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Allevamento, stop al modello padano

Nelle Giudicarie, la zootecnia intensiva ha fatto finora solo danni, ambientali ed economici. Anche gli allevatori ora cominciano a capirlo, e adesso il punto è un altro: limitarsi a ridurre il numero di capi oppure decidere di diversificare, sostituendo la zootecnia con altre attività?

Vasca liquami. Le foto dell’articolo sono di Marco Parisi.

Quando scollino il passo del Ballino, il valico che collega la parte settentrionale del lago di Garda alle Giudicarie Esteriori, due cose mi colpiscono. Il cambiamento del paesaggio, dove ora la torbiera di Fiavé si mostra in tutta la sua bellezza, esaltata da una bella giornata di sole marzolino. E l’odore: da dentro l’abitacolo dell’auto, a finestrini chiusi, riesco a percepire piuttosto intensamente l’odore dei liquami proveniente dagli allevamenti circostanti. Il che mi ricorda subito cosa sono venuto a fare da queste parti.

L’appuntamento è nel primo pomeriggio a Fiavé con Alvaro Armellini, presidente del Comitato Iniziative Giudicarie Esteriori, in sigla CIGE. Nato nel 2005, il CIGE è “un comitato di cittadini - come si legge sul suo sito web - mosso dall’amore per la propria valle e dalla preoccupazione di garantire ad essa uno sviluppo che sia sostenibile dal punto di vista ambientale, economico e sociale”. In genere, comitati simili nascono dove qualche problema minaccia la vivibilità dei cittadini. Nei comuni di Fiavé, Lomaso e Bleggio Superiore e Inferiore, quel problema si chiama zootecnia intensiva.

Stalle enormi

Un’enorme stalla

“Qui è da almeno trent’anni che la zootecnia imita il modello padano”, mi dice Armellini. E modello padano, in pratica, significa grandi stalle. Spesso enormi. Il presidente del CIGE mi guida in una sorta di tour per le più grandi della zona.

La prima alla quale ci avviciniamo è una stalla di Fiavé, con circa 200 capi. Le mucche mi guardano un po’ attonite, strette dentro le loro gabbie. “Poco distante da qui - m’informa Armellini - c’è un biotopo che custodisce un importantissimo patrimonio storico-culturale”. La torbiera di Fiavé, appunto. Dove sono stati ritrovati i resti di un abitato palafitticolo tra i più importanti e interessanti d’Europa, risalente all’età del bronzo. “Ma nulla di tutto questo è valorizzato. Qui si pensa solo a mungere più che si può. Le grandi stalle degradano il paesaggio. Per il turismo c’è poco spazio”.

Ci spostiamo nel comune di Lomaso, dove agli allevamenti da latte si aggiungono quelli da carne. Sostiamo vicino a una stalla gigantesca che affaccia sulla strada provinciale che porta in paese. Contiene circa 700 capi. Guardo dentro, e la vista si perde lungo le interminabili corsie. “Sarebbe enorme persino in pianura. Del resto, guardati intorno: sembra davvero di essere in Padania”. Di fronte alla stalla, dall’altra parte della strada, si estendono i campi di mais, la monocoltura che domina incontrastata la valle, da cui si ricava il cibo per le vacche. “Guarda i paletti per l’irrigazione: non li hanno così alti nemmeno in pianura”.

Terminiamo il nostro giro nel Bleggio. Ci fermiamo nei pressi di una delle stalle più grandi, 450 capi circa. A colpirmi di più è l’enorme vasca per i liquami. Ha una capacità di circa 1.500 litri, accumulati lì dentro in attesa di poter essere sparsi sui terreni. Cosa vietata se il terreno è innevato, come spesso è stato quest’anno. “Guradala bene: straborda, e non è coperta. Nessuno ci assicura che questo non provochi una dannosa proliferazione di batteri. E le zanzare, d’estate, hanno già preso piede da tempo”.

