Vietnam gentile

Prima puntata di un viaggio nel Vietnam: 25 anni dopo la fine di una guerra che segnò un’epoca.

C’è una generazione cresciuta negli anni ’60 in parrocchia, tra formule di catechesi e valori cinematografici americani. Canonica e sala parrocchiale, parabole evangeliche e film western. I buoni erano chiari e definiti: i Santi e gli sceriffi americani.

Il Tempio della Letteratura ad Hanoi.

A un certo punto però tutto si fece più confuso. Non era solo il caos fisiologico dell’adolescenza; c’era una contestazione generale dilagante nelle famiglie, nelle scuole, sui luoghi di lavoro, nella società, nella fede, nel cinema. Discussioni a messa e nativi americani massacrati dai soldati blu. Sviluppo ormonale e di coscienza non quadravano più con i vecchi principi catto-cinematografici. Quando poi nel 1971 il tenente colonnello dei marines William Calley venne condannato all’ergastolo per la partecipazione al massacro di My Lai, dove furono trucidati centinaia di civili vietnamiti, donne e bambini compresi, fu chiaro a tutti che gli americani non erano più i buoni, e Dio non era dalla loro parte.

Da allora le cose non sono più state le stesse. La lotta di liberazione del popolo vietnamita contro l’imperialismo americano scatenò la collettiva presa di coscienza dei giovani occidentali. Regole, valori e schemi erano andati in corto circuito, saltati per aria davanti alle immagini dei telegiornali, alle nuove parole della storia, alla diversa ottica dei film. Americani, ovviamente.

E, alla metà degli anni ’70, alla sua conclusione, una guerra vinta in un mondo di battaglie perse.

Oggi il Viet Nam geograficamente è ancora un paese lontano. Il volo dall’Italia prevede cambi, attese, avvicinamenti progressivi. Un lungo spostamento nello spazio che prepara al salto nel tempo.

Hanoi. L’aeroporto è piccolo, antiquato, spoglio. Le nuove costruzioni per l’ingrandimento sono un cantiere di tralicci in cemento incompiuti ed abbandonati, paradigma della recente crisi asiatica. L’umidità è soffocante nello stanzone del terminal d’arrivo. L’aria appena mossa dalle pale dei ventilatori che pendono dall’alto soffitto. Le formalità doganali, lunghe e scrupolose agli occhi di un membro della comunità europea, verificano passaporti, visti, moduli di entrata fitti di informazioni dettagliate. Pratiche tipiche dei sistemi di controllo polizieschi dei paesi comunisti.

C’è poco traffico sullo stradone che conduce in città: motorette Honda, biciclette, camioncini e qualche rara automobile sfrecciano in un orizzonte di geometrici campi di riso che si allargano nella campagna piatta.

Attraversato il lungo ponte sulle sue acque terrose del Fiume Rosso si entra in città, dove tutte le proporzioni cambiano. Le strade sono subito strette, i marciapiedi alberati ingombri di motorini, biciclette, prodotti dei negozi, artigiani e meccanici al lavoro, sgabelli e tavolini bassissimi dei pho, i ristoranti popolari di minestre e riso. Il traffico intenso è rallentato dai pedoni che, non potendo camminare sui marciapiedi, affollano la strada.

C’è un dinamismo brulicante di attività commerciali e trasporti: gente che vende, compra, cucina, mangia, passa in risciò stracarichi di merci varie, a piedi con in spalla il bilanciere con i canestri colmi di cibo, riso, verdure, fiori, tegami, polli. Nessuno corre, ma nessuno si ferma agli incroci, dimostrando una sorprendente abilità nello schivarsi reciprocamente; solo a fermarsi si rischia l’investimento. Tutti suonano ripetutamente clacson e campanelli. Nel traffico si mescolano anziane signore in pigiami neri o colorati con il tradizionale copricapo di paglia a cono; uomini in camicia bianca, ampi pantaloni blu e caschetto vietcong in balsa leggera, ricoperto di tela verde e con in fronte il distintivo della stella gialla in campo rosso; ragazze in pantaloni di seta bianca e giacche azzurre, lunghe, attillate e con alti spacchi ai fianchi. Anche quando non vestono abiti tradizionali le ragazze vietnamite sono molto femminili, di un’eleganza e compostezza naturale. Temono lo smog, il sole battente e l’abbronzatura, così indossano cappellini di cotone colorato con la visiera sollevata, coprono le braccia con lunghi guanti e si proteggono con mascherine antismog, in uno strano mix di tradizione e modernità che le rende ancora più affascinanti e misteriose.

