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QT n. 4, aprile 2022 Servizi

Rifiuti urbani: si guarda al passato

... per investire nel solito inceneritore.

Attorno al tema dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani il giro degli affari attrae sempre. Anche per questo motivo, un po’ ovunque in Italia, l’argomento non viene affrontato in tutta la sua complessità. O si improvvisano soluzioni, o magari si sperimenta, ma una regia nazionale della gestione di quanto rimane dei nostri consumi proprio non la si affronta. Siamo sempre in ritardo, un ritardo culturale, di efficienza, nella infrastutturazione del servizio come nella formazione dei cittadini: tutto sembra dilatato per rimanere in emergenza. E nelle emergenze emergono soluzioni sempre parziali.

In questa situazione di improvvisazione è ovvio che il mondo imprenditoriale non rimanga a guardare. Le risorse stanziate sul tema dal ministero della Transizione ecologica per strutturare una economia circolare del rifiuto sono di 2,1 miliardi di euro, risorse del PNRR; di questi denari 1,5 miliardi sono destinati ad investimenti pubblici e 600 milioni per le imprese private.

Le proposte arrivate sui tavoli dei ministeri a Roma richiederebbero 12 miliardi di disponibilità suddivisi in 4114 bandi. Il viceministro con delega alla Economia circolare, Vannia Gava, si dice ottimista, affermando che il nuovo piano nazionale per la gestione dei rifiuti eliminerà le inefficienze e le diseconomie diffuse nel paese e trasformerà i rifiuti da problema a risorsa. La sua prospettiva è rivolta alla costruzione di termovalorizzatori e ad impedire in modo drastico il cosiddetto turismo dei rifiuti fra diverse regioni.

Anche il Trentino lavora sull’improvvisazione, specialmente guardando al passato. Il quinto aggiornamento del Piano provinciale di gestione dei rifiuti del Trentino, appena approvato dall’Azienda sanitaria e dall’Agenzia provinciale per la protezione ambientale, sembra infatti assolutamente inadeguato ad affrontare la complessa realtà provinciale.

Le associazioni ambientaliste hanno giudicato il piano privo di prospettiva, denunciano come nemmeno si provi ad affrontare i ritardi accumulati. L’attuale amministrazione provinciale in tre anni di governo è rimasta spettatrice, mentre le discariche si esaurivano (non viene spiegato perché Ischia Podetti abbia ridotto di ben due anni i tempi di utilizzo e si ritrovi improvvisamente satura). L’emergenza ha così portato ad imporre anzitutto le riaperture di discariche chiuse da un decennio, in valle di Non e nel Primiero. Si tratta di discariche che erano in attesa di corposi interventi di bonifica, non certo di un potenziamento. Ma l’assenza di programmazione è stata devastante, nonostante si sappia da un trentennio che il Trentino non ha più disponibilità di spazi adeguati e sicuri per ospitare una discarica (quelle utilizzate nel passato insistono tutte sugli argini di fiumi), perché la situazione morfologica della valle dell’Adige impedisce la costruzione di inceneritori e non può offrire ai cittadini in materia di salute sicurezza certa.

La discarica di Ischia Podetti

Nell’ultimo decennio, anche a causa di un accentramento delle competenze, è saltata ogni azione informativa e formativa dei cittadini: infatti il rifiuto raccolto con la differenziata in molte realtà è di scarsa qualità, tanto che si arriva ripetutamente a vedere prodotti che vengono rifiutati dagli acquirenti nazionali, per finire quindi ovviamente in discarica, fino a ieri ad Ischia Podetti. Nel Piano non si ritrova nessuna spiegazione di una realtà rimasta tanto arretrata, immaginiamoci se ci si preoccupa di pianificare un recupero del problema. Non si spiegano nemmeno le motivazioni che stanno alla base delle enormi differenze quantitative della raccolta differenziata: alcuni territori (Fiemme e Primiero) rimangono stabilmente attorno all’82-85%, mentre altri arrivano solo al 64% Alto Sarca e Ledro e al 69% Rovereto.

