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Con il proibizionismo, Fini...scila!

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E’ partita una nuova crociata contro la droga: come annunciato fin dalla campagna elettorale, il vicepremier Fini ha individuato nella repressione di ogni comportamento legato al consumo di sostanze stupefacenti uno dei cardini della politica autoritaria di questo Governo.

Il disegno di legge che del vicepremier porta il nome ha ora assunto una sua fisionomia precisa: annunciato già dalla primavera scorsa, viene ora presentato all’attenzione del Parlamento. Un bel regalo di Natale per tutti i cittadini italiani.

Uno slogan contraddistingue l’impianto di questa proposta di legge, uno slogan che Fini e il governo delle destre hanno fatto proprio in ogni loro provvedimento: "tolleranza zero". Tolleranza zero contro i migranti, tolleranza zero contro ogni forma di opposizione e contestazione democratica, tolleranza zero verso tossicodipendenti e consumatori, elementi considerati pericolosi per la coesione sociale. Ecco allora il giro di vite: in controtendenza rispetto alla linea che hanno deciso di intraprendere la maggior parte degli Stati europei, il Governo italiano ha deciso di riproporre le misure repressive della legge Iervolino-Vassalli, approvata nel ’90 e subito rivelatasi drammaticamente sbagliata. Essa faceva della "dose media giornaliera" la propria architrave: un criterio rigido per stabilire i limiti del consumo personale, in sostanza un tentativo di punire programmaticamente chiunque consumasse droghe. Questa filosofia repressiva, ottusamente ideologica, ottenne risultati tragici: aumento dei detenuti (i tossicodipendenti in carcere nel dicembre ’90 erano 7.229, saliti a 14.818 nel ’92), aumento delle morti (nel 1990 per la prima volta si superarono i mille casi di morte per overdose, 1.383 nel ’91), aumento dei casi di infezione di malattie legate alla tossicodipendenza.

Il referendum del 1993 abrogò alcune nefandezze della legge Iervolino-Vassalli, a partire dal suo punto centrale: la dose media giornaliera, la punibilità del consumo, nonché l’obbligo per i medici di segnalare i tossicomani alla polizia.

Alla luce degli effetti tragici della legge 162/90 e dell’esito della consultazione referendaria, il buon senso imporrebbe di attuare misure deflattive, partendo da una completa depenalizzazione del consumo personale e proponendo politiche concrete di riduzione del danno: solo queste si sono rivelate scelte efficaci, e l’esperienza di molti paesi europei lo dimostra (Olanda, Svizzera…). Il Governo delle destre punta invece in senso contrario: inasprire le sanzioni, equiparare droghe pesanti e droghe leggere, punire il semplice consumo, abolire i Sert e impedire ogni tentativo di intraprendere politiche di riduzione del danno.

E’ l’enfasi sullo strumento comunità terapeutica che preoccupa: Fini impone come unico modello la comunità stile S. Patrignano, il cui impianto si fonda su una concezione autoritaria della solidarietà, sulla coercizione, sul rigore morale e religioso, sul lavoro obbligatorio, sulla negazione totale del metadone come possibile alternativa alla dipendenza da eroina. Non è un caso che Berlusconi stia dispensando regali a Muccioli, dandogli in gestione il primo carcere privato italiano, nato come comunità lavoro ma in realtà luogo di soggiorno forzato per tossicodipendenti. E’ il primo passo verso l’istituzione di un circuito paracarcerario gestito da privati in ottemperanza ai dettami di Fini & Muccioli.

Ma, a fronte di un Governo che affronta in maniera stoltamente ideologica la questione droghe, criminalizzando delle metodologie e esaltandone altre, negando ogni possibilità di prevenzione attraverso strumenti informativi, noi ci poniamo in modo laico e scientifico: la droga non è il male, né tantomeno il bene. Ma è un dato di fatto, e solo atteggiamenti pragmatici potranno risultare efficaci, come le politiche di riduzione del danno e di corretta informazione che si pongono come obiettivo la riduzione a zero delle morti direttamente legate al consumo di droga, che cercano di ridurre sensibilmente il potenziale criminoso del tossicodipendente, obbligato a delinquere per l’elevato costo della droga imposto dalle narco-mafie, obbligato a diventare spacciatore per assecondare i mercati delle grandi organizzazioni criminali.

E’ ormai assodato che l’inasprimento delle sanzioni porta ad un’unica conseguenza: la crescita del mercato nero, delle narcomafie, e la necessità da parte del consumatore di rivolgersi a circuiti malavitosi per reperire la sostanza.

Nel caso della cannabis, contro cui il Governo è particolarmente spietato, risulta ancor più paradossale: una pianta che ha sempre abitato naturalmente il nostro ambiente e di facile coltivazione viene criminalizzata senza nessuna tesi scientifica a suffragio di questa follia, resa illegale nel suo consumo a fini personali, e ne viene ostacolato severamente l’impiego nei suo svariati utilizzi alternativi: dalla canapa si potrebbero ricavare fibre tessili, cartacee, medicinali, addirittura combustibile alternativo al combustibile fossile. Forse anche la War on drugs, come ogni guerra, trova le sue motivazioni in enormi e inattaccabili interessi economici?

Rilanciamo di conseguenza la contestazione alla futura legge Fini: ad essa disobbediremo, riconoscendone gli aspetti liberticidi, antidemocratici e repressivi. Disobbediremo fumando, disobbediremo coltivando liberamente, disobbediremo mettendo in campo una vera opera di informazione e responsabilizzazione sul consumo di droghe, conto lo Stato-etico e contro la criminalità organizzata.