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Antisemiti proprio no!

L'accusa infamante di antisemitismo per chi è contro la politica di Israele. Perchè possiamo - e dobbiamo - ribellarci a questa insensata ed offensiva argomentazione.

Alcune lettere (Siate più obiettivi!, Siate più obbiettivi! 2, Pacifismo a senso unico) dei nostri lettori (tra le quali anche una anonima, dai toni rabbiosi, che non abbiamo pubblicato) ci pongono il problema dell’antisemitismo: che potrebbe essere in qualche forma, magari larvata, presente nei nostri articoli sul dramma della Palestina. E questa accusa, più in generale, viene spesso rivolta a chi denuncia le prevaricazioni di Israele.

Cimitero ebraico profanato.

Per capirci meglio, porto il discorso sul piano delle esperienze personali. La mia generazione - sono del ’44 - ha vissuto come imprinting, come momento fondante del proprio patrimonio etico, l’orrore per l’antisemitismo nazista. Ricordo quando a 14-15 anni, sollecitato da parenti e insegnanti, andavo a vedere al cinema i documentari sui lager; quando, alla stessa età, leggevo appassionato e commosso Il diario di Anna Frank (per chi non lo ricordasse, il diario di una quattordicenne ebrea, costretta a vivere per due anni con la famiglia murata in un appartamento segreto, nel vano tentativo di sfuggire alla deportazione e alla morte).

Poi l’antisemitismo l’ho visto nella vita. A sedici anni, studente negli Stati Uniti, mi innamorai di una coetanea. Ricordo ancora con nitidezza quando un giorno chiacchieravamo del più e del meno, immersi in piscina, a casa di una sua amica; che en passant mi parlava di impegni per ricorrenze ebraiche. "Tu sei ebrea?" le chiesi. "Sì" rispose. "Ma allora, lo sei anche tu?" chiesi alla mia innamorata. Lei annaspò, rimase incerta per un attimo, "Beh… sì" disse infine. Poi abbassò la testa: "Adesso penserai… - la voce si fece un sussurro triste - di sicuro pensi che noi siamo gente cattiva..."

Mi girò la testa: ma com’è possibile? Che mondo è mai questo, in cui una ragazza deve vergognarsi della sua religione? E temere di essere detestata?

In seguito capii meglio. Imparai a interpretare mezze frasi, sorrisi di sufficienza, parole lasciate cadere ("Ah, allora sei stato a una festicciola di ebrei…"). Frasi che mi facevano male, mi laceravano dentro, anche quando ormai tra me e la ragazza non c’era più niente. In quella cittadina graziosa e cordiale, punticino tranquillo nella profonda provincia americana, avevo imparato quanto la gente può essere stupida e cattiva.

l razzismo antisemita quindi, per me, come per tanti miei coetanei, è stato il primo incontro con il male. Il Grande Male dei lager, il piccolo male dell’insofferenza verso il diverso. Ed è una cosa che ti segna per sempre.

Né Questotrentino è stato indifferente, o ha ritenuto l’argomento secondario o sorpassato. Cito alcuni tra i tanti titoli degli ultimi anni: "L’ebreo dentro di noi" di Silvano Bert, La Chiesa, l'antisemitismo, la Shoah" di Diego Quaglioni, La cultura ebraica della Shoah al ritorno di Luigi Casanova, "Le leggi antiebraiche del ’38" di Giorgio Tosi, "Essere ebrei in Alto Adige, ieri e oggi" di Roberto Antolini…

Mio padre, che era stato partigiano e membro del CLN trentino, diceva sempre: "Quando incontro un ebreo, sento il dovere di stringergli la mano, per scusarmi di quanto nei secoli noi gli abbiamo fatto…".

Penso che anche Questotrentino, con i suoi mezzi, abbia stretto quella mano.

ppure tutto questo non serve. Non può e non deve servire a giustificare nuovi torti, nuove oppressioni. Anzi: proprio per gli stessi motivi per cui eravamo a fianco degli amici ebrei quando subivano odiose discriminazioni o peggio, siamo contro quelli di loro che interpretano il diritto alla sopravvivenza come diritto all’oppressione.

EI"Non subiremo più inermi, senza difenderci" - è stato uno degli slogan che hanno accompagnato la travagliata esistenza di Israele; ed è un principio che comprendiamo e approviamo. Ma che non può essere dilatato oltre misura: la difesa "preventiva" non può diventare occupazione e annessione di sempre nuovi territori (con espulsione dei relativi occupanti). E così instaurare un circolo vizioso: le popolazioni espulse nutrono sentimenti di odio, reagiscono con il terrorismo, vengono criminalizzate e represse con devastanti azioni militari, che a loro volta generano altri disperati, altro odio.

Non chiudiamo gli occhi di fronte alle responsabilità della dirigenza palestinese; né a quelle di quei paesi arabi che utilizzano per loschi fini propri l’altrui disperazione. Ma non possiamo non vedere che siamo di fronte a un popolo privato di tutto: gli viene sottratta la terra, sistematicamente distrutta ogni forma di organizzazione. Come si fa a non essere dalla parte di coloro ai quali vengono programmaticamente devastati gli uffici dell’anagrafe e sradicati gli olivi con i bulldozer?

Amici ebrei, come fate - in tanti, non tutti - a non vedere tutto questo?

Sono passati dieci anni dall’ultima volta che vidi, ormai donna matura, la ragazza ebrea della mia giovinezza. Penso che le scriverò, per sentire cosa pensa di tutto questo.