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Rifugiati, non clandestini

L’accoglienza di profughi in Trentino ha suscitato molte reazioni infastidite e intolleranti, che però non tengono conto dei dati reali. Perché sono qui? Quanti sono? Quanto ci costano?

È una questione da prima pagina dei quotidiani, e non solo. L’accoglienza delle varie migliaia di richiedenti asilo arrivati (e in arrivo) sul territorio italiano è un tema che scalda gli animi, per strada e sui social network. E il Trentino non fa eccezione.

Basta sfogliare le accesissime discussioni che esplodono sui siti web dei quotidiani locali ad ogni notizia su nuove, potenziali od effettive, accoglienze. Fra timori di lasciar conquistare l’Italia per troppo buonismo, accuse di spreco di soldi dei trentini per metterli in tasca agli stranieri e inviti ad accogliere i richiedenti asilo presso le abitazioni dei vertici della Provincia. In questo contesto gli amministratori, con le elezioni comunali di maggio in vista, cercano di mediare tra la pressione popolare e l’obbligo di accoglienza sponsorizzato dalle autorità provinciali; chi con una sincera volontà di raggiungere un punto d’intesa, chi con la deliberata intenzione di specularvi elettoralmente.

Non si può negare che esista un’ostilità di fondo, viscerale, in alcuni settori della società, che nessun contro-argomento può scalfire. Basta pensare all’accusa di stupro lanciata, nel luglio scorso, contro gli ospiti del campo di Marco. Con immediatezza, lo stupro di Marco è passato da sospetto a fatto assodato nell’immaginario collettivo. Generando un clamore assordante, salvo scomparire in un silenzio imbarazzato una volta palesatasi l’insussistenza del caso. Questo non può però bastare ad archiviare tutte le ansie che gravano sul sistema di accoglienza. È quindi lecito chiedersi se questo allarmismo trova giustificazioni giuridiche, economiche o di ordine pubblico.

Stiamo davvero accogliendo ingenuamente un invasore, e sprecando i soldi di tutti per metterli in tasca di stranieri poco raccomandabili? O stiamo, come ripete ad ogni occasione utile il segretario della Lega Matteo Salvini, lasciando entrare nel nostro paese un 80% di clandestini con velleità criminali per il bene di un 20% di “fratelli” in fuga dalla guerra? Per rispondere a queste domande, non si può che affrontare un’ampia vastità di piani: dalla politica al diritto internazionale, all’economia, fino a guardare del sistema locale di accoglienza nei suoi aspetti numerici e qualitativi. Per arrivare alla scoperta diretta di queste persone: chi sono, da che esperienze vengono, cosa si aspettano dal futuro.

Da dove nasce l’accoglienza

Prima di tutto, i termini. Quando si parla di “profughi”, termine colloquiale, si indicano più precisamente i richiedenti protezione internazionale ed i rifugiati. Migranti del tutto distinti da chi arriva per cercare lavoro o ricongiungersi a un familiare, la cui permanenza è regolata da leggi del tutto differenti.

La Convenzione di Ginevra del 1951, ratificata dall’Italia quattro anni dopo, ha formalizzato questa figura già esistente, definendo rifugiato “chiunque, nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.

La possibilità di garantire l’accoglienza a chi rientra in questa definizione (nella prassi spesso, e comprensibilmente, ampliata per includere anche chi fugge da guerre e carestie) è quindi in primis un obbligo internazionale dell’Italia. Che ha già accolto ingenti numeri di persone in passato, soprattutto con circa 77.000 accoglienze durante i conflitti balcanici. E che, negli ultimi anni, sta imbastendo un sistema di gestione del fenomeno. (vedi scheda 1) Nei primi anni 2000, poi, grazie soprattutto all’implementazione del cosiddetto Regolamento Dublino, l’Italia è entrata a far parte di un sistema europeo che aspira ad armonizzare procedure e standard di accoglienza. Che al momento rimane famoso più che altro per le norme, di difficile applicazione, che impongono ai migranti di richiedere asilo nel primo paese dell’Unione in cui vengono identificati, ignorando aspirazioni e reti sociali.

Invasione?

Negli ultimi anni, il numero di persone richiedenti asilo in Europa e in Italia è aumentato significativamente. Secondo i dati Eurostat, un primo boom è arrivato nel 2011, quando il nostro paese ha raccolto oltre 34.000 domande di asilo. L’Italia rimaneva, comunque, il sesto paese europeo per numero di domande raccolte nel 2013 (oltre 27.000, rispetto alle circa 110.000 della Germania). Le cose sono cambiate nell’ultimo anno, quando si stima che siano circa 170.000 le persone entrate, soprattutto via mare, nel nostro paese. Tuttavia, approfittando delle lacune del sistema di accoglienza, e in particolare dei ritardi nell’identificazione tramite impronte digitali necessaria per applicare il Regolamento Dublino, una gran parte ha lasciato l’Italia per recarsi in paesi dalle maggiori opportunità. Benché aumentate di parecchio, le richieste d’asilo sono state quasi 65.000.

