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Stava: una lezione sempre attuale

La tragedia di Stava produsse un sussulto di consapevolezza e di operatività. Una stagione che, oggi, sembra molto lontana.

Di quel 19 luglio 1985 mi rimane il ricordo vivissimo, una notizia "impossibile" che arriva a Trento nel pieno di una torrida giornata: "Sono crollati i bacini di Prestavel a Stava sopra Tesero, ci sono centinaia di morti".

 

Pochissimi in città sanno dell’esistenza di quei bacini, pochi a Trento conoscono la località di Stava. L’immediata ricerca di notizie al palazzo della Provincia si svolge in un clima surreale. A distanza di qualche ora nessuno sa ancora niente di preciso o vuole dirlo, le stanze del potere sono vuote o presidiate da uscieri straniti. C’è per tutti, subito, la scoperta di una grande vuoto, di un grande buco nero.

Il giorno dopo, nella chiesa dell’Assunta di Cavalese, quel vuoto si materializza nelle decine e decine di morti affiancati l’uno all’altro lungo le pareti, già quasi mummificati. A Tesero ci sono amici, compagni, conoscenti, visti pochi giorni prima: sono incontri muti e stravolti. Non ci sono parole. Lungo tutta la valletta di Stava domina il fango, emerge qua e là qualche muro, anche quello dell’albergo dove solitamente noi socialisti tenevamo i nostri seminari per prepararci all’alternativa alla Democrazia Cristiana, che non riuscimmo mai a costruire.

Solo qualche giorno più tardi capimmo sul serio cos’era successo: un intero sistema politico e burocratico era andato in panne, nella sovrapposizioni di autorizzazioni parziali, di controlli non fatti, di settori della pubblica amministrazione che agivano separatamente, ignorando gli uni quello che prescrivevano gli altri. E su questo erano prosperati gli interessi privati in un succedersi, nella concessione della miniera e gestione dei bacini, di proprietà deresponsabilizzate e incoscienti. Fino alla tragedia. Il nostro Vajont, vent’anni dopo. Solo che allora le negligenze, le imperizie, i corrotti erano a Roma o almeno lontane dai luoghi della tragedia. Questa volta la responsabilità era nostra, era trentina, metteva in discussione tutto il nostro impianto organizzativo, l’autonomia come l’avevamo costruita in quarant’anni; per un momento sembrarono coinvolti anche settori in cui eravamo all’eccellenza, come i mondi forestali e quelli della pianificazione urbanistica.

"Il Trentino travolto dal fango di Stava" - titolò il Corriere della Sera.

In molti percepimmo una crisi irrimediabile di credibilità nei confronti dell’esterno e di noi stessi. C’era bisogno di uno scatto inedito fuori dai riti e dalle tattiche rituali della politica. Da sola la DC non ce l’avrebbe più fatta a risollevare il Trentino, era un partito da mesi alle corde, e il Presidente della Giunta Flavio Mengoni da due anni usurato dalla vicenda giudiziaria delle Torri di Gardolo. I socialisti, all’opposizione fin dal 1968, avevano rifiutato solo un anno e mezzo prima la trasposizione a Trento delle formule romane di centro sinistra, anche se eravamo nel pieno dei fasti del governo di Craxi sul partito.

Decidemmo in quell’estate che dovevamo impegnarci subito, non per incasellarci anche noi nella rigidità del centro-sinistra nazionale, ma perché una forza che aveva storia e progetti non poteva stare a guardare una crisi della propria comunità che non aveva precedenti dai tempi della guerra. Se impegno doveva esserci, dovevamo assumerci il compito più difficile, ma l’unico che giustificava quella scelta politica: rimettere ordine e dare una misura alla gestione del territorio trentino. Sentivamo che in questo potevamo contare su consensi molto più ampi di quelli espressi dalla modesta forza del PSI.

Si avvertì, infatti, per mesi, palpabile, che qualcosa era cambiato, che la tragica lezione aveva scosso il Trentino dalle fondamenta, lo aveva tolto dai suoi sogni e dalle sue presunzioni. Tutto questo provocò un sussulto di impegno civile che coinvolse larga parte della comunità.

Fu da quel sussulto che fu possibile far nascere una breve, fertile stagione di buone iniziative e sperimentazioni, di leggi che hanno retto per due decenni all’usura del tempo e alle picconate dei nuovi governatori. Mai come in quel momento in Trentino ci fu la diffusa coscienza che con le questioni ambientali non si poteva scherzare, che la superficialità era imperdonabile, che l´arroganza del profitto doveva essere arginata da regole, che dovevano essere posti chiari limiti allo sfruttamento del territorio.

Cittadini, partiti, istituzioni parteciparono attivamente a questa revisione complessiva di comportamenti e regole.

