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Cogo: il falso e la truffa la casta e la stampa

Margherita Cogo è giuridicamente prosciolta perchè falsificare una fotocopia non è reato, e truffare i Ds che non querelano, nemmeno. Ma politicamente è colpevolissima, e così il partito che, pur sapendo, l’ha proposta e promossa. Ma se nel Pd c’è qualche segnale di risveglio etico, preoccupa l’insieme della politica e dei media: che prima di sganciarla quando ormai indifendibile, l’assessora sbianchettatrice la hanno difesa ad oltranza

Margherita Cogo

Il “caso Cogo” ora finalmente è chiaro. Le motivazioni con cui la Procura della Repubblica ne ha chiesto l’archiviazione hanno minuziosamente ricostruito la vicenda, fugando ogni dubbio, anche a chi dubbi voleva averne a tutti i costi. In buona sostanza, Margherita Cogo (del PD, già presidente della Regione e attualmente ancora assessore, sia pur dimissionaria), inviando un documento fasullo al suo partito non ha commesso un reato di falso giuridicamente dimostrabile (e quindi perseguibile); ha però perpetrato una truffa ai danni dei DS, non perseguibile in mancanza di querela della parte lesa.

In sostanza Margherita Cogo era accusata di aver presentato una documentazione fasulla al proprio partito (i DS) allo scopo di non pagare parte della quota sul Tfr liquidato dalla Regione. Dal suo assessorato era stato inoltrato un fax con una fotocopia della delibera della Regione, in cui il valore della liquidazione passava da 28.040,64 euro, a 8.040,64 attraverso la cancellazione del 2.

Per giustificarsi, la Cogo ha inanellato una serie di bugie. Ultima, la sua conclamata estraneità all’invio del fax con il documento taroccato e la velenosa insinuazione che il responsabile sarebbe stato un’imprecisata “persona a me vicina” che avrebbe voluto incastrarla. Ma la Cogo è stata smentita da una testimonianza alla Procura del tesoriere dei DS Roberto De Carli, che ha chiarito come fosse stata lei stessa a chiedergli il numero telefonico cui inviare il fax; e smentita inoltre dai suoi comportamenti successivi, compresi i versamenti bancari, che – come appunto acclarato dalla Procura – sono stati sempre in perfetta coerenza con il contenuto del documento sbianchettato, ripetutamente rivendicando di dover pagare solo la somma corrispondente ai pretesi 8.040 euro.

Tutto questo però, secondo la Procura, non è un reato perseguibile. Le ipotesi di reato infatti sono due: falso e truffa. Ora, per gli investigatori è indubbio che la Cogo (o qualcun altro su suo ordine) abbia faxato ai DS una copia taroccata del documento con cui la Regione attesta l’entità del pagamento, con il 2 sbianchettato. Ma qui nasce una questione da azzeccagarbugli: se la Cogo (o chi per lei) ha sbianchettato la copia conforme, cioè un documento ufficiale, ha commesso un reato; se invece della copia conforme ha fatto una fotocopia, ha sbianchettato e faxato quella, allora il reato non c’è più, secondo l’interpretazione prevalente (ma non univoca) della giurisprudenza; e nemmeno c’è reato se sul 2 avesse incollato un minuscolo adesivo bianco, tolto dopo la faxatura: il documento sarebbe integro, e quindi non falsificato. E’ per questo che gli investigatori avevano perquisito gli uffici e l’abitazione della Cogo: alla ricerca dell’eventuale originale taroccato. Non avendolo trovato, la falsificazione non è dimostrabile, e l’imputazione decade.

Rimarrebbe invece quella di truffa ai danni dei DS. Ma è perseguibile solo su querela di parte. E i DS la Cogo non solo non l’hanno denunciata (il che è comprensibile,) ma poi, come PD, l’hanno messa in lista, fatta rieleggere consigliera provinciale prima, capogruppo poi, e infine assessora regionale. E questo è proprio troppo.

Qui infatti, dopo la ricostruzione dei fatti e le valutazioni giuridiche, dobbiamo passare al piano etico e politico. Dovrebbe essere chiaro che chi, per risparmiare alcune migliaia di euro, invia documenti taroccati, chi truffa, non dovrebbe essere presentato alle elezioni. Non gli si dovrebbero affidare compiti istituzionali come quello di capogruppo. Non lo si dovrebbe nominare pubblico amministratore, nella fattispecie addirittura assessore regionale.