Tale aumento è facilmente spiegato dagli eventi politici internazionali. Negli ultimi anni, soprattutto come conseguenza delle primavere arabe, nel mondo sono cresciuti i conflitti, e di conseguenza anche il numero di persone che da essi fuggono. In particolare le esplosioni di violenza in Siria e, proprio nel 2014, in Libia hanno generato dei veri e propri esodi. Che non si tratti di “invasione” dei poveri verso paesi più ricchi, ma di un fenomeno molto più complesso lo dimostrano, impietosamente, i numeri.

Secondo l’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), l’86% dei rifugiati è accolto da paesi del Terzo Mondo, soprattutto limitrofi a quelli in conflitto. Mentre l’Unione Europea ne accoglie molto meno del 10%. Tanto per capire, se nel Libano, confinante con la Siria, circa il 20% della popolazione è rifugiato, nell’Italia (e in Trentino), confinante con la Libia e con qualche responsabilità nell’esplosione della violenza in quel paese, i rifugiati sono meno di 1 su 1.000.

L’accoglienza in Provincia

Gli ultimi avvenimenti hanno spinto anche i governi italiani a fare dei cambiamenti nelle politiche sull’asilo. La scintilla è scattata con l’onda emotiva generata dalla strage del 3 ottobre 2013, quando oltre 300 persone sono affogate nel canale di Sicilia. L’allora governo Letta ha ceduto alle pressioni contro le criticatissime politiche dei respingimenti finanziando la celeberrima operazione di pattugliamento e salvataggio “Mare Nostrum”. Ad essa è stato collegato un ulteriore progetto per garantire l’accoglienza a tutte le persone, prevalentemente in fuga dalla Libia, raccolte in mare. Ed è all’interno di questo programma che sono arrivati coloro i quali, “distribuiti” dallo Stato per quote provinciali calcolate in base alla popolazione, hanno generato tanta attenzione mediatica e popolare.

Il braccio operativo della Provincia nell’ambito delle politiche per l’asilo è il Centro Informativo per l’Immigrazione (Cinformi), che si avvale della collaborazione di varie organizzazioni del privato sociale, come il Centro Astalli Trento, specializzato in sostegno ai richiedenti asilo, e l’Associazione Trentina Accoglienza Stranieri (ATAS).

Fino al 2011 in Provincia erano accolte 30 persone, metà delle quali inserite in un progetto del Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). La prima ondata di sbarchi dovuti alle primavere arabe ha portato ad un significativo aumento, con qualche centinaio di persone accolte. Nel 2014, invece, i posti ordinari, cioè all’interno del sistema SPRAR, sono aumentati fino a 140. Contestualmente, la Provincia ha stipulato un protocollo d’intesa con il Commissariato del Governo per l’accoglienza straordinaria post-Mare Nostrum. Nel corso dell’anno, lo Stato ha progressivamente innalzato fino all’attuale 431 la quota di posti che la Provincia deve poter garantire.

In questo contesto, come nel 2011, la Protezione Civile ha messo a disposizione il campo di Marco di Rovereto per la prima accoglienza. Il primo gruppo è arrivato dalla Sicilia il 22 marzo scorso. Da allora, i dati Cinformi indicano che le persone passate a Marco sono state 933. Ma ben 592 di loro, tra cui la totalità dei siriani, hanno lasciato il Trentino pochi giorni dopo il loro arrivo, beneficiando solo dell’assistenza umanitaria e sanitaria di base. Confermando che spesso le aspettative dei migranti si rivolgono più a nord dell’Italia. Sono quindi 341, 90 in meno della quota massima, coloro i quali hanno scelto di chiedere la protezione internazionale in Trentino.

Chi, dove?

Di questi 341, la stragrande maggioranza sono maschi, giovani adulti, con un’età media intorno ai 25 anni. Le nazionalità sono svariate: i gruppi nazionali più folti sono la Nigeria e il Bangladesh, ma c’è anche una forte presenza di persone provenienti da stati dell’Africa occidentale (Mali, Senegal, Gambia, Guinea, Sierra Leone, Costa d’Avorio) e qualche pachistano. Tutti vivevano in Libia al momento del degenerare della violenza e da quelle coste tutti hanno iniziato il loro viaggio nel Mediterraneo, consapevoli che l’arrivo dall’altra parte non fosse una certezza.