Tanti capi, poca terra

Mucche nel loro liquame

Nei comuni di Fiavé, Lomaso e Bleggio Superiore e Inferiore operano 67 aziende zootecniche, 61 delle quali allevano bovini. I parametri per valutare se la zootecnia praticata da tali aziende sia di tipo intensivo o estensivo sono essenzialmente due: il numero di capi per azienda e il cosiddetto rapporto UBA/SAU, ovvero il rapporto tra le Unità di Bovini Adulti (UBA) e la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) dall’azienda.

Ebbene, mentre in provincia di Trento i capi per azienda sono in media 25, nelle Giudicarie il valore è doppio, e questo a fronte di una superficie agricola che non è maggiore di quella di altri comprensori. Il dato più rilevante riguarda comunque il rapporto UBA/SAU. Quello ritenuto appropriato è pari a 2 UBA per ettaro di SAU, perché permette al terreno di assorbire le deiezioni. Nelle Giudicarie Esteriori, però, se è vero che la metà delle stalle ha un valore inferiore ai 2 UBA/SAU, l’altra metà lo supera, e un 5% (circa 8 aziende) va oltre i 4 UBA/SAU. “Sono cifre da zootecnia padana - osserva Armellini. - Ma il modello padano va bene forse in pianura. Non certo in montagna, dove può fare, e fa, solo danni”.

Deiezioni in eccesso, acque in pericolo

Sversamenti di deiezioni sul manto nevoso, pratica vietata e inquinante

Dal punto di vista ambientale, il problema principale è quello dovuto allo smaltimento delle deiezioni. La zootecnia intensiva ne produce in eccesso, perché l’espansione delle stalle fa perdere l’equilibrio virtuoso fra prati e produzione di foraggio da un lato e numero di bovini allevati dall’altro, e non si sa più come gestire gli scarti dell’attività zootecnica.

Così, nelle Giudicarie Esteriori lo spargimento dei liquami è diventato un’attività ad alto rischio. Specialmente in annate come l’ultima, dove nevica molto e lo spargimento dev’essere rimandato fino a che le vasche in cui viene provvisoriamente depositato il liquame non arrivano a strabordare. Allorché, in genere, arriva qualche deroga, o, peggio, si decide di spargere illegalmente, magari nottetempo.

Il 9 dicembre 2008 il consigliere provinciale Roberto Bombarda rivolgeva alla Giunta Dellai appena insediatasi un’interrogazione circa “l’abbondante irrigazione nei giorni scorsi delle campagne del Lomaso con reflui di origine zootecnica, in spregio alle norme che vietano di spargere liquami sopra al manto nevoso”.

“Le aziende - rispondeva l’assessore all’agricoltura Tiziano Mellarini - hanno chiesto al Sindaco un’autorizzazione in deroga all’ordinanza per effettuare lo spargimento, al fine di evitare la tracimazione delle vasche”.

Chi ci rimette, in questa frequente dinamica, è l’ambiente, e in particolare le acque, “tra le più inquinate del Trentino”, ci fa sapere Armellini. E, in effetti, i risultati di prelievi d’acqua effettuati nel 2007 dall’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente dal locale torrente Duina e dal suo affluente Dal evidenziano una presenza di sostanza organica con valori di BOD, COD (parametri usati per la stima del contenuto organico), azoto ammoniacale e fosforo totale “particolarmente elevati”.

Strategie sbagliate, conti in rosso

Ma i danni da zootecnia intensiva, per le Giudicarie Esteriori, non si limitano all’ambiente. La recente crisi del caseificio di Fiavé, secondo molti osservatori, va attribuita proprio all’inadeguatezza del modello padano.

Un paletto per l’irrigazione di un campo di mais a Dasindo, Lomaso

“Nel caso della zootecnia di montagna - osserva Luciano Pilati, docente di marketing dei prodotti agro-alimentiari all’Università di Trento - i costi di produzione della materia prima sono in media più elevati di quelli di pianura. Per recuperare redditività, gli allevatori giudicariesi hanno cercato di comprimerli sfruttando le economie di scala, cioè aumentando il numero di capi e la resa”.