Se non si devono affrontare grandi distanze il modo migliore per girare la città è prendere un risciò. Può sembrare un fatto disumano, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma si cambia idea quando si capisce che una corsa con un turista per loro vuol dire una buona giornata di lavoro, una chance alla quale tengono al punto di affiancarvi per centinaia di metri per coglierla. Dunque si contratta il prezzo prima e ci si immerge nel caos del traffico ad una velocità che permette di guardarsi attorno con la calma necessaria a scorgere i dettagli di un’architettura stratificata.

I conduttori sono di solito simpatici e chiacchieroni, se la prendono comoda e non sembra facciano grande fatica a pedalare e masticare un po’ di inglese insieme. Disinvolti nel traffico, non si fanno problemi ad attraversare incroci senza dare precedenze o ad avanzare per le strade contromano. Il fatto è che comunque anche il camion che avanza sulla tua stessa corsia non è poi così lanciato e ha tutto il tempo di fermarsi. Avrà anche fretta, ma la velocità qui ha ancora parametri umani. All’inizio spaventa un po’ questo continuo senso di scontro imminente; poi diventa un gioco, eccitante come un giro di giostra in un vecchio luna park. Non è un caso che il divertimento serale preferito dai vietnamiti sia proprio roteare senza meta attorno al centrale "Lago della spada restituita". Famiglie intere di tre-quattro persone scorrazzano in moto per respirare finalmente un po’ d’aria fresca. Coppie di giovanotti affiancano signorine per incontrarsi, conoscersi, scambiare posto e fare un giro assieme.

L’impressione complessiva è di un popolo sereno che va avanti nella vita (anche se gira in tondo attorno al lago), a cavallo delle Honda.

A nord del lago si trova il Quartiere Vecchio. Un intreccio di viuzze che da quando fu edificato, nel XV secolo, portano i nomi dei prodotti che si vendevano: via della Seta, del Riso, della Carta, del Pesce alla Griglia, della Carta Votiva, dei Gioielli.

Adesso la divisione non è più rispettata e molti dei vecchi negozi sono stati sostituiti da altri pieni di macchine fotografiche, jeans e T-shirt, agenzie viaggi, mini hotel e cafeterie. Lo spirito e l’atmosfera sono però rimasti gli stessi, quelli del grande bazar all’aperto pieno di voci, suoni, colori, aromi diversi. Le vecchie case basse dai muri ammuffiti di umidità, schiacciate dal secondo piano in legno, trasudano una storia antica che va dall’occupazione cinese ai bombardamenti americani degli anni Sessanta. Un’umanità stipata di meccanici all’opera, donne ai fornelli, bambini ed anziani in canottiera si affaccia dalle officine sulla strada, dai ristoranti, dalle finestre dietro il bucato steso tra i garbugli dei cavi elettrici. Molti negozi hanno prodotti e prezzi principalmente per turisti, ma anche se ne vedi pochi girare nessuno ti ferma o importuna, al massimo qualcuno mostra un prodotto con un bel sorriso, più di orgoglio che ammiccante.

La notte è illuminata dai lampioncini delle case, dalle insegne dei locali di karaoke e dai veicoli che passano. Una notte che a queste latitudini cala presto e velocemente, ma non mette nessun timore ai turisti che girano a piedi e si ritrovano concentrati in qualche locale a mangiare.

Con il risciò ci si può spostare più ad ovest per arrivare fino alla grande piazza Ba Dinh, un’area dove tradizione e contemporaneità affiancano diversi monumenti della storia vietnamita. Qui si trova la millenaria pagoda su una colonna sola (in realtà distrutta dai francesi nel 1954 e poi ricostruita), l’altrettanto antico Tempio della Letteratura, uno dei rari esempi di architettura tradizionale vietnamita ad essersi conservata. E poi i viali alberati con i bassi palazzi regolari cinti da mura ed abbelliti da fregi decò del periodo coloniale francese, ora sedi delle ambasciate. E’ anche la zona dove l’attuale potere politico concentra le memorie di un recente passato che tutt’oggi lo legittima. Il Museo dell’Esercito, il Museo di Ho Chi Minh e il Museo delle Belle arti, con reperti militari, politici, artistici, tutti in funzione di continuazione propagandistica.

Affacciato sulla vasta piazza Ba Dinh svetta il Mausoleo di Ho Chi Minh. Una massiccia costruzione cubica con colonne, alla quale si accede rigorosamente in fila per due, accompagnati dalle guardie d’onore in divisa e guanti bianchi a controllo dell’atteggiamento composto ed abbigliamento decoroso dei visitatori. All’interno si gira attorno al sarcofago vetrato che contiene il corpo imbalsamato dell’unificatore della patria: lo zio Ho, come lo chiamano confidenzialmente i vietnamiti, disteso su coltri bianche ed immerso in una soffusa luce gialla. Ma i condizionatori, le pareti granitiche e l’atmosfera spettrale raggelano anche il cuore dei più rispettosi e commossi visitatori.