L’ex studentato di via Brennero, che ospita attualmente una settantina di persone

L’organizzazione dell’accoglienza di queste persone è stata, ed è, in continua evoluzione. Fino all’inizio dell’inverno si è fatto sostanzialmente conto su tre grandi strutture straordinarie. Il campo di Marco ospita oggi 42 persone, ma è arrivato ad accoglierne oltre 100. L’Ostello Madonna della Neve di Castelfondo, in Val di Non, si sta svuotando delle 88 che là vivevano ad inizio 2015, mentre l’ex studentato di via Brennero a Trento accoglie tuttora 68 persone. Oltre ad alcune decine che sono riuscite a beneficiare di posti nel progetto ordinario, con il passare del tempo il Cinformi, guidato da Pierluigi La Spada, sta cercando di facilitare l’evoluzione verso un sistema di accoglienza più diffusa. Piccoli centri, meglio se appartamenti, di minore impatto verso la comunità e più attenti alle necessità dei singoli. Soprattutto dopo l’apertura di un bando per i privati, questa prospettiva si sta concretizzando, con l’apertura di centri di medie dimensioni ad Isera, Rovereto e Miola di Piné, e di piccoli progetti in appartamento, cominciati o in cantiere.

Vite in attesa

Oltre a vitto, alloggio e generi di prima necessità (per i cui costi vedere la scheda 3), il sistema di accoglienza garantisce ai richiedenti mediazione linguistica, corsi di italiano, ed alcune iniziative informative ed opportunità ricreative che riescono ad interrompere una quotidianità fatta, sostanzialmente, di attesa. Attesa, soprattutto, della convocazione della Commissione territoriale e della conseguente decisione sulla possibilità di rimanere in Italia (scheda 2), che ruota attorno ad alcuni punti fermi. Uno su tutti, il cellulare. Strumento imprescindibile, soprattutto se di ultima generazione. Non solo per parlare alcuni minuti al giorno con i familiari più stretti: continue foto e profili Facebook servono per ricrearsi un’identità, agli occhi sia del mondo che ci si è lasciati alle spalle, e che continua ad osservare curioso, che di quello in cui si è arrivati. Un’attesa che risulterebbe insopportabile ad un qualunque italiano, ma che, sebbene generi frustrazioni, costituisce anche un momento di tranquillità dopo eventi burrascosi. Che molti raccontano con una naturalezza sorprendente, soprattutto quando si rendono conto di quanto fuori dall’ordinario sia, per un europeo, la loro esperienza.

Per lasciare il Mali sono salito su una jeep con altri 25, ed abbiamo attraversato il Sahara con una bottiglia d’acqua a testa” - mi ha raccontato un ragazzo di vent’anni.

Appena arrivato in Libia, mi hanno arrestato, senza motivo. Sono rimasto in carcere tre mesi. E lì, i carcerieri non sono gentili” - mi ha detto un altro maliano.

Sono scappato da un gruppo di ribelli che nel mio paese, in Kazamaz (regione del Senegal) stavano reclutando con la forza ragazzi per unirsi a loro. Arrivato in Libia, sono stato catturato e rivenduto ad un padrone, che mi ha fatto lavorare per lui per ripagare l’avermi riscattato”.

Sono storie che generano spesso un forte sentimento di ostilità verso la Libia, “terra violenta” ed invece gratitudine verso l’Italia. Ben esemplificata dalla reazione commossa di un ragazzo pachistano ad un manifesto pubblicitario della Guardia di Finanza. “Fi-nan-za. C’era scritto sulla nave che ci ha salvato e portato in Sicilia”.

Rifugiati vs. clandestini?

È dal contatto quotidiano con le persone che si intuisce come non esistano differenze semplici tra chi scappa da un conflitto ed i normali “clandestini” ma, al contrario, una profonda complessità di storie che gli operatori legali del progetto, assunti dal Centro Astalli Trento, hanno il compito di raccogliere, documentandosi sulla loro veridicità per fornire consulenza sulle concrete possibilità di ottenere la protezione internazionale. Un ruolo molto delicato, che prevede la spiegazione di non banali elementi di diritto a persone spesso poco istruite, e un intervento sulle enormi aspettative generate da un percorso migratorio.