Non fu comunque una passeggiata. Ci vollero altri moniti ed altre tragedie sfiorate perché qualcosa di concreto si realizzasse. Due anni dopo Stava, negli stessi giorni di luglio, una frana di fango travolse Caderzone e altri paesi della Rendena, le discariche di porfido poste sugli argini dell’Avisio rovinavano verso il fiume, monito di una precarietà non più tollerabile.

Solo allora vide finalmente la luce una serie cospicua di provvedimenti e di leggi in materia urbanistico-ambientale: il nuovo Piano Urbanistico provinciale con la definizione delle aree di tutela ambientale e delle zone a rischio (1987), la legge sulla valutazione di impatto ambientale, VIA, (1988), la legge sui biotopi (1986), quella sull’ordinamento dei parchi naturali (1988), il testo unico delle leggi provinciali contro l´inquinamento dell’aria, acqua e suolo, la legge per il ripristino ambientale (1991), l’istituzione del centro di ecologia alpina (1992) e atti amministrativi come l’istituzione della commissione provinciale per i grandi rischi per il coordinamento degli interventi dell´amministrazione pubblica (1985), il progettone per i lavori socialmente utili nel settore ambientale (1986), i progetti speciali per il recupero della risorsa legno e dei centri storici (1989).

Oggi quel sussulto sembra una stagione lontana, senza referenti politici che ne rivendichino le ragioni, e ai suoi risultati si vuol togliere, e in parte si è già tolta, ogni forza propulsiva, senza averli sostituiti con alcunché.

Da anni si è impegnati non a rendere più attuali ed efficaci le regole che dopo Stava il Trentino si era dato, ma ad eroderle, indebolirle, smantellarle. Vecchi progetti di sfruttamento del territorio riemergono in modo arrogante e poche voci si alzano ad opporsi a scelte che ripropongono un vecchio e irresponsabile modello di sviluppo. Il Procuratore della Repubblica Dragone è costretto a descrivere come "sfruttamento selvaggio" le modalità di estrazione del porfido in val di Cembra.

Solo pochi mesi fa il tabù della sicurezza, con le inibizioni di ordine idrogeologico e valanghivo per decenni argomentate dai servizi provinciali, è stato disinvoltamente scavalcato con le autorizzazioni dei nuovi impianti in Val della Mite e a Mastellina. Il caso vuole che l’anniversario di Stava ci veda in attesa di una sentenza del Tar sugli impianti Pinzolo-Campiglio, mentre in Consiglio provinciale sono depositati disegni di legge, che, se approvati, trasformerebbero i parchi trentini in parchi consorziali comunali. Si inizia l’iter per fare delle Dolomiti un bene da tutelare in nome dell’Umanità e nel contempo si fanno proposte per banalizzare la stessa Foresta demaniale di Paneveggio, togliendole il ruolo specifico di buona sperimentazione delle norme che dovrebbero presiedere alla gestione di un parco. Quasi sempre questi provvedimenti vengono sostenuti in nome di un autonomismo provinciale o comunale da osteria, cui sarebbe necessario reagire con forza; lo si fa rivendicando a livello locale il possesso esclusivo di un bene di valore universale. Eppure nessuno sarebbe tanto ottuso da sostenere che la tutela di un capolavoro sia questione che attiene in esclusiva al museo che lo ospita. La Venere di Botticelli non è "proprietà" degli Uffizi. Di più: non è neppure proprietà dei fiorentini o degli italiani. E’ invece patrimonio vivo della collettività - nel senso più ampio del termine - affidato ad una città, custodito con orgoglio da una cultura.

Anche il nostro ambiente è un patrimonio universale, affidato purtroppo in qualche occasione a cittadini e comuni, custodi senza orgoglio che parlano e agiscono da padroni. E abbiamo, fin dalle prime settimane dalla tragedia che oggi ricordiamo, settori economici che irresponsabilmente premono per un allentamento dei vincoli ambientali, con una miopia che potrebbe travolgerli come avvenne a Prestavel vent’anni fa.

Onorare le vittime di Stava vuol dire far tesoro di una drammatica lezione. Altrimenti le celebrazioni sono vane se non addirittura offensive. Né serve in queste circostanze richiamarsi a generici principi.

La questione ambientale non è questione vagamente ecologica, di belle anime, come troppa cultura politica ed economica afferma. Ma è la questione del modello di sviluppo che una comunità sceglie. Alluvioni, frane, siccità, inquinamenti distruggono periodicamente pezzi di vita del nostro paese. Ambienti, paesi, persone sono trascinati nella distruzione da un irresponsabile modello di sviluppo.
Non buttiamo via la lezione di Stava ritenendoci come allora i migliori.

Le leggi, anche le buone leggi, non bastano se non sono vissute come cultura acquisita di un popolo. Per questo dobbiamo far nascere un’altra fertile stagione, sperando che questa volta non sia frutto del dramma, ma della ragione e della responsabilità.