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Un rettore dopo la tempesta

Sei i candidati per la carica di rettore dell'Ateneo trentino. Tra diverse idee di università e diverse sensibilità al potere provinciale.

Ingresso del rettorato

Cade in un momento critico per l’università trentina l’attuale elezione del rettore. Nelle assemblee, da parte degli ordinari come dai rappresentanti del personale tecnico, si sono sentite frasi scoraggiate “non faccio più il mio lavoro con entusiasmo” “mi chiedo dove ho buttato tutti questi anni”. “Un brutto clima” è stato spesso il commento generale; oppure, con un sorriso disincantato “il giocattolo si è rotto”.

È stata la vicenda della provincializzazione e del nuovo Statuto a irrompere negli equilibri dell’Ateneo trentino. Il nuovo finanziatore, la Provincia Autonoma, nelle vesti dell’ultimo Dellai, è apparso come un nuovo, prepotente padrone. È tutto sbagliato, tutto da rifare, bisogna modernizzare, spazzare via i corporativismi. E corporativi erano i professori in genere, ma soprattutto quelli che non accettavano il ventilato dirigismo provinciale. Alfieri del nuovo verbo il Presidente dell’Università Innocenzo Cipolletta e il Presidente della Fondazione Bruno Kessler Massimo Egidi, oggi rettore alla Luiss di Roma ma prima rettore proprio a Trento, da dove se ne era andato sbattendo la porta. Il trio Dellai-Cipolletta-Egidi si confrontava in università con il rettore Davide Bassi: succedeva il patatrac, Bassi, umorale e poco politico non condivideva con nessuno le scelte, non reggeva la pressione, in breve perdeva la sfiducia di tutto l’Ateneo.

“Hanno tentato di imporci una visione dirigista, dell’università vista come un’azienda – questa l’opinione più volte riecheggiata nelle assemblee – E non di un’azienda tipo Volkswagen, ma tipo Fiat di Marchionne”.

Ora il peggio sembra passato. Dellai, di fronte alle accese resistenze si era disamorato del suo progetto. E poi, rimpianto da pochi, se ne è andato; e Pacher sembra proprio non avere né le intenzioni né il carattere per mettersi a torchiare l’università.

Rimangono però aperti tutti i temi. Come gestire il rapporto con la Pat, ma anche come adeguare l’Ateneo ai tempi della crisi, ossia alle risorse ristrette; e ai tempi della globalizzazione, quando non solo l’economia, ma soprattutto il sapere è sempre più internazionale.

In questo contesto la fine del rettorato Bassi coincide con il rinnovamento che la forza delle cose fortemente richiede all’Ateneo. La corsa al rettorato quindi si intreccia con il conseguente dibattito, che qui vogliamo illustrare.

Sei domande

1. Nel travagliato periodo del passaggio di competenze alla Pat e nel dibattito sul nuovo Statuto c’è chi ha visto lo scontrarsi di due visioni contrapposte, il modello di università come impresa, con un processo decisionale fortemente verticalizzato (come sostenuto da Cippolletta-Egidi) e uno di università-comunità in cui le decisioni sono condivise. Per quale modello lei opta? E quali ritiene debbano essere i rapporti con la Pat?

2. La politica spinge in questi mesi per l’istituzione di una Scuola di Medicina e in prospettiva di una Facoltà. Cose costosissime, con quali soldi? Ma più in generale, dove deve andare l’Ateneo? Deve ampliare l’offerta, aprire nuove aree di interesse, oppure consolidare l’esistente? Tagliare i rami secchi? E soprattutto chi, vedi il caso di Medicina, prende queste decisioni?

3. Tutti parlano di internazionalizzazione dell’università: ma cosa vuol dire? Fare di più, fare meglio, e come? Oppure aprirsi in nuove direzioni?

4. Un’università è tale se in essa coesistono ricerca e didattica: si dice che chi fa buona ricerca fa anche buona didattica e viceversa, ma è vero? Non c’è il pericolo che la didattica venga sacrificata? Sulla ricerca: si era ventilata un’unificazione della ricerca trentina, mettendo assieme l’università con gli altri centri di ricerca: che ne pensa?