Aumentare la resa significa trasformare le mucche in macchine da latte. Mentre quelle allevate in maniera non intensiva, che d’estate vanno in malga, producono una quindicina di litri di latte al giorno, quelle che rimangono nelle grandi stalle 12 mesi su 12 possono arrivare anche a 50 litri e oltre. Ma il latte, ed ecco il punto, non è lo stesso. A cambiare il sapore è soprattutto la qualità del grasso: insaturo quello del latte di una mucca che si ciba principalmente di erba; saturo, e quindi meno buono, quello del latte di una mucca che si ciba prevalentemente di mais e mangimi. Di conseguenza, anche la qualità dei formaggi che con quel latte vengono prodotti cambia. In Svizzera alcuni studiosi hanno sottoposto 49 forme di formaggio prodotte in luoghi diversi all’assaggio di alcuni esperti, i quali, senza guardare la provenienza, hanno riconosciuto il formaggio di montagna per il suo gusto “più saporito e più genuino”.

Il circolo è quindi vizioso. Per aumentare la redditività, si punta ad aumentare dimensioni e rese, ma aumentando dimensioni e rese si produce un latte, e un formaggio, di qualità inferiore, che comunque non potrà mai competere coi prodotti di pianura, il cui prezzo resterà comunque più basso. “Che senso ha per il caseificio di Fiavé - si chiede Pilati - competere sul prezzo delle mozzarelle con i giganti europei della trasformazione? E quali risultati economici può dare la produzione del Grana Trentino, una variante di un prodotto di pianura con un posizionamento di prezzo inferiore ad un’altra produzione di pianura come il Parmigiano Reggiano?”.

Parola d’ordine: riqualificare

Ma ormai, con la crisi economica in corso, sono loro stessi, gli allevatori, a cominciare ad accorgersi che così non si può più andare avanti. E proprio a Fiavé troviamo un esempio importante di questa nuova consapevolezza.

“Già solo passando da 370 a 220 vacche ho visto che le mucche stanno meglio, si ammalano di meno e il latte è più buono”. Samuel Zambotti è uno dei maggiori allevatori delle Giudicarie Esteriori. Ha deciso di ingrandire la sua stalla a Fiavè, ma riducendo progressivamente il numero di capi. L’idea iniziale, però, non era questa: “In un primo momento avevo in mente di aumentare la consistenza della mandria. Ma poi il Comune e l’Istituto Agrario mi hanno fatto desistere, e il loro consiglio si è rivelato buono”.

La nuova parola d’ordine è riqualificare. “Nel comune di Fiavé - ci dice il sindaco Nicoletta Aloisi - le capienze delle stalle non si possono più ampliare, a meno che ci sia un progetto di riqualificazione, per cui i fabbricati ingranditi non ospiteranno più di 190 capi. Sul territorio ci sono ancora stalle da 400 capi e oltre che sono molto lontane dall’idea di riqualificare. Ma confidiamo che il progetto-pilota di Zambotti possa dare il buon esempio”.

Ad assistere dal punto di vista tecnico Zambotti è stato Angelo Pecile dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige. “Zambotti - ci racconta - aveva un rapporto UBA/SAU pari a 4. Gli abbiamo proposto un piano per scendere al di sotto di 2,5, perché questo gli avrebbe dato molteplici vantaggi. Primo: avrebbe avuto accesso ai contributi provinciali. Secondo: avrebbe potuto disporre di un prodotto di maggior qualità in grado di trovare un suo mercato. Terzo: si sarebbe ridotta l’esposizione dell’azienda sul delicato mercato dei mangimi. Quarto: non ci sarebbero più state deiezioni in eccesso. Ultimo, ma non ultimo: l’allevatore stesso avrebbe migliorato la qualità del suo lavoro”.

E Zambotti conferma: “Prima lavoravo di più e avevo meno reddito. Adesso, pur non avendo nemmeno finito il processo di riqualificazione, già vedo che la situazione si è invertita: ho meno fatturato, certo, ma più guadagno”.