Chi sono i responsabili? Innanzitutto il partito: è il partito che redige le liste elettorali, che propone capigruppo e assessori. E sempre il partito che, pur a conoscenza della tentata truffa (la Cogo, messa alle strette, aveva poi pagato il dovuto), anzi l’aveva subita, e nonostante questo ha proposto la Cogo come rappresentante della comunità e come amministratrice. A dire il vero i DS del (peraltro discusso) segretario Andreolli si erano rifiutati di mettere in lista la Cogo per le elezioni politiche; ma poi il PD di Alberto Pacher ha deciso di dimenticare tutto, e la Cogo l’ha messa in lista e portata ai vertici dell’amministrazione. Nonostante che l’ex-segretario Mauro Bondi inviasse a tutti, organi di partito e stampa, indignate missive di protesta, corredate da una documentazione più che esauriente. Ora, che credibilità può avere un partito che allegramente sorvola su questi minimi requisiti etici?

Per fortuna il successore di Pacher, Maurizio Agostini, ha affrontato in altra maniera la questione. Ma qui il discorso si allarga.

I colleghi: roba da poco

Dalla stampa

Il fatto è che il caso Cogo può essere visto anche come rivelatore della cultura della legalità dei media e della classe politica. Che si è rivelata tremendamente incerta.

Infatti, quando si sono apprese le motivazioni della richiesta di archiviazione, e con esse gli esiti delle indagini della Procura, generale è stata la presa di distanza, più o meno netta, dalla Cogo, ormai indifendibile. Ma nelle settimane precedenti, quando la magistratura aveva avviato la sua indagine, quando il nostro giornale aveva già pubblicato le fotocopie del documento taroccato, quando insomma i contorni della questione erano già molto chiari, abbiamo assistito a una chiusura a riccio della casta politica, e ad un parallelo, preoccupante sbandamento dell’opinione dei media.

Nella politica spiccano i massimi vertici, Dellai e Durnwalder, che invitano Margherita Cogo a non dimettersi (“Cara Cogo, ti prego di restare”), Alberto Pacher (vicepresidente della Giunta Provinciale, ed ex-segretario del PD) per soprammercato aggiunge: “Per noi era una storia finita, chiarita” (bravo, si vede quanto chiarita!), “tutta questa storia ha assunto dimensioni sproporzionate rispetto al problema che l’ha innescata” (un falso e una truffa sono poca cosa?), “si tratta di una vicenda tutta interna a un partito che, tra l’altro, non c’è più” (e allora? Cosa c’è, l’amnistia?).

In buona sostanza, Pacher aveva messo la spazzatura sotto il tappeto, e ora si indigna perché gliel’hanno trovata. Fortunatamente il suo successore Agostini e, in parte, anche il gruppo del PD, ha altra considerazione dell’etica, e “il PD invita la Cogo a dimettersi”. Non trovando peraltro troppa consonanza all’interno della casta, dove si susseguono le “espressioni di solidarietà” non solo umana, anche politica con la collega da parte degli altri consiglieri, anche di opposizione.

La stampa: non è successo niente

Dalla stampa

Poi arrivano i giornali. Il direttore de L’Adige, Pierangelo Giovannetti l’8 marzo prende le distanze dall’inchiesta (“Il fatto in sé risulta veramente molto delimitato e vorrei dire quasi insignificante dal punto di vista penale”, cioè se un assessore falsifica o no documenti non dovrebbe interessare nessuno) e legge tutto come “bega suicida interna ad una forza politica... ultimo strascico della disintegrazione di un partito, i DS...” (può essere, e allora? Il fatto c’è o non c’è?), per poi concludere: “L’unica sopravvissuta era Margherita Cogo, e qualche suo ex compagno  in un cupio dissolvi generale ha pensato di affondare anche lei” (cioè il colpevole è chi – l’ex-consigliere Mauro Bondi - schifato della vicenda, l’ha denunciata).

