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Papa Francesco: indietro tutta?

Il pontificato di Bergoglio è già in crisi: attaccato dagli oltranzisti, stoppato nel ricambio dei vertici della Curia, addirittura censurato dallo stesso Vaticano che rimuove dal sito ufficiale l’intervista a Repubblica. Che succede?

Nello scorso numero avevamo commentato (“Papa Francesco: rivoluzione o marketing?”) le novità introdotte da Bergoglio, a partire dalla clamorosa intervista a Repubblica. E ne avevamo discusso la portata, partendo da tre punti di vista: di un credente (Piergiorgio Cattani), di un ateo (Mauro Bondi) e di un agnostico (Ettore Paris), che avevano fornito tre diverse interpretazioni. Ora ripresentiamo quegli stessi punti di vista, a commentare quello che sembra un rapido arenarsi delle innovazioni bergogliane.

Il momento di maggiore aspettativa ed entusiasmo verso Papa Francesco era stato toccato ai primi di ottobre: il pontefice stava per recarsi ad Assisi per la festa del Patrono d’Italia e tutti erano pronti a raccontare la svolta “povera” della Chiesa. Si annunciavano discorsi eclatanti, provvedimenti concreti, riforme attese da anni. Il Papa era accompagnato dagli otto cardinali che alcuni mesi prima erano stati da lui scelti per la riforma della Curia romana: in un certo senso Francesco aveva esautorato le strutture precedenti per creare una sorta di direttorio ristretto che avrebbe dovuto portare in tempi rapidi ad una revisione di tutto l’apparato vaticano. Invece la visita si è svolta secondo programma, con la solita accentuazione sui temi della povertà e dell’attenzione alla sofferenza. Qualcuno ha detto: meglio così, i veri annunci importanti (dall’indizione del Concilio Vaticano II all’annuncio delle dimissioni di Ratzinger) sono stati dati in sordina, quasi incidentalmente, sorprendendo ancora di più l’opinione pubblica. Così avrebbe fatto anche Papa Francesco. Stiamo ancora aspettando. Allo stesso modo la vicenda Ior: appena eletto, il Papa “commissaria” l’istituto finanziario, rimuove i vertici, accenna alla possibilità di costituire una “banca etica”, suscita attesa. Ma per ora nessuna novità.

Il pontificato di Bergoglio è entrato nei mesi decisivi. Rimane poco tempo per mettere in pratica il cambio di linguaggio e di prospettiva così evidente fin dal momento della sua elezione. Le parole, i gesti, le azioni che hanno determinato un’enorme aspettativa intorno a Francesco da soli non bastano per riformare la Chiesa. Il circuito mediatico poi è spietato, è una belva affamata, si abitua subito e attende sempre qualcosa di più forte. Francesco è costretto a “fare notizia”, giungendo ad inscenare divertenti (ma forse deboli) siparietti, come all’Angelus di qualche domenica fa quando, in veste di farmacista, prescriveva la misericordia come medicina dell’anima, mandando in visibilio le suore in piazza che gratuitamente distribuivano il kit completo con tanto di rosario e immaginette. Un papa che rischia di trasformarsi in un Cossiga picconatore che faceva “il matto” perché non riusciva a cambiare nulla. Un papa che telefona a malati, soggetti deboli, carcerati, persone comuni, ma che viene invocato anche dalla fidanzata di Berlusconi che gli chiede un incontro per raccontargli il “martirio” di Silvio.

Continuare in questo modo è impossibile. Ci si comincia a chiedere, soprattutto da parte degli entusiasti della prima ora, se il cambio di stile di Bergoglio sia davvero accompagnato dalla capacità di tradurre in pratica gli slogan che contrassegnano il suo magistero. Le parole sono importanti, ma faticano a lasciare traccia, specie in una istituzione come la Chiesa. Aspettiamo ancora provvedimenti concreti.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Ne scegliamo due: i rapporti con la cultura “laica” (nell’accezione di “non religiosa”) e il tema – più astratto ma non meno decisivo – della misericordia.

Il 1° ottobre il quotidiano La Repubblica lanciava uno scoop significativo: Papa Francesco aveva concesso un’intervista a Eugenio Scalfari, il grande vecchio della laicità italiana. In essa il Papa faceva affermazioni chiare sul concetto di verità, sul primato della coscienza, sul ruolo della soggettività nelle scelte etiche. Ne abbiamo parlato nel precedente numero della rivista. Un pontefice “relativista” non si era mai visto, eppure le affermazioni di Bergoglio erano perfettamente coerenti con la sua predicazione. Finalmente sembrava che la Chiesa, pur non rinunciando a nulla della sua visione, aprisse alla possibilità che altre verità potessero generare un’etica positiva in cui la coscienza fosse in grado di valutare liberamente secondo le proprie convinzioni. Questa prospettiva comporterebbe l’accettazione del pluralismo della verità e quindi la gestione “laica” della politica: non più ingerenze ecclesiali, ma la ricerca di un comune spazio di libertà. Per capirci: basta con le pregiudiziali su testamento biologico, fecondazione assistita, ecc.

Per alcune settimane infuria il dibattito. I tradizionalisti insorgono, i fedeli sono sconcertati, i riformisti cercano di capire, il mondo laico discute. Ovviamente la corazzata Repubblica continua ad esaltare la posizione papale. Altri sono più dubbiosi sul fatto che si tratti di una vera svolta. Ed ecco che il 16 ottobre ci pensa il Vaticano a chiarire che il testo dell’intervista “non era stato rivisto parola per parola”. Quindi veniva rimosso dal sito ufficiale.

