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Dal Trentino, furbescamente

Il marchio Trentino è un grande bluff? Tutti gli interrogativi dopo la scoperta delle commercializzazioni disinvolte e dei controlli affidati alla buona volontà dei produttori. Il settore agro-alimentare: la storia di un indubbio successo, che rischia di ritorcersi contro se stesso.

Può darsi che l’accusa della Guardia di Finanza si riveli infondata e che la Cooperativa Sant’Orsola, indiziata di commercializzare come trentini piccoli frutti provenienti da tutt’altri lidi, sia invece limpida e cristallina. Il fatto in sé a questo punto è secondario: è invece importante perché ha scoperchiato il pentolone ed ha posto una domanda insidiosa: quanto è credibile il marchio "Trentino"? Cosa in realtà si commercializza dietro l’immagine delle montagne, della salubrità dell’ambiente, della pretesa serietà della gente trentina?

Anche perché, nel dibattito subito apertosi, è emerso un dato non proprio rassicurante: controlli veri sembrano non esistere, affidati come sono all’autocertificazione dei produttori. Poi ci si ricorda di come già alcuni anni fa la stessa cooperativa Sant’Orsola fosse indiziata, sulle pagine de L’Adige, di vendere come trentine fragole olandesi. E analoga cosa si sussurra per le mele, quando negli anni scorsi non rimanevano invendute. E le grandi cantine commercializzano vino trentino e vino non trentino: chi garantisce che le autobotti che vengono dal Veneto o dal sud Italia non scarichino nei vasconi del vino poi venduto come trentino? E - a voler essere pignoli ma neanche tanto, visto che l’alimentazione dei bovini oggi è centrale - la stessa Trentingrana, l’unica che si sottopone alle rigorose normative della Denominazione di Origine Protetta (DOP), non importa forse dal bresciano il fieno per i capi di bestiame?

Insomma, il Trentino è tutto un bluff? O, il che ai fini pratici è la stessa cosa, non rischia di dare questa immagine?

E’ difficile ritenere tipico lo speck sudtirolese ricavato dai maiali olandesi, o la bresaola della Valtellina dagli zebù indiani allevati in Argentina. E’ questa la strada che si intende seguire?

Il bivio è il solito, quello che il Trentino ripetutamente si trova di fronte in questi anni: imboccare la strada della qualità o quella della quantità? La risposta, a tutti i livelli, è sempre la stessa: qualità, perbacco! Ma poi, quando dalle parole si passa ai fatti…

"La nostra produzione è, in generale, improntata a principi di qualità - risponde l’assessore provinciale al Commercio Remo Andreolli - Tant’è vero che essa è riconosciuta dai consumatori, che pagano per i prodotti trentini un prezzo mediamente più alto."

Il Trentino insomma, vuoi per i propri disciplinari di produzione, vuoi per un’accorta politica di commercializzazione, ha ottenuto un certo nome sul mercato. E il successo genera successo e via via si sono aperti nuovi mercati. Ed ecco allora porsi due ordini di problemi: dover aumentare la produzione "integrando" quella locale, sia per raggiungere dimensioni minime che il mercato richiede, sia per destagionalizzare il prodotto. Ecco allora che la Cavit, accanto al vino trentino, commercializza quello veneto sotto l’etichetta "Vino delle Dolomiti" o "delle Tre Venezie"; e la Cooperativa Sant’Orsola affianca alle fragole e ai mirtilli trentini, quelli esteri, per garantire nei supermercati un approvvigionamento costante, indipendentemente dalla stagione.

"A questo punto - afferma Andreolli - si pone il problema. Assodato che il consumatore deve in ogni caso essere messo a conoscenza dell’origine del prodotto, noi dobbiamo distinguere: un conto è se la produzione importata serve ad integrare quella locale; un altro è se diventa prevalente, se cioè siamo in presenza di una strategia tesa ad utilizzare il buon nome del Trentino per vendere altri prodotti. In questo caso sarebbe il sistema Trentino nel suo insieme a non offrire più le dovute garanzie."

