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QT n. 4, aprile 2024 Cover story

Vanoi: la pianura sprecona svuota le acque trentine

Zaia impone i suoi diktat alla montagna trentina. E Fugatti acconsente

Daniele Gubert

I residenti nell’alto Feltrino e del Primiero sono stati portati in un aspro conflitto: la Regione Veneto e il Ministero dell’agricoltura vogliono imporre al territorio una nuova grande diga (vedi QT n° 7 del 2023). Non c’è dubbio che l’agricoltura della pianura vicentina abbia sempre più sete. Anche perché per lunghi anni i consorzi agricoli hanno continuato a sperperare la risorsa idrica. Solo il 16 % delle colture dell’area del bassanese è irrigata a goccia (in Trentino la percentuale è del 90%). Si è investito in un’agricoltura marcatamente industrializzata, con grandi allevamenti e coltivazione di specie a forte consumo idrico come il granoturco. Si è scelta la strada più semplice: attingere a più contributi possibile offerti dall’Unione Europea, imitando le grandi estensioni delle pianure del Nord Europa o della Francia, e si è cancellata la specificità molto più articolata, ricca di diversità, di questa terra a ridosso delle Alpi.

I fondi per il grande invaso si attingono dal PNRR nazionale, il Ministero dell’Agricoltura sembra avere pronto il progetto ma non lo rende pubblico, tanto che nemmeno il presidente della Provincia di Trento, a suo dire, ha potuto visionarlo. Rendere impraticabile il percorso della trasparenza non può che alimentare sospetti. Certo è che in quell’area un nuovo bacino non lo si può imporre: per ragioni sociali, per il dovere di tutelare biodiversità e il paesaggio, ma specialmente perché le due sponde che dovrebbero accogliere l’acqua del prospettato bacino presentano rischi geologici di massima evidenza e certificati da decenni nella pianificazione provinciale del Trentino. Un colle a monte del Vanoi porta un significativo nome, che evoca una distante ma non dimenticata tragedia, quella del Vajont. Il colle Tòc. Il rispetto del solo principio di precauzione dovrebbe cancellare questo progetto da ogni agenda.

C'è poi l’aspetto della democrazia. Il Decreto legge 39/2023, denominato Decreto siccità, impone i commissariamenti delle opere. Lo Stato si appropria di decisioni umiliando le competenze istituzionali decentrate e il diritto di partecipazione e controllo dei cittadini nel governo dei beni comuni. Si dà così il via a una guerra dell’acqua.

Le alternative alla diga ci sono

Da tempo si convive con lunghi periodi di siccità alternati a eventi alluvionali devastanti, un tema accentuato dalla crisi climatica. Non c’è dubbio che il problema vada affrontato in una logica solidaristica, auspicabilmente attraverso percorsi partecipati e in assenza di imposizioni. Da tempo è possibile investire in alternative efficaci. Solo a fine febbraio 2024 il presidente veneto Zaia passava da uno schermo all’altro prendendosi il merito di aver evitato nel vicentino un'alluvione catastrofica, causata dalla caduta di 188 mm. d’acqua in 24 ore e dallo straripamento del torrente Bacchiglione. Come? Grazie alla costruzione di casse di espansione dove far defluire le piene, grazie a una serie di realizzazioni, pensate fin dal 2007 da Veneto Agricoltura e alcune realizzate in 7 siti pilota nell’alta pianura vicentina. Opere multifunzionali, poco impattanti, poco costose. Si tratta della tecnica delle Aree forestali di infiltrazione (AFI), superfici boscate messe a dimora e coltivate per favorire l’immissione di acqua superficiale nel sottosuolo per la ricarica delle falde, che oltre alla difesa idrogeologica delle città porta risultati di ripristino dei suoli e delle falde acquifere.

Le falde della pianura padana sono sempre più impoverite causa la pressione dei prelievi di un'agricoltura disattenta, ovunque scompaiono fontanili. Le AFI offrono risposte alla continua crisi idrica. Risolvono problemi irrigui, potabili e civili, portano a un ripristino degli habitat naturali, offrono ricadute economiche innovative nel settore della forestazione artificiale, una integrazione culturale col turismo, evitano consumi di suolo diffusi.

La tecnica è stata spiegata il 4 febbraio a Lamon dal prof. Arturo Lorenzoni, docente di Economia dell’energia all’Università di Padova, ma è stato studiato anche dal prof. Giustino Mezzalira di Veneto Agricoltura.

Le alternative alla diga dunque ci sono. È opportuno chiedersi perché non si investa in realizzazioni diverse. Come è opportuno chiedersi perché non si svuotino i grandi invasi dall’accumulo di materiale trasportato negli anni dai torrenti. Non solo in Primiero, ma ovunque, queste dighe hanno perso la loro capacità di ritenzione idrica, di laminazione. Perché non programmare un intervento massiccio di prelievo di questi materiali, e laddove possibile riutilizzarli a fini industriali? Forse una risposta a questa domanda la si trova nel bilancio della Regione Veneto. Questa amministrazione spende solo 40 milioni l’anno per interventi sulla sicurezza dei corsi d’acqua. E allora, invece di investire imponendo manufatti imponenti, perché non ricercare nuovi percorsi?

Alcune proposte e risposte le troviamo nell’intervento che segue, curato da Daniele Gubert, uno dei protagonisti della opposizione al nuovo invaso del Vanoi.