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QT n. 6, giugno 2020 Cover story

“Epidemia colposa”

Il caso del Centro Assistenziale don Ziglio, sotto inchiesta della Procura. Drammatiche superficialità, inefficienze, arroganze: figlie di una selezione clientelare dei dirigenti.

Renzo M. Grosselli
Ingresso del centro assistenziale Don Ziglio

La vicenda che ha visto protagonista il centro assistenziale e socio educativo Don Ziglio di Levico in questi mesi di epidemia Covid, ha portato alla luce l’impreparazione che ha accomunato un po’ tutti in Italia. Ma anche caratteristiche “trentine”, legate ad una legislazione che prevede la scelta “a dito” della dirigenza. E che mette radici nella storia locale del secondo dopoguerra, legate all’eredità democratico cristiana, per alcuni versi seguita ancora oggi. Che ha fatto dell’amministrazione pubblica, anche nei settori più delicati e di spessore tecnico dirigenziale, una dependance del potere politico. Non vincolando le nomine dirigenziali soprattutto a scelte meritocratiche.

A metà marzo la Cisl trentina, con il segretario della funzione pubblica Giuseppe Pallanch, denunciò agli amministratori del Don Ziglio, ora in Levico Curae (nel 2018 l’allora assessore Zeni presentò la nuova Apsp, nata dalla fusione dell’Apsp di Levico e dalla Don Ziglio) che un certo numero di ospiti ed operatori socio sanitari manifestavano una sintomatologia compatibile con caratteristiche “Covid19”.

Prime segnalazioni del personale il 17 febbraio. Era stata istituita il 23 febbraio una “zona rossa” in Lombardia e da una settimana l’intera regione era stata sigillata. Ma il 17 marzo la presidente del Don Ziglio, Martina Dell’Antonio, postava sul sito dell’istituto un video: “Nelle nostre strutture nessun caso di contagio… voglio tranquillizzare residenti, familiari, lavoratori e comunità di Levico. Situazione sotto controllo”. Venne tolto dopo una decina di giorni.

Ma il 18 aprile, un’altra novità postata su Facebook: la consigliera Luisa Valentini temporaneamente assegnata al Don Ziglio dall’Azienda Sanitaria a supporto dell’organizzazione per la gestione dell’emergenza Covid 19 (su richiesta dell’ente stesso), propose un documento che terminava con accuse al personale: “Sono stufa di sentire polemiche, lamentele, assenteismo”. Dopo una valanga di risposte critiche, spesso rabbiose e qualcuna schifata, soprattutto da parte di dipendenti, alcuni colpiti anche gravemente dal virus, il documento fu rimosso. Così come la fotografia a corredo. Ritraeva la coordinatrice Valentini (con la collega Cecilia Cavagnoli) che con le dita faceva il segno della vittoria. In un momento di grave sofferenza per personale ed degenti.

Il consigliere provinciale di Onda Civica, Filippo Degasperi, in una interrogazione aveva scritto, il 15 marzo, che “un appartamento del Don Ziglio registra 12 ospiti ammalati su 12 e vari anche negli altri. Con i primi di marzo erano iniziati anche i casi di malattia del personale”. Ed aveva aggiunto che i lavoratori sulla linea del fuoco mancavano dei presidi per difendersi dal Covid. Ma “quando un OSS (operatore socio-sanitario, n.d.r.) o un educatore azzarda l’impiego della mascherina portata da casa, viene ripreso dalla responsabile sanitaria che ordina di toglierla, per il rischio di generare ‘allarmismo’”.

Alla fine la stragrande maggioranza di OSS (una sessantina su 69), educatori (una trentina), infermieri (4 o 5) e ospiti (pochi i non contagiati) risulteranno colpiti da Covid19. I morti tra gli ospiti sono stati 6 da gennaio, uno di 46 anni, la maggior parte considerati “Covid”, mentre per un paio si parlò di decessi per cause polmonari o simili. Valutazioni tutte non suffragate dal test del tampone faringeo. Segnaliamo che la mortalità al Don Ziglio negli anni precedenti al 2020 era stata molto minore, con medie annuali vicine all’unità. Anche un familiare di un dipendente ha perso la vita a causa del virus e vari parenti di OSS, infermieri ed educatori sono stati contagiati.