5. Oggi abbiamo 16.000 studenti, e i finanziamenti dipendono anche dal loro numero. Su cosa si intende puntare, sulla qualità degli studenti (studiosi e capaci) o sulla quantità (anche scadenti, ma che siano tanti, magari facilitando gli esami per non farli scappare)? E quali devono essere i rapporti con loro? (gli studenti stranieri si lamentano dei prof di Trento, bravi ma snob, ritengono lo studente un peso, mentre all’estero lo si ritiene una risorsa anche intellettuale, perché porta con sé un modo diverso di approcciarsi ai problemi).

6. Come vede i problemi del precariato, i ricercatori che sono il motore, sottopagato, di molti corsi, hanno scarse possibilità di stabilizzazione, e non sono nemmeno considerati negli organi di rappresentanza? E i dottorandi, che formalmente sono degli studenti ma fanno (senza averne titolo) lezioni ed esami in vece dei loro tutor?

Sei candidati

De Pretis

Daria de Pretis: Ordinaria di Diritto Amministrativo, carattere forte, ha a suo tempo preso decisa posizione sullo Statuto, è invisa ai dellaiani oltranzisti in quanto moglie di Gianni Kessler (già contraltare di Dellai da Presidente del Consiglio Provinciale, ma ora è commissario europeo a Bruxelles) cosa che per converso le attira i favori dei più numerosi antidellaiani. Titolare di un rinomato studio legale, sconta l’essere da poco a tempo pieno all’università, ma gode comunque di un consenso ampio, a Giurisprudenza innanzitutto ma anche nelle altre facoltà.

Vitale

Stefano Vitale: Ordinario di Fisica (cosa che, dopo Bassi, non lo aiuta: “un altro di Fisica!”) prorettore alla ricerca, molto manageriale, vicino all’ala dellaiana. Ha idee nette, una forte personalità ed è sicuro di sé, anche troppo, appare elitario e quindi non molto popolare.

Zambelli

Stefano Zambelli: Ordinario di Economia e Management, si è distinto nella resistenza anti-Pat. Per questo, nonostante un carattere per alcuni troppo spigoloso, gode di un consenso molto trasversale, con voti in ogni dipartimento.

Giangiulio

Maurizio Giangiulio: La sua presidenza a Lettere è terminata da poco, nella vicenda dello Statuto è parso troppo appiattito sul rettore Bassi; il che ne limita le chanche.

Andreatta

Marco Andreatta: Ex preside di Scienze e presidente del Muse, dopo qualche ondeggiamento ha preso decise pubbliche posizioni sui pastrocchi dello Statuto. Apprezzato anche fuori dalla sua Facoltà.

Zaninotto

Enrico Zaninotto: Ex preside di Economia, vicino a Dellai e Egidi (gli si rimprovera una certa sudditanza verso quest’ultimo, quando era rettore) all’estero (si dice non a caso) durante i conflitti sullo Statuto. Caratteristiche queste che ne hanno incrinato la popolarità, al punto che il candidato da lui sponsorizzato per la presidenza a Economia, non è stato per questo eletto. Gode comunque di vasta stima anche nelle altre facoltà e pure in città per cui, passati i momenti più aspri di contrapposizione, è da considerarsi un candidato forte.

Quale università?

DE PRETIS Vedo l’università come una comunità fatta da studenti, docenti, personale tecnico/amministrativo, che elabora e lavora insieme per un progetto comune. Questa visione deve avere carattere generale, non localistico, se no non è un’università. Quale fosse la visione che ha originato lo Statuto non lo so, però le sue norme, pur perfettibili, non attentano alla mia visione, il nucleo essenziale è salvo.

Non ci sono pericoli quindi?

Non ho detto questo, dobbiamo essere attenti e guardinghi rispetto alla vicinanza della Pat, dobbiamo far capire all’autonomia locale che l’autonomia dell’università è una ricchezza da salvaguardare.

VITALE Non sono molto d’accordo con questa visione, che mi sembra frutto soprattutto di propaganda di una parte. Io non proprendo per nessuno, e ho grande stima del presidente Cipolletta.

Beh, Cipolletta non è certo la persona più aperta al dialogo del mondo.

Può essere, ma non è il punto. Noi non dobbiamo organizzarci come buone aziende, ma dobbiamo fare della buona organizzazione. I dipartimenti dovrebbero tendere verso l’eccellenza e invece i nostri sono mancati, divisi in sottogruppi invece che essere un organismo coerente, con i professori che lavorano a un piano collettivo.

E l’essere una comunità?

