Inchiesta “Romeo”, liberi per strategia dell'accusa
La Procura sceglie i tempi lunghi per arrivare ad un eventuale rinvio a giudizio.
Dagli arresti (domiciliari) del 3 dicembre scorso, giorno in cui era esplosa l’inchiesta Romeo, la situazione personale dei principali indagati è progressivamente migliorata.
Dalla sindaca di Riva Cristina Santi a cui i domiciliari erano stati cancellati quasi subito, dopo un lungo colloquio con il gip, passando per Paolo Signoretti e fino ad Heinz Peter Hager per il quale l’ultima misura interdittiva, l’obbligo di dimora, è stato cancellato alla fine di aprile.

Tutti più o meno liberi e quindi meno “colpevoli”? (a parte l’ex senatore Vittorio Fravezzi, che sempre a fine aprile è stato rimandato ai domiciliari per aver violato il divieto di avere rapporti con la pubblica amministrazione; divieto che permane comunque per gli indagati “privati”).
L’avvocato Andrea De Bertolini ci spiega il senso di queste decisioni dei giudici.
“È stata direttamente la Procura a chiedere la revoca delle misure più afflittive, i domiciliari - ci dice - per un motivo tecnico importante: mantenere quelle misure di custodia avrebbe significato l’obbligo, da codice di procedura penale, di fare il cosiddetto giudizio immediato, che ha tempi molto stretti, di qualche mese. Quindi la Procura chiede la revoca per liberarsi dalla scadenza che l’avrebbe obbligata a procedere. In questo modo ha preso tempo per ponderare meglio quello che, presumo, nel frattempo gli è arrivato dalle difese”.

La vox populi che, comprensibilmente, non riesce a valutare le tortuosità dei percorsi processuali, ha letto questo passaggio come un “allora non sono colpevoli”.
Noi, decisamente più “giustizialisti”, pensiamo che anche approfondimenti dell’indagine possano giustificare la necessità di tempo. Anche perché uno dei principali problemi dell’inchiesta Romeo sta nel dimostrare una corrispondenza precisa tra i comportamenti degli indagati “privati”, che hanno lavorato soprattutto per far pesare in tutti i modi la propria influenza sulle decisioni comunali, e il principio intangibile del diritto penale per cui non c’è reato se il tuo comportamento comunque antigiuridico non è descritto a priori dalle norme.
In qualche modo questa indagine si situa sul confine più scivoloso del diritto penale dove le pressioni indebite, le influenze pesanti e tutto il carico che esse possono mettere su amministrazioni locali un po’ fragiline, non sono sempre così chiaramente riportabili a reati specifici. Un problema che, nel nostro mondo asservito a poteri forti economici legali e anche non legali, rischia di lasciare ampi varchi alla legge del più forte in senso sociale ed economico. Per questo servirebbero amministratori leoni e non amministratori conigli.