Ci sono poche linee ferroviarie in Viet Nam, la principale è quella che collega Hanoi con Ho Chi Min City attraversando verticalmente gran parte del paese in un viaggio di 42 ore, ad una media di 40-50 km orari. Rotaie, locomotrici a gasolio e vagoni portano i segni di un’intensa usura decennale, ma ciò nonostante non sono peggio di quelli di molti altri stati asiatici, e tentano di mantenere un certo decoro. Alcuni vagoni con cuccette o "soft seat" (seggiolini in finta pelle con lo schienale in bambù intrecciato reclinabile) sono prenotabili e garantiscono un posto, se non proprio la comodità. Dal soffitto pendono ventilatori e luci permanentemente accese, anche di notte (buono per i lettori sonnambuli, meno per i sognatori), e ai finestrini al posto dei vetri ci sono grate che salgono a metà altezza. I viaggiatori sono prevalentemente vietnamiti che ridono, scherzano, parlano, mangiano, bevono, fumano, dormono, giocano a carte. Come dappertutto, quindi una buona occasione per immergersi nella quotidianità di un popolo tanto cordiale e sorridente quanto discreto e riservato, se si escludono le occasioni dei contatti commerciali.

Ad ogni fermata salgono venditori ambulanti di cibo e bevande, e altrettanti allungano la loro mercanzia dai finestrini. Una seccatura per turisti snob, un’opportunità per gli altri e il segno della fatica quotidiana per chi, tra caldo e concorrenza accanita, cerca così di tirare avanti in un’economia ancora molto povera, soprattutto nelle periferie.

Man mano che si scende verso il sud del paese, dal finestrino si può seguire il ciclo della coltivazione del riso: l’aratura del terreno sommerso nell’acqua, la fitta coltivazione delle piantine in piccoli campi, il reinterramento delle piante nelle risaie allagate, la pulitura ed irrorazione dei campi, la raccolta e l’esposizione al sole dei piccoli fasci verticali. L’intero processo produttivo qui è ancora pretecnologico. Realizzato a mano, con l’aiuto di bufali, di arcaici aratri e di cesti con i quali si drena l’acqua dai canali. Colpisce questa campagna così densamente popolata di contadini al lavoro a confronto con la nostra terra disabitata e come per miracolo rigogliosa.

Al centro del Paese, affacciata sul Mare della Cina si incontra Huè. Tradizionalmente uno dei principali centri culturali, religiosi ed intellettuali del paese e oggi una delle principali città turistiche del Viet Nam. Dal 1802 al 1945 fu la capitale degli imperatori della dinastia Nguyen. La loro principale eredità (sopravvissuta alle distruzioni e saccheggi degli occupatori francesi) sono la cittadella imperiale e le magnifiche tombe (in realtà dei palazzi), raggiungibili risalendo il fiume Profumato. Templi, pagode, padiglioni, sepolcri, cortili, laghetti, in questa zona si concentra un articolato ed armonico campionario di architettura ed arte tradizionale. La maggior parte delle costruzioni non sono più antiche di due secoli ma qui, come in altri stati asiatici, l’epoca moderna non è mai esistita e basta questo relativo arco di tempo per risalire al medio evo.

Nonostante la secolare lotta per l’indipendenza dalla Cina, le forme artistiche risentono fortemente della sua influenza. La diffusa presenza di dragoni come fregi di tetti e scale, l’uso del colore rosso per laccare colonne e travi interne delle pagode, la diffusione di ideogrammi in oro, i decori a mosaici colorati, le serie di statue a dimensione umana mettono idealmente in collegamento con l’iconografia del grande paese del nord.

Le rive del Fiume Profumato sono abitate da una delle tante etnie del Viet Nam: il "popolo dei sampam". Il nome proviene dalle lunghe lance di legno parzialmente ricoperte da una volta di giunche intrecciate che costituiscono la loro casa, il mezzo di trasporto e di lavoro. Oltre a viverci, cucinare e crescere i figli, servono per navigare il fiume, drenare sabbia, pescare, trasportare merci e turisti. E’ un popolo semplice e tranquillo che si raccoglie in agglomerati di barche plurifamiliari attraccate alle rive. Di fianco alle barche galleggiano dei gabbioni di bambù quasi completamente immersi nell’acqua. Forse sono vivai per i pesci, forse qualcosa d’altro, di certo sono identici a quelli in cui erano imprigionati Robert DeNiro, Christopher Walken e John Savage, nella feroce sequenza della roulette russa con i vietcong de "Il cacciatore" di Michael Cimino. Nonostante le autorità vietnamite abbiano sempre smentito il rituale della roulette russa come tortura, vedere i gabbioni ricollega a quelle immagini e a quel periodo tragico, così in contrasto con i sorrisi e i saluti che i bambini lanciano dalle barche. (1. continua)