Anche la Federazione Provinciale degli Allevatori vede di buon occhio l’esperimento di Zambotti, soprattutto per un motivo: “Oggi l’unico modo che la zootecnia trentina ha di sopravvivere è l’accesso ai contributi provinciali - ci fanno notare sia il presidente Silvano Rauzi sia il direttore commerciale Mario Tonina, che inoltre è vice-sindaco di Lomaso - E siccome la politica non solo provinciale ma comunitaria tende a sostenere le aziende con un basso rapporto UBA/SAU, la strada imboccata da Zambotti appare obbligata, anche perché conduce ad una produzione di maggior qualità, la sola che oggi si addica alla zootecnia di montagna”.

“Ma ridurre non basta”

Ma c’è anche chi pensa che passare da 4 UBA a 2,5 non sia la soluzione di tutti i mali, ma solo una pezza. “Il cambiamento deve essere molto più radicale”. Lo pensa Michele Corti, docente di Sistemi Zootecnici all’Università degli Studi di Milano.

Professore, cosa c’è che non va nell’idea di riqualificare?

“Fino a meno di un anno fa gli allevatori delle Giudicarie Esteriori volevano costruire una centrale a biogas che avrebbe sancito in via definitiva il predominio della zootecnia intensiva e delle grandi stalle. Adesso parlano di ridurre, ma lo fanno solo per ricevere i contributi pubblici e perché nel frattempo la crisi economica si è aggravata”.

D’accordo, ma non è già qualcosa?

“Poco, direi. Se è vero che 2,5 UBA/SAU sono certo meglio di 4, bisogna anche ricordare che in Svizzera, dove molti allevatori di montagna vivono decorosamente anche solo con 15 vacche, i finanziamenti sono ancor più mirati, e arrivano solo se il rapporto è pari ad 1. A mio avviso, se anche tutte le grandi stalle delle Giudicarie Esteriori scendessero a 2,5, i problemi non scomparirebbero”.

Perché?

“Dal punto di vista ambientale, ammesso che finirebbe il problema delle deiezioni in eccesso, resterebbe il problema legato a una questione che oggi nessuno nelle Giudicarie mette in discussione: la monocoltura del mais. Delle coltivazioni foraggere, il mais è la meno sostenibile. Richiede grandi quantità di acqua, innanzitutto. E poi, dato che in un territorio ristretto come l’altopiano di Fiavé si risemina dove s’era seminato l’anno prima, diventa sempre più difficile estirpare le erbacce, con la conseguenza di dover ricorrere a quantità sempre maggiori di fitofarmaci”.

Sì, ma il mais serve agli allevatori per evitare di ricorrere ai mercati dei mangimi...

“È proprio questo il punto. La zootecnia deve ridurre lo spazio che oggi occupa nella sfera economica e sociale dell’altopiano di Fiavé. Il ridimensionamento deve riguardare non solo le stalle, ma il settore in sé”.

Ci può spiegare meglio?

“L’altopiano di Fiavé ha caratteristiche geo-climatiche tali da potersi permettere un modello di agricoltura diversificato. L’allevamento, non necessariamente solo bovino, dovrebbe essere portato avanti da piccole aziende. L’agricoltura potrebbe uscire così dal regime della monocoltura del mais, e aprirsi ad opportunità importanti e più sostenibili: si potrebbe pensare di riseminare a scopi di panificazione il frumento, l’orzo, la segala, e di puntare di più sull’orticoltura, come in Val di Gresta, o sulla frutta. E nel decidere di portare avanti questa piccola rivoluzione, si potrebbe puntare sul biologico, settore zootecnico incluso. Nella vicina val Poschiavo, laterale della Valtellina, non solo l’agricoltura è biologica all’80%, ma tutte e 17 le stalle sono bio. Lì hanno preso questa decisione anche per valorizzare il turismo, e lo stesso varrebbe per l’altopiano di Fiavé, dove oggi il turismo ha poca presa, ma potrebbe diventare una fonte di reddito importante come turismo del benessere, in una zona dove le bellezze storiche, paesaggistiche e naturalistiche certo non mancano”.