Lo siamo, ma non siamo i proprietari dell’università. Non rispondiamo a noi stessi, ma al popolo italiano. L’università è una cooperativa di chi ci lavora. Che cosa sia una buona università lo decide la comunità accademica mondiale, e non i cittadini.

Quindi lei non teme di svegliarsi un giorno ed accorgersi di dialogare con una Pat cui non può dire ‘no’.

L’autonomia si conquista con la forza e col prestigio. Non c’è entità politica che potrebbe sfidare un’università di grande reputazione senza sollevare l’indignazione della cittadinanza. È per questo che serve un rettore leader, che non lascia prendere l’iniziativa alle altre istituzioni. Se lei invece ha un rettore notaio, continuerà esattamente come abbiamo fatto fino ad adesso, in cui è la Pat che stabilisce l’accordo di programma. La struttura dell’università oggi è priva di un governo centrale forte in grado di mantenere l’iniziativa e non subirla da Piazza Dante. Non ci si difende, si attacca. Chi si difende è già morto.

ZAMBELLI Si sono confrontati due modelli di università: nel primo c’è una forte verticalizzazione, il rettore viene nominato, è una sorta di Ad; nel secondo l’università fornisce un servizio pubblico, e la sua autonomia è un presupposto fondamentale, come da art. 33 della Costituzione, ripreso dallo Statuto. Un principio che dev’essere poi praticato. Perciò massima apertura e collaborazione con il territorio, così come con l’amministrazione provinciale, che però ha il dovere di sostituirsi al Ministero, nel garantire l’autonomia dell’Università a partire dalle risorse.

Quali modifiche dello Statuto?

Come la Costituzione, nella sua prima parte stabilisce principi condivisibili; è nella seconda parte, in cui si passa all’attuazione pratica, che le norme diventano discutibili. Vedi il comitato di valutazione dei candidati a rettore: abbiamo dovuto ritardare due mesi per l’elezione del rettore – di cui ci sarebbe stato già molto bisogno - per attendere la formazione di tale comitato, e poi il suo parere, di cui nessuno capisce il senso e l’utilità. E di norme siffatte ce ne sono parecchie.

GIANGIULIO Stento a capire la domanda. Non vedo aziendalismo. Lei ragiona per preconcetti. Dove sta l’aziendalismo?

Per esempio nell’imporre alla base scelte non condivise e spesso neanche discusse. Lei, ricordiamo , durante il processo di provincializzazione dell’Ateneo non è mai emerso come una voce particolarmente critica verso l’operato di Bassi o Cipolletta.

Ho preferito migliorare ciò che avevo davanti, piuttosto che manifestare un dissenso controproducente. Sono un pragmatico, ho cercato di lavorare nel concreto ad esempio sulle funzioni della commissione di valutazione delle candidature a rettore. Ma preferisco parlare del futuro, non del passato. E in quest’ottica dico che il rettore di un’università non deve avere nessun condizionamento, né padri nobili né poteri forti.

ANDREATTA Siamo un’università pubblica, certi modelli – penso alla Bocconi o alla Luiss - in cui il rettore viene nominato, sono molto distanti da noi. Qui il rettore viene eletto. Il fatto che sia prevista una commissione che valuta i nominativi dei candidati, è una cosa che non ha senso, perché i professori poi giustamente votano chi vogliono.

L’Ateneo vuole cercare un sistema di governance efficiente, mentre nell’università italiana ci sono delle rigidità, con lo Statuto si è proposto un modello verticale, che non chiamerei aziendalista, e che può avere possibilità di realizzarsi seriamente solo se intercetta la dimensione orizzontale e attiva. Per questo ho manifestato pubblicamente perplessità, bisogna che il rettore sia la garanzia di questo processo, come dell’autonomia rispetto alla Pat.

La posizione politica dei candidati

Quindi quali rapporti con la Pat?

È diventata il finanziatore di larga maggioranza. Occorre che si sviluppino dei rapporti nel rispetto delle due autonomie.

ZANINOTTO È stato un processo travagliato, sarebbe stato meglio percorrerlo diversamente. I due modelli non li vedo nei termini qui esposti, comunque una leadership dove uno dice dove tutti devono andare non è quello che ci serve, le decisioni devono venire dal basso, attraverso meccanismi decisionali aperti. D’altronde è evidente che non ci può essere neppure un regime di assemblea permanente. Lo Statuto ora c’è, è abbastanza aperto, non occorrono revisioni in realtà, ma un’adeguata applicazione.

