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Custodi forestali, la controriforma

Nell’arco alpino, oltre al Corpo Forestale, statale, ci sono sempre stati i Custodi forestali, figure legate all’aspetto economico, oltre che naturalistico, della montagna. Loro compito era controllare il patrimonio boschivo delle Asuc, dei Comuni, con competenze anche amministrative. Una funzione storica, questa, che è andata lentamente estinguendosi, con i Custodi rimasti solo in Friuli e in Trentino.

Nel 1976 in Trentino si cambia. Prima in molti comuni i Custodi, allora dipendenti comunali, venivano impiegati nei compiti più vari: in estate un po’ di polizia boschiva, assegnazioni della legna, e poi in inverno venivano adibiti a qualunque lavoro manuale; del resto venivano assunti senza qualifiche precise, la selezione al concorso era minimale e vi arrivavano per lo più boscaioli o contadini. Nel ‘76 dicevamo la Provincia interviene con una Legge, obbliga i Comuni ad associarsi in Consorzi di Vigilanza Boschiva (saranno 42, fino all’altro giorno), stabilisce le mansioni, un regolamento, paga il personale (80% del costo) e fornisce divise, tesserino di agente di Pubblica Sicurezza e avvia dei corsi di formazione. Vi si accede al posto solo per concorso e dal 1991 si deve essere in possesso della scuola media superiore, diploma di esperto forestale o laurea in scienze forestali. I custodi così assolvono i compiti di polizia forestale, diventano 171 più i dipendenti della Magnifica Comunità di Fiemme (9) e della regola feudale di Predazzo. Se il Trentino ha un buon ambiente, se la biomassa dei boschi si è più che raddoppiata negli ultimi lustri, è dovuto anche alla presenza di questi controllori (che si affiancano al Corpo Forestale provincializzato, che però ha solo compiti, peraltro importantissimi, naturalistici).

Poi si cambia ancora. E sembra una controriforma. A livello statale le leggi di stabilità dei vari governi, individuano nei Forestali, facendo di ogni erba un fascio, una sacca di inefficiente clientelismo, e impongono un’assunzione ogni 5 dimissioni o pensionamenti. Anche in Trentino il Corpo forestale vede i suoi effettivi ridursi, da oltre 300 a 240 (di cui 60 a lavorare negli uffici delle Torri. Contemporaneamente la Provincia, passata dall’era Micheli all’era Dellai e poi a quella Dallapiccola, delega ai cacciatori i censimenti della fauna, depenalizza molti reati di caccia, apre la maggioranza delle strade forestali al transito prima dei cacciatori, poi di tutti i residenti. Anche il vincolo idrogeologico viene quasi anullato, lo si mantiene solo sopra i 1600 metri.

Infine la storia recente: nel dicembre 2015, tutti e 42 i consorzi di vigilanza boschiva vengono sciolti ed i dipendenti ritornano ad essere comunali. E qui nascono nuovi problemi. La figura del custode è imbarazzante per i sindaci. Lavorano e controllano il 90% del territorio, tutto quanto è esterno all’ambito urbanizzato: tagli boschivi, gestione di pascoli e baite pubbliche, delle malghe, assegni di uso civico, lavorazioni del bosco; ma specialmente affiancano la forestale, sempre più carente di personale, in servizi come censimenti, rispetto delle leggi ambientali, caccia, pesca, ristrutturazione di baite. Tutto quanto i sindaci non vedono, a volte nemmeno conoscono: insomma, danno fastidio.

Ed ecco la controriforma: i Comuni, gestiti da cacciatori e gestori di pascoli e malghe, cioè i controllati, limitano il lavoro dei controllori. Esigano che i custodi siano gestiti dagli assessori comunali e non più dalla forestale, impongono timbratura del cartellino entrata ed uscite, meno polizia possibile. E soprattutto una riduzione drastica del loro numero, da 171 possibilmente a 101, strettamente controllati dal Comune e svincolati dalle stazioni forestali.

Forse non sarà facile perseguire tutto questo. I custodi non sono più figure di montanari ed ex boscaioli dotati di scarsa cultura: molti giovani entrati sono laureati, i giovani tutti diplomati, sono entrate le figure femminili, stanno difendendo il loro complesso ruolo con i denti.