Come nel caso delle molte persone che si trovavano in Libia, paese ricco di proventi del petrolio, per lavorare, senza alcuna intenzione di raggiungere l’Europa. Sorpresi dalla violenza, hanno preso la prima via di fuga. E si trovano, oggi, con la pressione di chi, a casa, ha scommesso molto su di loro. In queste condizioni, anche il rimpatrio assistito, una delle opzioni possibili soprattutto per chi rischia di non ottenere la protezione internazionale, diventa una scelta molto difficile, che comporta l’accettare un grande fallimento, insieme alla sensazione di aver fatto enormi sforzi, e corso enormi rischi, per nulla. È il caso, ad esempio dei molti di originari del Bangladesh, scappati dalla violenza libica ma che vedranno la loro richiesta valutata in base alla situazione in patria, dove le famiglie contano sulla loro capacità di inviare un po’ di denaro.

I richiedenti asilo che stiamo accogliendo sono un variopinto mosaico di persone le cui traiettorie sono estremamente complesse, nelle quali loro raramente hanno avuto un ruolo da protagonisti; delle cui difficoltà ed aspirazioni può essere forse impossibile farsi carico, che però non si possono liquidare con semplicità, ma hanno bisogno di ragionamenti complessi. Molto difficili da portare avanti se intorno si è circondati da schiamazzi.

SCHEDA 1. Il Sistema di accoglienza

Gli obblighi internazionali dell’Italia prevedono che sia garantita l’accoglienza ed un percorso verso l’autonomia a chi richiede la protezione internazionale e, per un po’ di tempo, a chi la ottiene. Il sistema nazionale che dovrebbe garantire questo diritto è però piuttosto confuso. Attualmente esistono ben tre programmi di accoglienza. Secondo dati di ottobre 2014 del Ministero dell’Interno, i Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo e Rifugiati (CARA), grandi strutture presenti soprattutto al sud, ospitano oggi circa 10.000 persone. Il Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) pratica un’accoglienza spesso più diffusa, in strutture di piccole dimensioni, e su tutto il territorio nazionale e ospita circa 18.000 persone. Infine, i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), creati per rispondere alle recenti emergenze, ospitano oltre 30.000 persone. Troppe diseguaglianze negli standard di accoglienza, l’opacità della gestione finanziaria (soprattutto dei CAS) e la carenza di posti per soddisfare tutte le richieste sono le principali critiche che arrivano al sistema di accoglienza italiano.

SCHEDA 2. Gli step della richiesta di asilo

Fare una richiesta di asilo in Italia non è un processo semplice, i cui tempi si stanno allungando molto in seguito all’aumento delle richieste. Dopo un colloquio in questura in cui le persone vengono identificate e formalizzano la loro richiesta di asilo, ottengono un primo permesso di soggiorno di tre mesi, rinnovabile per altri tre. Fino al terzo permesso, che dura sei mesi, le persone non hanno il diritto di essere assunte con contratto di lavoro, in modo da disincentivare un radicamento che può essere reso inutile da una risposta negativa. Qualche mese dopo la richiesta, una delle Commissioni Territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato convocherà il richiedente per un’audizione. Chi è accolto in Trentino deve andare a Gorizia, anche se è attesa a giorni l’apertura delle Commissione Territoriale di Verona. È la Commissione, composta da quattro membri, a decidere sul riconoscimento della protezione internazionale. Che può risultare in uno status di rifugiato, che dà diritto ad un permesso di soggiorno di 5 anni, o di protezione sussidiaria (3 anni) od umanitaria (1 anno). In caso di risposta negativa, invece, lo straniero ha 30 giorni di tempo per fare ricorso presso un tribunale ordinario, prima di diventare irregolare sul territorio. Nel 2013, il 29% delle richieste d’asilo fatte in Italia ha avuto esito negativo.

SCHEDA 3. I costi

Per la gestione delle strutture, da dati Cinformi, sono stati spesi, dall’inizio del programma, poco meno di 1 milione e 300.000 euro. Una media di 29,7 euro al giorno per ogni persona accolta, rispetto ad una soglia massima, garantita dallo Stato, di 30. Al contrario di quanto si legge su molti commenti, però, di questi solo 2,5 euro al giorno arrivano in mano ai richiedenti asilo. Risorse utilizzate, nella quasi totalità, per l’acquisto di ricariche telefoniche, elemento fondamentale di contatto con le famiglie lontane. Il resto delle risorse permette di pagare l’accoglienza, il cibo, i generi di prima necessità (e creando così 30 posti di lavoro tra gli operatori). Dal punto di vista economico non ci sono dubbi: più che risorse rubate ai trentini, l’accoglienza post-Mare Nostrum ha fatto confluire risorse dello Stato (e, quindi, di contribuenti non trentini), nell’economia locale.