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Area Michelin:la grande occasione, i grandi affari

“Dateci Renzo Piano!” - è stato il commento al termine del Concorso di idee sull’area Michelin. Il pericolo di ridurre la “grande occasione per la città” al piccolo quartiere-modello; il peso delle scelte passate; gli spunti e le idee interessanti che pure ci sono.

E'durata pochissimo la luna di miele con l’opinione pubblica che tradizionalmente accompagna la presentazione di ogni nuovo progetto. Già il giorno dopo l’illustrazione dei risultati della prima fase del Concorso d’idee per la riqualificazione urbana dell’area ex-Michelin, sono iniziate a piovere le critiche. E le invocazioni: "Dateci il grande nome, l’architetto di grido. Portate a Trento Renzo Piano!"

In effetti si è visto che riqualificare una zona come quella del lungofiume, è non solo una grande occasione, ma anche un problema non semplice; che richiede grande esperienza progettuale, e un pizzico di ispirazione, qualità che sarebbero probabilmente emerse in un concorso europeo. Invece il concorso lo si è voluto limitare ai professionisti trentini, il che ha significato partire volando programmaticamente troppo bassi.

"Abbiamo coinvolto solo i progettisti trentini (permettendogli però di avvalersi di collaborazioni esterne) perché non siamo favorevoli ai grandi nomi che calano da fuori provincia, senza far crescere le esperienze locali - ci dice Gianfranco Pedri, presidente di Iniziative Urbane, la società proprietaria dell’ex-Michelin - E’ un po’ come per gli appalti: le nostre imprese rischiano di fare i servitori, attraverso i subappalti di contorno, ai grandi gruppi che vengono da fuori."

Noi non siamo d’accordo con le pur appassionate parole di Pedri: riteniamo che la più ampia circolazione delle idee (e la concorrenza tra le imprese) sia sempre positiva. Ma c’è un altro aspetto che illumina meglio la riduttività di questa scelta, e forse ne spiega le ragioni di fondo.

E’ lampante l’estrema importanza dell’area Michelin, contemporaneamente sul lungofiume, a ridosso del centro storico, e via d’accesso ad esso. "La Trento del 2000 si trova a dover ridefinire la propria identità: da capitale amministrativa a città leader del territorio dolomitico, quindi dal ruolo assegnato dalle istituzioni a quello da conquistarsi sul campo - ci dice l’arch. Sergio Dellanna - E l’area Michelin dev’essere un punto forte della nuova città: un luogo rappresentativo, vetrina della città e porta sul territorio..."

Qui sopra, il progetto "Terra di mezzo", e sotto, "Metamorfosi". Pur con spunti interessanti (la riscrittura ecologica del corso dell’Adigetto e lo spazio creato attorno a Palazzo delle Albere, come pure l’arretramento di via Sanseverino in Metamorfosi; il recupero dei manufatti ottocenteschi oltre la ferrovia in rapporto con le Albere, e la soluzione per l’area Italcementi in Terra di mezzo), i due progetti esemplificano il riduttivo carattere di quartiere-modello che verrebbe ad assumere l’area Michelin.

In quest’ottica nell’area ci vanno certe cose (centro per congressi e per convegni; una vetrina per le esposizioni della produzione trentina; un centro culturale-museale) e non certe altre (l’Irst inteso come centro di ricerca: "L’area Michelin è la vetrina, non il luogo di produzione, è il salone di esposizione, non la fabbrica").

E soprattutto l’intervento, dal punto di vista architettonico, "deve avere elementi di fortissima visibilità: il che non vuol dire grande dimensione, ma grande caratterizzazione: chi passerà da Trento dovrà riconoscere la città da quella realizzazione."

Ma se questo è l’assunto, è evidente la modestia dell’approdo del concorso d’idee di Iniziative Urbane: "Si è finito con il proporre un nuovo quartiere della città - conclude sconsolato Dellanna - E anche se sarà un quartiere-modello, sarà uno spreco, un grande spreco: vorrà dire aver buttato al vento un’occasione storica per la città."

Non è detto che questo sia l’esito fatale di tutta la vicenda (in proposito vedi il parere dell’arch. Roberto Ferrari nell’intervista "Volete Renzo Piano? Non ora"). Ma la questione Michelin, il concorso d’idee, si portano appresso il vizio d’origine: il famoso ordine del giorno del Consiglio comunale con cui nel ’98 l’allora sindaco Dellai imponeva la rinuncia dell’Ente pubblico all’acquisto dell’area, in favore della neonata società Iniziative Urbane; e ne stabiliva una destinazione a "zona mista" (residenza, un po’ di commercio, cultura, polo tecnologico). Con il che si garantiva a Iniziative Urbane la redditività dell’investimento attraverso le "normali" operazioni immobiliari; ma così si "normalizzava" il futuro dell’area, rinunciando a destinarla a funzioni d’eccellenza.