Il responsabile dell’ufficio stampa, padre Lombardi, si barcamena: “L'intervista è attendibile in senso generale, ma non nelle singole valutazioni: per questo si è ritenuto di non farne un testo consultabile sul sito della Santa Sede. In sostanza, togliendola si è fatta una messa a punto della natura di quel testo. C'era qualche equivoco e dibattito sul suo valore. Lo ha deciso la Segreteria di Stato”. Frasi che vogliono dire soltanto una cosa: il Papa si era sbagliato, qui comanda la Segreteria di Stato. Come leggere tutto questo altrimenti? Come un segnale “politico” rivolto allo stesso Bergoglio? Un’azione concordata a causa delle reazioni preoccupate di clero e fedeli? Una ritirata strategica? Qualsiasi cosa si pensi, questo è il primo, grande, scivolone del pontificato. Per questo passato sotto silenzio.

Un secondo esempio di quella che si può chiamare la stagione di crisi per Papa Francesco ruota attorno al tema della misericordia. Le prime parole del pontefice, quelle che hanno inaugurato un nuovo stile espressivo, hanno proprio puntato sull’idea che la Chiesa debba manifestare il volto misericordioso di Dio e che i cristiani debbano praticare il perdono e la riconciliazione. Non sono concetti astratti, ma il cuore dell’annuncio evangelico. La Chiesa non difenderà più i cosiddetti “valori non negoziabili” (va dato atto a Bergoglio di aver cancellato questa dizione), non bacchetterà questo o quello in nome di una presunta verità oggettiva (salvo interpretarla per certuni) e non cercherà di imporre per via legislativa la propria visione, ma sarà “un ospedale da campo” che cura le ferite, senza mettersi a misurare il colesterolo a un moribondo. Questa immagine utilizzata da Papa Francesco ha fatto il giro del mondo, suscitando grandi speranze. Su questa stessa scia molte altre affermazioni papali. Che tuttavia adesso rischiano di ripetersi: fa piacere, certo, ascoltare un Papa che dice di non voler giudicare gli omosessuali, che si scaglia contro il lusso di preti e di vescovi, che in modo sobrio e affabile si rivolge alle persone.

In concreto, però, quello della misericordia sembra essere uno slogan da cui non si possono trarre le logiche conseguenze.

Ed ecco quello che potrebbe essere considerato come un ulteriore segnale di debolezza di papa Francesco. Lui predica bene, ma intanto la Chiesa resta ferma. La questione dei divorziati risposati è sintomatica. Il papa aveva fatto caute aperture per una riammissione ai sacramenti di questi “peccatori”, e subito il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinal Müller, emanava un durissimo documento che superava per asperità i tempi migliori di Ratzinger. Lasciamo perdere la riproposizione del “matrimonio giuseppino” come possibile soluzione del problema: per i non addetti ai lavori ciò significa che una seconda unione è lecita se però si vive “come amici, come fratello e sorella”.

Commenta sulla rivista cattolica Il Regno un professore di diritto canonico, il tedesco N. Lüdecke: “Uno degli assiomi della morale magisteriale è rappresentato dal fatto che l’esercizio della sessualità è moralmente lecito solo nel matrimonio; e che ogni attività sessuale al di fuori di esso è, senza eccezione alcuna, un peccato”. Altro che indissolubilità del vincolo coniugale, il problema, purtroppo, è sempre lo stesso: la sessuofobia cattolica.

Anche in questo caso papa Francesco sembra voler scompaginare le carte proponendo un sondaggio tra i fedeli cattolici proprio su questi temi. Un’iniziativa di sicuro nuova che certifica la presenza di “un’opinione pubblica cattolica” che per la prima volta viene consultata dalla gerarchia. Alcuni commentatori parlano già di rivoluzione, ma alla fine le opinioni dei fedeli saranno vagliate da un concistoro di cardinali, ovviamente tutti uomini, celibi, over 70.

Muller però sembra voler colpire direttamente l’insistenza di Bergoglio sulla misericordia: “Attraverso quello che oggettivamente suona come un falso richiamo alla misericordia (riferito al perdono per i divorziati, ndr) si incorre nel rischio della banalizzazione dell’immagine stessa di Dio, secondo la quale Dio non potrebbe far altro che perdonare... Gesù ha incontrato la donna adultera con grande compassione, ma le ha anche detto: ‘Va’ e non peccare più’”. Certo, aggiungiamo noi, se l’adultera avesse continuato nel suo comportamento, Gesù sarebbe stato il primo a lapidarla: ma scherziamo?

Il documento, poi, attacca frontalmente i cristiani ortodossi, rei di essere troppo “liberali” e di andare contro la “volontà di Dio” perché concedono le seconde nozze. Chiusura totale dunque, alla faccia delle aperture ecumeniche di Francesco.

È difficile però dare adesso un giudizio definitivo. Papa Bergoglio ha detto parole molto significative. Ripetute in modo solenne nell’ultima esortazione apostolica “Evangelii gaudium”: Chiesa missionaria senza cercare proseliti, attenzione ai poveri, riforma ecclesiale, desacralizzazione della figura del pontefice, maggiore collegialità. Staremo a vedere, ma intanto la rivoluzione di Francesco sembra essersi arenata. E in fondo il vecchio, arcigno, antipatico ai più, conservatore, filosofo astratto, teologo rigido, papa emerito Joseph Ratzinger rischia di passare alla storia come il vero riformatore, colui che, senza parole travolgenti, senza riflettori, ha compiuto il gesto epocale delle dimissioni.

Un gesto che vale più di mille auspici.