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L’assalto degli atei cristiani

Dalla Fallaci a Ferrara, da Pera a Panebianco: un’armata di laici impugnano la croce per difenderci: dall’Islam terrorista o dai gay. Mentre la sinistra si limita a giocare di rimessa.

Da tempo il relativismo è penetrato anche nella teologia cristiana, ne ha conquistato una parte, e da lì, lentamente, sotterraneamente, si è diffuso tra i credenti, in particolare nel clero, dove se non vedo male ha agito, forse non tanto sulla fede, quanto sulla difesa della fede. All’inizio sta il pluralismo...".

Chi ha pronunciato queste parole il 12 maggio 2004 alla Pontificia Università Lateranense? Un cardinale che vuol mantenere l’ortodossia della fede? Un teologo che in linguaggio cifrato vuole criticare altri teologi? O forse un sociologo reazionario? Nient’affatto, questo è verbo di Marcello Pera, seconda carica dello Stato.

Pera, folgorato sulla via di Ferrara (come ha scritto Marco Travaglio dalle colonne de l’Unità), è diventato uno dei maggiori esponenti di un fenomeno sempre più presente, potente e minaccioso nella scena politica italiana e di cui è difficile dare una definizione. Movimento cristianista, teoconservatori, atei cristiani per l’identità, solo per citare alcune etichette. Si tratta di personaggi illustri, quasi tutti di lunga tradizione "laica" che, nelle loro convinzioni personali, non hanno nulla di cristiano, ma che vedono nell’identità cristiana l’unico baluardo contro la guerra militare, culturale, demografica, politica che l’Islam ha lanciato contro l’Occidente. Un terzo assalto all’Europa che stavolta non sembra essere unita come a Poitiers nel 732 o a Lepanto nel 1571. L’Europa è impotente, anzi chiama i suoi nemici, li accoglie, è distrutta dal relativismo etico che, per citare ancora Pera, "affievolisce le nostre difese culturali e ci rende inclini alla resa".

Aveva iniziato Oriana Fallaci, atea cristiana dichiarata, diventata profetessa della guerra di civiltà e di quel risveglio cristiano indispensabile per salvarci dalle orde fanatiche islamiche. Ma la Fallaci, esaltata in primis soprattutto dalla Lega Nord, come ogni profeta che si rispetti precorse i tempi e tracciò la via da seguire: dopo di lei Ferrara e il suo "giornale di guerra" ripresero la battaglia culturale cristianista, rivolta soprattutto ai pavidi governi europei che non hanno seguito la crociata di Bush contro il terrore in Iraq.

La svolta però è di questi ultimi mesi, quando gli atei cristiani combattenti si sono unificati con la parte più tradizionalista e dogmatica del mondo cattolico italiano che, dopo le parole anti guerra del Papa e le mobilitazioni pacifiste di molti movimenti cattolici, ha lanciato una potente controffensiva senza limiti geografici o culturali. E dal tema di come fronteggiare il terrorismo islamico si è passati ai problemi più generali del rapporto tra Chiesa e Stato, sulla libertà individuale, sulla bioetica e sul laicismo. In questo quadro vanno letti anche il problema delle "radici cristiane" della Costituzione europea, l’affare Buttiglione e lo scontro sul referendum sulla procreazione assistita. Il fronte si è così allargato includendo, anche se con sfumature diverse, i "gemelli" del Corriere Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco, Pier Luigi Battista, il quotidiano Avvenire e, ovviamente, anche l’onnipresente Magdi Allam.

E’ complesso capire quali siano state le cause di queste inaspettate "conversioni" e convergenze. Ci sembra limitativo pensare solamente alla caccia al voto cattolico della compagine di centro-destra, timorosa di perdere le elezioni, o all’ambizione dei nostri politici, anche se, per un personaggio come Pera, il Quirinale val bene una messa.

Il problema è molto più ampio. In questi mesi l’Europa attraversa una fase decisiva per la sua evoluzione politica: può davvero diventare un soggetto attivo sullo scenario internazionale oppure precipitare in una crisi dagli esiti imprevedibili. Si sta insinuando la convinzione che l’Europa sia un pericolo per la tradizione religiosa italiana (vedi Buttiglione) o, al minimo, un organismo debole e insignificante per fronteggiare le sfide globali. Meglio rimanere divisi, magari in posizione ancora più subalterna agli Stati Uniti. E quale causa più nobile per criticare e sabotare l’Europa, della difesa dei presunti valori cristiani?

La situazione è in pieno cambiamento e la rielezione di George W. Bush alla Casa Bianca, con un consenso popolare notevole, segna un nuovo punto a favore dei cristianisti che già vedono la conferma di un campione di valori (come incredibilmente afferma Avvenire), un uomo tutto d’un pezzo fautore della tradizione contro il matrimonio gay e sicuramente il Commander in chief dei nuovi crociati per la democrazia. Tuttavia, se ci attendono altri quattro anni durissimi, l’America fondamentalista del mid-west non è ancora l’Europa: ma questa ondata conservatrice dovrà essere affrontata anche dalle nostre.

Mi sembra che occorra guardare prima di tutto al mondo cattolico e poi alla cultura laica di sinistra che vive una subalternità culturale davvero preoccupante.

Dicevamo prima che gli ardori pacifisti di gran parte del mondo cattolico italiano si sono ben presto stemperati e soffocati sotto la cenere della malattia del Papa (che, secondo l’Espresso del 28 ottobre scorso, non riuscirebbe neppure a farsi capire a tu per tu), dell’esaltazione degli eroi di Nassirya nell’omelia funebre del cardinal Ruini, dell’intransigenza teologica del cardinal Ratzinger, e in ultimo del nuovo "compendio" della dottrina sociale della Chiesa che ci riporta indietro di quarant’anni giustificando ancora, in certi casi, la pena di morte e restando ferma sulla posizione tradizionale della possibilità di una "guerra giusta".