Con la Pat l’università deve stabilire degli obiettivi, essere chiara. Con l’atto d’indirizzo si stabiliscono alcune priorità sulla quota di finanziamento così detta programmata, e su di esse l’università è chiamata a discutere.

La scuola di medicina?

DE PRETIS La Scuola di Medicina non è un progetto dell’università o di una sua parte, né un ampliamento di qualcosa di esistente. Ricordiamo che è un progetto nato all’interno dell’Euregio e che ha completamente scavalcato l’Ateneo, il quale deve pretendere di esserci, deve rivendicare un ruolo centrale nel campo dell’alta formazione, e non come solo rettore, quando si decidono queste cose. Poi nel merito non mi esprimo, prima di un’istruttoria nello specifico.

In generale in una prima fase dovremo dedicarci non a nuove iniziative ma al consolidamento di quanto c’è, dopo un monitoraggio per vedere quello che va potenziato e quello che va rivisto. Come? Su proposta dei dipartimenti, si stabiliscono obiettivi concordati e se li si raggiunge si dà luogo a delle premialità. Un metodo per cui ci sono dei patti dei singoli con le strutture e delle strutture con l’ateneo, obiettivi da concordare e raggiungere.

Ci potranno essere delle criticità a seguito di un possibile contrazione di risorse?

È importante far capire alla comunità che finora ci ha sostenuti moto generosamente, quanto siamo cruciali anche dal punto di vista strettamente economico, e che quindi continui a considerare l’università come una ricchezza, un’opportunità per questa terra (pensiamo alla ricchezza indotta, alla reputazione nazionale e internazionale).

VITALE Esprimersi sulla fattibilità dei progetti (come medicina), è una cosa seria. Bisogna giudicare facendo dei piani realistici con in mente sempre lo stesso obiettivo, se la fa l'università di Trento deve essere di qualità e visibilità internazionale. Dopodichè, nulla è escluso.

ZAMBELLI Nell’università deve essere valorizzata, oltre all’autonomia, anche la democrazia interna, con decisioni condivise e trasparenti, metodo che è venuto molto spesso a mancare. Quella della Scuola di Medicina è una decisione importante, su cui non c’è stato alcun coinvolgimento dei dipartimenti. Questo è stato il metodo, sbagliato e inconcludente proprio perché prescinde da un indispensabile dibattito; sarebbe incoerente da parte mia esprimere ora opinioni nel merito.

La sua visione dell’Ateneo?

Dovremmo operarne una ricognizione, anche tramite valutatori esterni. Poi è compito del Senato accademico e del rettore fare delle scelte, io sono per la loro condivisione, ma questo non vuol dire finanziamenti a pioggia, e se ci sono rami secchi, vanno tagliati.

GIANGIULIO Sono contrarissimo alla facoltà di Medicina.

ANDREATTA La Scuola di Medicina costa tanto. Nelle forme e nei modi detti in questi mesi, non credo sia un progetto né chiaro né praticabile, anche se un problema di medicina c’è, e ci sono sul territorio delle esperienze collegate (biotecnologie, protonterapia) che possono portare ad aree di specializzazione.

ZANINOTTO E' stato sbagliato da parte della politica porre il tema della Scuola di Medicina. La Pat è libera di dire che la priorità è la ricerca in ambito medico, a questo punto l’università deve vedere se gli obiettivi sono realistici; e se decide che non si possono raggiungere, il progetto va abbandonato.

Dove va l’Ateneo?

Non ci sono le condizioni per nuove aree, la crescita dell’Ateneo non può essere quantitativa con nuove iniziative, ma qualitativa.

Internazionalizzazione?

DE PRETIS Siamo già un buon esempio di internazionalizzazione nel panorama italiano e anche europeo. Ora possiamo porci obiettivi ambiziosi: di più e meglio. La ricerca è ovviamente internazionalizzata. Il problema è la didattica, reclutare studenti stranieri che studino da noi, una presenza che feconda – gli studenti devono essere parte attiva, protagonisti, non il terminale della funzione didattica. Il problema è il gap linguistico. Dobbiamo avere docenti con attitudine ai rapporti internazionali, abbiamo corsi in inglese, dobbiamo averne di più (però richiamo il dibattito anche intenso che c’è stato dell’importanza della nostra lingua e di altre, della ricchezza di linguaggio e conseguentemente di pensiero che si perde se ci appiattiamo solo sull’inglese).

