestione diretta (ma che avranno senz’altro sempre più problemi a continuarla in un clima economico ed amministrativo avverso). E può quindi portare a costruire qualcosa di diverso, magari più gradualmente, ma gettando solide radici territoriali, fondate su più partecipazione, su un controllo più capillare, insomma su una vera cooperazione che socializzi conoscenze ed attenzioni invece di praticare l’esproprio tecnicistico. E non è detto che debba essere per forza in contraddizione con il conseguimento di dimensioni quantitative anche più ampie. Una volta infatti costruita una prima risposta di zona (un livello politico, di controllo), nulla vieta di procedere poi alla messa in comune più ampia di servizi e funzioni, ammortizzando i costi.

Le ultime notizie, al momento della chiusura di questo pezzo, sono che il comune di Trento ha sospeso, per un periodo di ripensamento, la sua delibera sulla messa a gara del servizio rifiuti, evidentemente su pressione provinciale. Mentre il consiglio comunale di Rovereto ha votato per una Spa in-house con Trento, per acqua e rifiuti.

Nella sua intervista a L’Adige del 23 dicembre, Pacher, elencando le ragioni delle sue perplessità per la rottura fra Trento e Rovereto, accennava anche al fatto che questa renderebbe più problematico il tema dell’interconnessione degli acquedotti di Trento e Rovereto, un tema strategico viste le forti riserve di acqua a disposizione di Rovereto (che potrebbero diventare ancora più importanti in prospettiva dei 70 km di gallerie da farsi in Val d’Adige per realizzare la TAV, cosa che è previsto faccia scomparire decine e decine di sorgenti, come già avvenuto nel Mugello).