A Pergine invece di risolvere

si sperimenta

Anche l’associazione Medici per l’ambiente è allarmata e richiama l’attenzione dei cittadini su quanto sta avvenendo a Pergine. Provincia e amministrazione comunale intendono infatti sperimentare un impianto di termo-ossidazione di rifiuti. Mentre APPA (Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente) afferma che gli effetti negativi sulla salute di questa metodologia sarebbero importanti solo in caso di grandi quantità di emissione e di tempi prolungati di esposizione, i medici sostengono che i rischi si protraggano nel lungo termine, aumentando significativamente le patologie legate agli inquinanti; e che nell’analisi si trascura l’effetto cumulativo di un insieme di fattori da sempre preoccupanti nell’Alta Valsugana, primo fra tutti il traffico del pendolarismo. I rischi ormai assodati dalla ricerca scientifica ricadrebbero sul sistema endocrino, su patologie cardiache e aumento degli ictus.

Anche i consiglieri di opposizione sono allarmati, tanto da denunciare che si tratterebbe di una sperimentazione studiata sulla pelle dei cittadini, che si sono trascurate valutazioni serie sul principio di precauzione, così come è stata ignorata la vicinanza, oltre che delle abitazioni, di un asilo, delle scuole e di un centro giovani.

Ritornando all’effetto cumulativo, si deve tener presente che in Europa le morti per inquinamento sono 7 milioni l’anno; per fare un confronto, quelle complessive causate dalla pandemia di COVID sono 6,5 milioni diluite su due anni e più. Insomma, da tempo queste ipotesi di sperimentazioni appaiono sorpassate: i dati scientifici raccolti non solo in pianura padana, ma un po’ ovunque, creano allarmi giustificati.

Eppure la Provincia sembra abbia deciso, incurante delle critiche. Ogni passaggio partecipativo è pura formalità, si vedano le audizioni in Terza Commissione, e il cittadino sembra rimanere definitivamente escluso anche dai passaggi formativi sui territori. In tale sistema di improvvisazione si cede sempre alla soluzione più sbrigativa e meno trasparente: l’investimento nel solito termovalorizzatore o termodistruttore.

Nel piano nemmeno viene presa in considerazione la possibilità di ricorrere all’utilizzo di impianti di smaltimento a noi vicini - Bolzano, ma non solo - nonostante queste infrastrutture fuori provincia e regione siano attualmente sotto-utilizzate.

Non c’è alcuna certezza temporale riguardo il comunque costoso risanamento delle discariche, e intanto non si investe nella informazione e specialmente non si impone una soglia minima di raccolta differenziata da raggiungere su tutti i territori, perlomeno l’85% subito e il 90% con un impegno di condivisione sull’intero territorio in tempi appena più lunghi.

L’inefficienza amministrativa di questo governo provinciale ormai tocca tutti i settori. Certo, la componente politica è la diretta responsabile di tanto decadimento, ma per essere arrivati a questo punto ci sono evidenti lacune anche nelle figure dirigenziali dei diversi servizi, partendo dal vertice impersonato nell'ing. Raffaele De Col, impegnato ovunque, dalla Protezione civile agli aiuti ai profughi dell’Ucraina, dalle foreste fino alla caccia a orsi e lupi, dal settore della sicurezza idraulica fino all’urbanistica e alla mobilità. Ci si deve chiedere cosa abbiano fatto questi dirigenti in tre anni di amministrazione mentre il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti assumeva i contorni dell’emergenza. È probabile che anche loro attendessero la scelta del grande impianto, ovviamente teso a produrre energia definita alternativa ai combustibili fossili, il classico termovalorizzatore che i cittadini trentini hanno respinto a gran voce fin dai tempi di Dellai.

Invece di guardare avanti questi politici e tecnici tengono la testa rivolta all’indietro. Un pessimo segnale che comunque fa sicuramente piacere ad una categoria