VITALE Abbiamo la possibilità di fare un salto di qualità nel panorama delle università europee, perché abbiamo una buona reputazione internazionale, una solida condizione finanziaria che non c'è nel resto d'Italia e uno statuto che, nonostante le polemiche, trasforma organi di rappresentanza in organi di vero governo.

Tuttavia noi, primi nelle classifiche italiane, siamo in fondo a quelle mondiali. E questo perché nelle università in giro per il mondo i professori vengono reclutati in competizione. Si "compra" il miglior professore che ci si può permettere. Qui è già stato fatto, si sono chiamati professori di grande capacità ma questa modalità andrebbe stabilizzata.

ZAMBELLI L’internazionalizzazione si può incrementare in diversi modi. Anzitutto potenziando la capacità di reperire fondi internazionali, attraverso il coinvolgimento di personale tecnico amministrativo specificamente qualificato.

GIANGIULIO Si tratta di attivare maggiormente una politica di visiting professors. Da sviluppare è il settore dei professori dall’estero, anche attraverso la creazione di un Istituto di Studi Avanzati, un polo che ci permetta di accedere al circuito internazionale di università leader nella ricerca. Un modo per far venire a Trento grandi professori dalle altre università, il che sarebbe importantissimo, visto che l’Ateneo trentino ha una socialità molto ridotta e inadeguata interdisciplinarità, con una frammentazione interna tra i due poli di valle e collina.

ANDREATTA Il livello nazionale in Italia è spesso sinonimo di burocrazia e scelte strategiche sbagliate. Grazie all’Autonomia possiamo riferirci ad una scala internazionale, liberandoci da vincoli e scelte nazionali penalizzanti, e confrontandoci con opportunità e finanziamenti europei, attraverso accordi con altre sedi, e accedendo ai finanziamenti europei, attraverso un potenziamento dell’amministrazione a ciò dedicata.

ZANINOTTO Se per internazionalizzazione si intendono studenti e docenti collegati a centri internazionali, sostanzialmente già ci siamo. Occorre però andare oltre, l’Ateneo deve attrarre studenti e ricercatori in modo sistematico dall’estero. La ricerca è globalizzata, e in diversi settori specialistici si può agire al meglio solo a livello internazionale. Va fatta un’azione organizzata, di scelta precisa di poli con cui relazionarsi. Inoltre avere studenti da tutto il mondo è importante, dal punto di vista intellettuale, ma anche da quello economico. Come fanno anche altre realtà (pensiamo all’UK) con gli studenti extraeuropei si possono foraggiare le casse dell’università.

Ricerca e didattica?

DE PRETIS Non è un’antinomia. Chiaramente tutti i docenti sognano in qualche periodo di chiudersi nella ricerca, però è chiaro che essa è funzionale alla didattica. In quanto agli altri istitui di ricerca, la collaborazione è feconda, però è da escludere l’iscrizione dell’Ateneo all’interno di un disegno dirigistico diretto da altri.

Poi per nuovi modelli di didattica – penso a quella interattiva – è un momento costitutivo, bisogna avere inventiva, coinvolgere gli studenti. Il tema caldo è la valutazione della didattica: vanno valorizzate le valutazioni degli studenti.

VITALE Occorrerebbe un minor numero di corsi per fare percorsi di studio meno confusi. E certamente meno carico didattico per i professori, che dovrebbero fare ricerca, e poter andare, nei momenti più lenti della loro attività scientifica, all’estero a rilanciarsi.

ZAMBELLI L’università research based teaching si basa su metodi di docenza che privilegiano l’insegnamento dove le competenze sulla ricerca possono esservi al meglio riversate, e la valutazione del lavoro dei docenti non è solo sulla ricerca, ma anche sulle capacità didattiche; inoltre va implementato il lavoro a gruppo degli studenti e il lavoro a progetto.

GIANGIULIO Non ci sono didattica e ricerca, due strutture separate, sono convinto che la ricerca debba entrare nella didattica.

ANDREATTA Il rapporto tra le due cose è fondamentale. Bisogna mettere a punto un’offerta formativa tenendo conto del fatto che dove realmente si realizza il rapporto ricerca/didattica è nella magistrale e nel dottorato.

Gli studenti stranieri dicono che qui i docenti sono bravi ma snob, con gli studenti non interloquiscono.