Anche perché costruzioni di grande impatto e richiamo, a Trento, non possono che essere commissionate da un Ente pubblico. E il giochino dell’Ente pubblico che rinuncia a comperare - a prezzo stracciato - un’area, per poi ricomperare - a caro prezzo - l’edificio costruitovi sopra dal privato l’abbiamo già visto: ma richiede tempi lunghi, distrazione da parte della pubblica opinione, problemi giuridici (in pratica a Trento l’operazione è riuscita solo a Tosolini con il Centro Europa, ma ha richiesto quasi vent’anni; e l’ex-Sordomuti invece è ancora solo un buco). Iniziative Urbane non ha intenzione di aspettare tanto: per cui ha accolto con evidente freddezza la abborracciata proposta di Dellai (che si era trascinato dietro Pacher e il rettore Egidi) di trasferire lungo l’Adige la sede dell’Irst-Itc (un pasticcio tremendo: per l’Irst significherebbe abbandonare una sede nuova di zecca, perdere la vicinanza con la facoltà di Ingegneria, e all’ex-Michelin in definitiva arriverebbero dei laboratori).

Quest’insieme di valutazioni sono state evidentemente fatte proprie dai progettisti, che non hanno certo fatto della rilocalizzazione dell’Irst un tema forte dei loro lavori. Ma il risultato è che l’area viene a perdere di caratterizzazione, di rappresentatività.

E’ forse cogliendo questo forte limite, che il sindaco Pacher, il giorno della presentazione dei progetti, si premurava di precisare che "queste sono solo delle indicazioni, suggerimenti, per noi assolutamente non vincolanti".

Sì, d’accordo. E all’attuale amministrazione va riconosciuto il merito di aver in buona parte ripreso in mano la regia dell’operazione, con la nomina di tre consulenti del Prg al di sopra di ogni sospetto (e due di essi, l’arch. Bocchi e l’ing. Zanon, hano infatti avuto un ruolo egemone nella giuria del concorso di Idee). Ma dal pasticcio creato con la cessione del terreno a Iniziative Urbane, sarà difficile uscire.

Detto questo, le proposte emerse dal concorso forniscono diversi spunti interessanti. Vediamoli. La progettazione del lungofiume non è certo cosa semplice. Ci sono dei vincoli molto rigidi: la trafficata via Sanseverino, la ferrovia, il discutibile accesso al centro attraverso via Verdi. E ci sono punti positivi da valorizzare: la fruizione degli argini, splendido luogo di ritrovo, di sport, di contatto con la natura per una miriade di cittadini, autentica oasi di vivibilità; il Palazzo delle Albere, costruzione tdi gran pregio purtroppo imprigionata tra ferrovia, muro dello stadio, via San Severino, muro della Michelin.

Il progetto più convincente, di Fabrizio Cecchetto, Oltre la ferrovia, lungo il fiume. Da notarsi l’edificazione addossata alla ferrovia per liberare il lungo fiume, il nuovo ponte sull’Adige con rotatoria in corrispondenza dell’attuale posizione dello stadio.

I progettisti hanno concordemente teso a far riacquistare una nuova centralità alle Albere: liberandolo dalle limitazioni a nord (via lo stadio) e a sud (verde al posto dei capannoni Michelin) e ricollegandolo ad est con la città attraverso un sottopasso pedonale alla ferrovia che ricostruisse il percorso fino ai Tre Portoni e allo storico rione di Santa Croce.

[/a]Le differenze invece si sono avute nel rapporto con il fiume e la ferrovia. Il progetto ritenuto più interessante ("Oltre la ferrovia lungo il fiume tra gli alberi in città" ) affronta il tema attraverso un sistema riproponibile per tutta la fascia dal ponte di San Lorenzo fino alle Ghiaie: l’edificazione viene spostata a ridosso della ferrovia, nascondendola, e facendo partire da questi corpi longitudinali degli altri, che si spingono in direzione del fiume. In questa maniera si ricompone la frattura creata dal percorso ferroviario nel tessuto urbano: e nell’area edificata adiacente la massicciata vengono localizzati servizi, parcheggi, e un sistema di collegamenti, aerei o in sottopasso, con il resto della città; e al contempo si salvaguarda (visivamente e acusticamente) e si amplia la fascia verde sugli argini, che viene a propagarsi in tante (piccole?) isole di verde tra le edificazioni.

La soluzione proposta per via Sanseverino è invece banale e insufficiente (rimane dove è a interrompere e disturbare l’area verde).