Non molto diverso è il commento dell’altrimenti attento Franco de Battaglia sul Trentino del 10 marzo, che in risposta a una lettera di Nicola Zoller, dimostra di non credere alle accuse: “Che interesse aveva Margherita Cogo a comportarsi in maniera così maldestra? Un fax sbianchettato alle otto di sera?... Il PD farà meglio a prendere le distanze da questa inchiesta, anche se Margherita Cogo ha detto le bugie”.

Per fortuna alla stessa lettera di Zoller, ben altra è la risposta che, nello stesso giorno dà il direttore Enrico Franco sul Corriere del Trentino: sul piano giudiziario, se non salterà fuori il documento originale sbianchettato “tutto finirà in una bolla di sapone. Ciò non dovrà comportare alcun giudizio negativo nei confronti degli inquirenti che, in base alla legge, hanno dovuto procedere d’ufficio per verificare se qualcuno ha commesso il reato di falso in atto pubblico”; sul piano politico “è da chiarire se Margherita Cogo (come sostenuto dalla commissione di garanzia dei DS) ha tenuto ‘un atteggiamento ambiguo e poco corretto’ e se sì, se si tratta solo di un piccolo neo”. Commenti analogamente improntati all’attenzione all’eticità vengono scritti da Simone Casalini sul Corriere e dal vicedirettore Andrea Iannuzzi sul Trentino.

Il perfido Bondi

Ma poi si sbraca. Sul Trentino del 14 marzo Gianpaolo Tessari se la prende con il “segretario Agostini che, in un’intervista, aveva caldeggiato ‘due passi indietro’ dell’interessata, forse non sapendo (o dimenticando) che la questione era stata ampiamente discussa e superata prima e dopo il voto come avevano del resto spiegato esponenti come Kessler e Pacher. Spiegazioni che avevano convinto anche la commissione elettorale del PD che della storia era a conoscenza”. Insomma, bravi quelli che nascondono la spazzatura, pessimi quelli che sollevano il tappeto.

Dalla stampa

Tale linea di pensiero viene estremizzata su L’Adige del 18 marzo da Luisa Patruno, che frontalmente (al punto di violare la deontologia professionale) attacca il principale sollevatore di tappeti, Mauro Bondi. “Sorpresa, pure Bondi non versava ai DS” è nel richiamo in prima pagina il titolo sconcertante, sovrastato da un ammiccante “Il fustigatore della Cogo”; poi il testo del breve richiamo “Per mesi ha attaccato duramente la Cogo per i mancati versamenti agli allora DS, ma ora si scopre che anche l’ex consigliere Mauro Bondi dal 2007 non ha più versato un euro al partito”. All’interno il pezzo, dopo una colonna introduttiva che scoraggia il lettore affrettato, arriva la sostanza: Bondi in effetti, prima perché stomacato dall’inerzia del partito sul caso Cogo, poi perché uscitone, non aveva versato i contributi né ai DS nè al PD; ma li aveva versati (45% degli emolumenti) ad altre realtà politiche, il Comitato per il referendum per la Rendena e l’Associazione laici del Trentino. Insomma, il caso Bondi è l’opposto della Cogo, lui ha continuato a pagare anche quando era fuori dal partito, ma L’Adige, con il perverso giochetto (ben noto e stigmatizzato in tutte le scuole di giornalismo) dei titoli che dicono il contrario del testo, ha veicolato il messaggio opposto.

A che pro? Non sappiamo. Di certo è una cosa pessima.

Infine arriva la notizia della richiesta di archiviazione del procedimento da parte della Procura.

I giornali (i cui cronisti giudiziari annusano che non è finita) rimangono prudenti. Non rimane prudente Pacher, che scioglie un peana: “Sono contento per Margherita. Leggo che lei ha già annunciato di aver dato mandato a un legale per chiedere un risarcimento a chi l’ha accusata” (Bondi e QT, immaginiamo: ne siamo terrorizzati!), mentre obiettivo e coerente rimane Dorigatti, anch’egli consigliere del PD: “Dovremo vedere le motivazioni, perché se dovessero dire che si archivia perché non ci sono le prove, ma sulla vicenda restano molte ombre, è chiaro che la vicenda diventa irrilevante dal punto di vista giudiziario ma non da quello politico”.

Il giorno dopo vengono rese note le motivazioni, le prove sull’invio del fax, la truffa ai DS. E la Cogo la scaricano tutti.