La cultura aristocratica c’è, bisogna cambiarla, anche incentivando la nascente cultura del ‘campus’.

ZANINOTTO Dire che ricerca e didattica vanno viste assieme non basta: una buona didattica richiede un’attenzione specifica, dobbiamo esserne capaci, non è automatico che il bravo ricercatore sia bravo insegnante. Per questo bisogna richiedere attenzione alla didattica, motivare le persone, attuare le didattiche migliori.

Ricerca trentina unificata?

Questa proposta in tali termini non è venuta da nessuno. Con gli altri enti bisogna cercare tutta la cooperazione possibile, anche perché spesso le reciproche dimensioni sono insufficienti; però non vuol dire fare un unico ente.

Studenti: qualità vs quantità?

DE PRETIS L’università deve assolvere anche una funzione formativa di massa, soprattutto nella triennale. Poi dobbiamo cercare di attirare a Trento gli studenti italiani e stranieri migliori soprattutto nei bienni e nella specialistica. La qualità la si verifica al momento dell’accesso, poi una volta dentro lo studente deve mantenere certi standard.

VITALE Gli studenti meritano qualità della didattica. La reputazione dell’università si basa sui suoi successi scientifici e sui successi dei suoi studenti. L’innalzamento del livello qualitativo dell’università innalza il livello qualitativo degli studenti. Attenzione, non ne riduce il numero, ma fa sì che si possano scegliere i migliori.

ZAMBELLI Non possiamo allargare a dismisura il campo di azione e i corsi di laurea: noi siamo un servizio al territorio e quindi dobbiamo formare le competenze che al territorio servono, ma solo finchè siamo in grado di fornire un servizio di qualità. Anche per gli studenti dobbiamo privilegiare la qualità, pochi ma buoni può essere un principio giusto, temperato dal fatto che siamo comunque un’università pubblica. Dovremo fare una politica trasparente e condivisa sul numero chiuso.

GIANGIULIO La qualità di un’università dipende anche e soprattutto dalla qualità degli studenti. Se questo significa meno studenti, ma più bravi, allora è la strada da seguire. È chiaro poi che studenti più bravi sono la conseguenza di una didattica universitaria di qualità. Quindi da un lato una coerente politica degli accessi, dall’altra centralità dello studente.

ANDREATTA Dobbiamo dare corpo finalmente al 3+2; sulla triennale sono anche per la quantità, sulla magistrale dobbiamo fare un discorso soprattutto sulla qualità, mettendo dei requisiti, numero di esami e voti. I più bravi però anche nella triennale non devono essere lasciati soli, vanno fatti per loro corsi di approfondimento, abbiamo il collegio di merito.

Studenti stranieri: ha senso per i nostri andare all’estero (doppia laurea) e noi essere attrattivi per gli stranieri. A due livelli: quello europeo, facilitandoli all’interno di una legislazione già esistente; mentre quelli extraeuropei vanno fatti pagare di più (visto che gli indiani e cinesi finiranno per farci concorrenza in campo aziendale una volta tornati, formati, nel loro paese).

ZANINOTTO A risorse e regole date, dobbiamo mantenere questo numero di studenti. Bisogna attrarre studenti bravi, se aumenti la tua qualità, aumenta anche quella degli studenti, aumenta il loro numero e la facoltà pone la condizione per selezionarli di più. Poi l’accesso non può essere su basi economiche, si può incrementare il diritto allo studio. La mobilità sociale attraverso l’istruzione vive una fase di stallo nel paese, e questo non va bene. Come sistema di istruzione provinciale però siamo in condizioni di fare quacosa di più.

La valutazione degli studenti stranieri non lusinghiera sui nostri docenti bravi ma snob?

Migliorare la didattica significa proprio questo, superare, grazie al confronto internazionale, la tradizione italiana, accademica, cattedratica.

I precari della ricerca?

DE PRETIS Per quello che riguarda i ricercatori a tempo determinato, quando si arriva alla scadenza, il rinnovo va basato sulla qualità del lavoro fatto. Nel panorama generale, piuttosto disarmante, abbiamo con la Pat l’opportunità di contrattare per prolungare i rapporti di lavoro. Stabilizzare invece non è la parola giusta: secondo la riforma non ci sono più ricercatori a vita, dopo tot anni uno o diventa di ruolo attraverso i concorsi oppure abbandona l’università.