In questo si innesta la raccapricciante esaltazione del suddetto Pera diventato, e non esagero, l’emblema del vero laico aperto al cristianesimo contro il laicismo diabolico di uno Zapatero o della crociata anticristiana dell’Europa dei gay, dei massoni e magari degli amici inconsapevoli di Bin Laden.

Solo alcuni mesi fa questo quadro inquietante era impensabile. E così la seconda carica dello Stato può dire, riferendosi al presunto vuoto di valori dell’Europa: "Non c’entra la Chiesa, né la deriva clericale. C’entrano i valori. C’entra il messaggio evangelico. Da lì nasce la nostra religione civile. Noi la stiamo perdendo... Oggi i liberali devono dirsi cristiani e tutti gli europei dovrebbero dirlo. Soprattutto se laici". Queste parole, che potrebbero far sobbalzare la maggior parte dei laici, per un cristiano come chi scrive destano un sentimento di amarezza e di rivolta.

Il cristianesimo trasformato in religione civile, collante per l’Occidente, vessillo per i conflitti, mero elemento civilizzatore, muore completamente come via di salvezza, religione dell’amore e della libertà, annuncio ai poveri e agli oppressi, attesa del regno di Dio. Per fortuna Pera e gli altri cristianisti non sanno che fra qualche anno il cuore del cristianesimo saranno i paesi del sud del mondo, confondono l’annuncio cristiano di liberazione (quello di Gesù Cristo e della Chiesa primitiva) con la cristianità e il Sacro Romano Impero (da Costantino a Carlo Magno all’Inquisizione), limitano l’etica cristiana al problema dei gay, delle cellule staminali, delle scuole cattoliche.

Purtroppo alcuni settori della Chiesa cattolica, forse nella segreta speranza di riacquistare la propria influenza sulla società, confidano in questo nuovo Cesare, cercano appoggi nel potere, sanciscono nuovi concordati con nuovi "uomini della provvidenza". Mentre il Concilio Vaticano II viene sempre di più ignorato e criticato apertamente (e non più solo da Baget Bozzo), sembra che la Chiesa, non riuscendo più a parlare con la società, si rifugi in un passato premoderno ricorrendo alla spada del potere secolare per salvare il bastone pastorale.

Certo la Chiesa non è solo questo: alla settimana sociale dei cattolici a Bologna si è vista anche una Chiesa aperta e incline al dialogo e per questo meno timorosa di perdere la propria identità e meno incline a un rapporto a doppio filo col potere politico. In verità, all’interno della CEI, non c’è più questo feeling con Berlusconi e alla fine può darsi che prevalga un centrismo moderato. Così come il successore di Woytjla avrà la sua stessa visione teologica e politica, visto che nel conclave futuro siederanno moltissimi cardinali nominati proprio da questo Papa.

Questi aspetti intraecclesiali hanno però pesanti ripercussioni nello scenario politico italiano ed europeo ed in misura minore, ma presente, anche in quello americano. Così Buttiglione è presentato come un martire dell’ideologia europea anticattolica, la questione dell’ingresso della Turchia è vista come un aspetto riguardante la nostra identità cristiana, il problema delle libertà individuali e della bioetica (sulle quali non bisogna aver paura di un dibattito anche acceso tra posizioni molto diverse) è trasformato in un attacco frontale alla Chiesa, la ricerca di una via alternativa alla semplice guerra per la lotta al terrorismo è valutata come una resa al nemico, magari anche "infedele". E qui veniamo al problema della sinistra e dei laici.

Nel numero 9 di QT di quest’anno facevo notare come fosse indispensabile elaborare un progetto di società adeguato ai cambiamenti economico-culturali in atto. La visione della destra e dei cristianisti è pericolosa e controproducente: costruire una società tornando a vecchi schemi tipo "religione civile" spingerà gli immigrati, soprattutto di fede musulmana, a sentirsi un corpo estraneo, visto con sospetto ed emarginato come purtroppo sta avvenendo. Ma la sinistra è troppo titubante e divisa, capace solo di scandalizzarsi di fronte alle accuse di vuoto di valori e incapacità di fronteggiare i problemi. Davanti al fenomeno immigrazione, alla costruzione della nuova Europa, al rapporto col mondo islamico, ai temi di bioetica, la sinistra dovrebbe alzare la voce e parlare a sua volta di valori, cioè della visione globale della società. E i cardini sono sempre gli stessi: separazione tra Stato e Chiesa (anche senza dispetti reciproci), primato del diritto sulla forza, sistema concordato di regole, pluralismo culturale ma anche perseguimento per chi compie reati.

Il multiculturalismo, occorre sempre ripeterlo, non è equivalenza totale di ogni comportamento e cultura, ma rispetto reciproco nell’ambito di diritti e doveri ben chiari e condivisi. E’ una caricatura descrivere, come ha fatto Buttiglione, i laici come desiderosi "che il concetto del bene e del male scompaia... con l’esaltazione non dei valori più alti ma della pura vitalità, potremo dire l’usura, la lussuria e il bisogno di potere". Tuttavia la cultura e la politica di sinistra, soprattutto in Italia, agiscono di rimessa rispetto alle bordate della destra: su questo occorre fare una seria riflessione che si possa aprire, oltre i vecchi e nuovi steccati ideologici, anche ai settori cattolici più aperti. La sfida di Prodi di costruire un’alternativa e di vincere le elezioni potrebbe anche partire da qui.