"Il punto chiave è la qualità – ci dice il prof. Attilio Scienza, studioso di agraria, già presidente dell’Istituto di San Michele - Se le merci che vengono da fuori hanno la stessa nostra qualità, sono indistinguibili. Ma allora è anche il nome ‘Trentino’ a perdere senso. Per esempio, le fragole: se le si fa crescere in un ambiente particolare, con certe cure, accontentandosi di produzioni inferiori, si ottiene un frutto più sano e più gustoso, non confondibile con la fragola standard, rubiconda e poco saporita. Ma invece, nelle fragole come altrove, si è scelta la strada della quantità."

Come si vede, i due problemi - controlli e qualità - si intrecciano. In effetti negli ultimi venti anni il sistema agro-alimentare trentino ha ottenuto indubbi successi. L’effetto Provincia Autonoma (che quando funziona vuol dire investimenti, ma anche indirizzo generale) e l’effetto cooperazione (che vuol dire organizzazione dei produttori) ha promosso nel mondo agricolo una duplice cultura: della qualificazione della produzione attraverso protocolli e disciplinari, e dell’orientamento del prodotto al mercato. Si è passati dal singolo contadino che pensa che il suo prodotto sia il migliore del mondo, e dunque si venderà automaticamente, alle organizzazioni cooperativistiche (consorzi, ecc.) finalizzate alla commercializzazione. Un insieme di cose invidiato in tutta Italia, un meccanismo che ha funzionato e prodotto risultati.

Ma il successo è difficile da gestire. Raggiunto un certo standard, ci si è seduti; e per soddisfare le richieste del mercato si è iniziato a commercializzare anche quello che non si produceva.

Il sistema, cioè, rischia di perdere i suoi punti di riferimento. "Possiamo anche esportare vino veneto in Cina; ma è questo che ci interessa? E’ così che rimaniamo legati al territorio? - ci si dice dall’interno della Federazione delle Cooperative - C’è un evidente contrasto tra le cose che la Federazione predica, e quello che le grosse coop fanno. Cavit, MezzaCorona, Apot (mele) sono incontrollabili: in esse prevalgono le esclusive logiche d’impresa."

Il fatto è che tutto il sistema Trentino, con i suoi pregevoli protocolli d’intesa, è basato su autocontrolli effettuati dalle associazioni dei produttori, su patti tra gentiluomini, secondo il presupposto di una generale consapevolezza di essere tutti nella stessa barca.

Ma questo sistema è in sofferenza. Pensiamo non sia un caso che proprio l’associazione in cui le divergenze di orizzonti e di interessi è più dirompente (i viti-enocultori) sia esplosa autodistruggendosi proprio attorno al dilemma qualità\quantità (Vino trentino, tanto o buono?).

In Provincia da tempo ci si è resi conto di come il sistema vada aggiornato. Già nel ’97 si pensava di passare a controlli con maglie più strette. Poi, il desiderio di non scontrarsi con i potentati, il timore di apparire dirigisti, di perdere voti, fece rientrare il progetto.

Ma ora, di fronte al rischio concreto di perdere credibilità e di mettersi ad affrontare sul mercato globale le sfide quantitative che un piccolo territorio come il nostro non può alla lunga sopportarte? "Bisogna assolutamente rilanciare la cultura della qualità produttiva" - afferma il prof. Scienza.

L’assessorato sembra muoversi su due direzioni. La prima è quella di incoraggiare le produzioni DOP (Denominazioni di Origine Protetta) in cui, secondo rigide normative europee, i controlli sono effettuati da enti terzi.

La seconda è "evitare che le imprese di produzione si trasformino in imprese di commercializzazione di prodotti importati, sfruttando e deprezzando il buon nome del Trentino - risponde Andreolli - La Provincia deve scoraggiare questa trasformazione; fornendo a queste ditte non i sostegni previsti per i produttori, ma quelli, ben minori e uguali in tutta Europa, previsti per le imprese commerciali."