Che i dottorandi facciano oltre ricerca anche qualche lezione sulla loro materia o collaborino agli esami va visto come un riconoscimento, stando ben attenti ad evitare un’automatismo verso la cattedra. Teniamo ben presente, però, che noi dobbiamo preoccuparci del loro futuro nel senso che dobbiamo dare una preparazione spendibile soprattutto fuori dall’università.

VITALE Quello che lei mi dice è abbastanza raccapricciante, e sono sicuro che ci saranno situazioni in cui è davvero così. Però secondo lo standard internazionale, il dottorando o il post-doc è precario. Quando arriva a 28-30 anni deve cercarsi una posizione permanente o andare fuori dall’università e cercarsi un lavoro.

Il modello dev’essere quello introdotto dalla Gelmini e mutuato dal mondo anglosassone: sei dottorando e io metto da parte i soldi per darti lo stipendio di professore associato. Dopo 3 anni se non ho sbagliato il mio giudizio su di te diventi professore. Inoltre, se davvero la nostra università facesse parte del “giro grosso”delle buone unviersità, il mercato per i nostri dottorati e ricercatori sarebbe l’Europa e il mondo.

Le altre cose che descrive le ritengo malcostume. E se sembra quasi essere la prassi in Italia, sono molto scettico che sia così anche a Trento. Certamente, se sarò Rettore lo scoprirò. E se succede perché insegniamo troppo, diminuiamo l’insegnamento.

ZAMBELLI Il problema è molto complesso, non possiamo da candidati fare promesse che non si possono mantenere. Non tutti quelli che oggi sono a tempo determinato potranno diventare a tempo indeterminato, non possiamo prenderli in giro, dobbiamo essere chiari.

GIANGIULIO Per me è abominevole che si sfrutti un giovane. Io vengo dalla Scuola Normale Superiore, dove fare il portaborse di qualcuno mica premiava, era squalificante. Quindi dal punto di vista etico-politico sono estremamente sensibile a questo tema. Ci sono dei problemi strutturali: non possiamo continuare a fare ricercatori a tempo indeterminato con lo stampo, perchè ci riempiamo di persone cui poi non siamo in grado di dare una prospettiva.

ANDREATTA Non ho soluzioni, ho idee. La situazione dei giovani è drammatica, anche in università non è molto meglio. Ad esempio non ci sono più docenti di ruolo sotto i 40 anni. Credo che oggi si debbano trovare incentivi per impiegare i giovani, affidandogli responsabilità dirette sia nella ricerca che nella didattica. Ci sono strozzature, c’è un ambiente accademico che è restio ad affidare responsabilità ai giovani; nello Statuto non è prevista una loro rappresentanza, e non è un caso. È una cultura generalizzata, tanto che addirittura pure gli associati sono sottorappresentanti.

ZANINOTTO In astratto con la legge Gelmini i ricercatori hanno un percorso chiaro, le posizioni temporanee sono necessarie ma occorre individuare passaggi definiti, di stabilizzazione o di abbandono. Il problema è che ora non si può assumere, non ci sono risorse. Si spera che questa sia una situazione temporanea, almeno nel particolare contesto trentino. Per quanto riguarda i dottorandi, il settore privato dovrebbe iniziare a considerarli con maggior riguardo, mentre spesso ne sottovaluta le competenze.

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Commenti (1)

Università

Io sono molto felice che ci sia una donna alla guida dell'università di Trento.
Ho apprezzato anche Bassi ma credo che una donna in quel ambiente possa dare qualcosa di diverso; soprattutto per l'estrazione giuridico-umanistica.
Matematici, fisici e ingegneri non credono molto nella "ricerca" umanistica e questo non è un bene; io sono matematico e ho sempre considerato i miei colleghi studenti di lettere, giurisprudenza e sociologia con sufficienza e ho sempre sbagliato.
Spero che possano decollare a Trento alcuni settori che reputo importantissimi (TSM- managment ed economia devono fare un salto di qualità enorme se vogliono avere una ragion d'essere e così tutti i settori dell'area MACH, sperando che sociologia e lettere possano trovare degli sbocchi anche verso l'esterno) e spero che il nuovo Rettore (DE PRETIS) possa garantire questo salto di qualità.
Mi dispiace molto per Vitale che ho sempre stimato ma credo che il suo posto sia nella ricerca (come promoter e responsabile di progetti importanti) e nel trasferire le sue conoscenze a studenti e ricercatori.
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