Su questo punto forniscono risposte più interessanti il progetto "Nausicaa" (la strada spostata in sponda ovest dell’Adige, dove la tangenziale verrebbe invece accostata all’A22) e "Metamorfosi" (via Sanseverino portata a lato della ferrovia, con problemi però nei pressi delle Albere): in quest’ottica il lungofiume acquista piena vivibilità, con il verde che si estende senza soluzioni di continuità dall’acqua agli edifici, in un autentico parco urbano, magari ulteriormente valorizzato da interventi di naturalizzazione dell’Adigetto.

Nel progetto Nausicaa si ha la soluzione opposta, e meno convincente, di quella di "Oltre la ferrovia": gli edifici lungo il fiume e il parco verso la ferrovia; interessante invece l’ipotesi di trasportare via Sanseverino in destra Adige, con un conseguente riordino della viabilità.

Il nuovo ponte sull’Adige, così come attualmente progettato (e in predicato di venir a breve appaltato) in asse con via Verdi, viene generalmente scartato. Sia perché ha ormai perso la funzione di costituire un asse visivo che portasse dalla destra Adige al Duomo, dal momento che la vista è interrotta dallo sciagurato nuovo sottopasso ferroviario. Sia perché l’immissione del traffico nella zona di piazzale Sanseverino risulterebbe problematica, con l’interruzione della preziosa ciclopedonale sull’argine, e il prevedibile spreco dell’area del piazzale con una rotatoria, quando invece dovrebbe essere molto meglio utilizzata con la nuova biblioteca universitaria, edificio - si spera - di pregio architettonico, e nuovo punto cittadino di aggregazione culturale.

Per ovviare, si sposta il nuovo ponte nella attuale ampia zona dello stadio: così si può passare con il ponte al di sopra della ciclopedonale, e poi utilizzare il maggior spazio a disposizione per scendere, e immettersi in una rotatoria.

L'insieme di questi ragionamenti secondo noi porta a rimuovere un problema: via Verdi e l’accesso alla città. La giusta enfasi sull’area Michelin, i nuovi collegamenti con la città sopra/sotto la ferrovia, tendono a spostare l’accesso verso sud. Ma, passata la ferrovia, dove si arriva? Al cimitero (che non è poi male) e più oltre in una zona della città tra le più banali. Mentre invece via Verdi è monumentale, in parte pedonalizzata e ulteriormente pedonalizzabile, e porta dritta al rosone del Duomo.

"L’idea sbagliata è quella del nuovo ponte stradale - afferma Dellanna - Il traffico va fermato in destra Adige, lì fatti i parcheggi, e collegati al centro con i moderni mezzi (tapis-roulant, navette azionate elettromagneticamente) che sono rapidi, efficienti ed economici."

Ci risulta che ci si stia rendendo conto del problema. E che ci si attrezzi per affrontarlo, magari nella seconda fase del concorso. Oltre a un qualche rifacimento dell’attuale orrido sottopasso, una delle idee che corre è quella di effettuare un nuovo collegamento pedonale (sotterraneo o aereo) attraverso la nuova biblioteca/centro culturale e il Mulino Vittoria: nell’ottica, sponsorizzata dall’Università, di estendere oltre via Rosmini l’attuale pedonalizzazione che gradevolmente mescola universitari e cittadinanza nella prima parte di via Verdi.

Come si vede, le idee non mancano. Certo, c’è sempre il peso dei soldi. E in questi giorni un fatto clamoroso e sgradevole ce lo ha ricordato. L’assessore all’urbanistica, Alessandro Andreatta, a commento del concorso di Iniziative Urbane, ha rilasciato un’intervista sugli intendimenti per il prossimo Prg, fornendo una serie di spunti, di indicazioni di larga massima; in realtà non dicendo niente di clamoroso.

Ma tanto è bastato perché Andreatta (dell’area "pura" della Margherita, non compromessa con gli affarismi del tandem Dellai-Grisenti; e già reo di aver nominato come consulenti del Piano tre tecnici invisi al partito della speculazione) fosse pesantemente richiamato all’ordine dal capogruppo della Margherita Giorgio Casagranda, proconsole dellaiano in Comune. Non solo: alla reprimenda (assolutamente immotivata, in realtà preventiva, a significare: "Andreatta attento, non conti niente, il Piano Regolatore non lo fai tu") si è inopinatamente e duramente associato il sindaco Pacher: che un giorno afferma di voler promuovere il più ampio dibattito tra la cittadinanza; e il giorno successivo impone un incomprensibile silenzio all’assessore competente.

In realtà Pacher ha solo evidenziato il perdurare di una storica subalternità a Dellai e al suo discutibilissimo entourage. Sarà opportuno che il sindaco, per il bene suo, e soprattutto della città, si emancipi in fretta.