È bene precisare che il Don Ziglio non è una Rsa: con 97 ospiti e più di 150 tra operatori e altri lavoratori, lo contraddistingue l’età media dei primi, molto inferiore rispetto alle Residenze sanitarie assistenziali. Si tratta di portatori di deficit mentali a cui una parte affianca deficit fisici. Un ente comparabile, come Anffas del Trentino, non ha presentato fino ad oggi casi di decessi per Covid.

Perché sono andate così le cose al Don Ziglio? È chiaro che l’intera politica provinciale anti Covid si è dimostrata incapace di un progetto di contrasto tempestivo alla pandemia. Altre regioni in febbraio avevano limitato o bloccato l’accesso dei parenti nelle Rsa. E in certi casi, anche trentini, si era cercato di formare il personale che stava schiantandosi sul Covid. A Levico invece i dipendenti non erano stati preparati. Nessun corso in vista di un dramma “atteso” e la chiusura dell’istituto ai parenti avvenuta dopo vari casi di malattie sospette e pressanti richieste sindacali.

Parola d’ordine: sdrammatizzare

Foto “promozionale” su FaceBook: ?le coordinatrici esultano: ?va tutto bene

La prima significativa circolare al personale, risale ai primi di aprile. Quando le galline erano fuggite dal pollaio. E ciò che si capisce analizzando l’intera vicenda è che la dirigenza del Don Ziglio non scelse dall’inizio una strada di condivisione di questo difficile percorso coi suoi dipendenti. Piuttosto, un tragitto di scontro. Basta dare un’occhiata alle interviste rilasciate in quelle settimane da Giuseppe Pallanch della Cisl alla stampa trentina. L’amministrazione partiva da una posizione a priori sdrammatizzante. Per salvaguardare il buon nome dell’Istituto. Che confliggeva con la realtà. Di qui il video della presidente e, peggio, le accuse di ribellismo ed assenteismo. “Una situazione esplosiva quella del Don Ziglio” commentava sull’Adige Pallanch. Ma, mentre i presìdi non giungevano, chi aveva la responsabilità della conduzione sanitaria obbligava i dipendenti che si portavano da casa una mascherina, a toglierla. Per non fare allarmismo. Quando l’Italia era già dentro il baratro del Covid 19.

In netto ritardo, il 12 maggio, sotto le pressioni di personale, sindacato e settori della politica, l’Azienda Sanitaria ha deciso di intervenire direttamente. Ma il virus aveva ormai preso piede nell’istituto.

Il consigliere Degasperi parlava in un’altra interrogazione di “task force Covid” e incitava a mettere mano finalmente alla igienizzazione degli ambienti e al problema delle pulizie. Si diceva certo che gli uomini dell’Azienda Sanitaria avrebbero chiesto conto all’amministrazione e ai responsabili sanitari del Don Ziglio “della strategia adottata per affrontare la pandemia che duramente ha colpito dipendenti ed ospiti”. Quindi rendeva noto che “solo il 26 marzo, su sollecitazione del sindacato, i primi ospiti e poi i primi operatori, sono stati sottoposti a tampone da parte dell’APSP e non a seguito di decisione del Cda”.

Bisognava attendere quegli stessi giorni perché a chi stava combattendo col Covid capillarmente diffuso nell’istituto fossero forniti i primi Dpi, mascherine, camici e visiere.

A quel punto, visti “i morti sul campo”, OSS, infermieri ed educatori iniziavano ad operare su turni di dodici ore. Solo il 30 marzo tutti gli operatori disponevano dei kit di protezione personale. Incompleti però. Altri giorni se ne andarono in attesa che personale e ospiti fossero tutti “tamponati”.

Una OSS, in una drammatica intervista, raccontava ad Andrea Tomasi, nell’Adige del 10 aprile, che i camici a disposizione non coprivano testa e ginocchia e che quindi, per propria decisione, il personale aveva stabilito di mettersi addosso, per coprire quelle parti del corpo, dei sacchetti di nylon, “quelli neri per l’immondizia”. Confermava poi la signora, con figli piccoli, che “anche il personale delle pulizie è stato decimato… vengono fatte in tempi ristretti e con prodotti non corretti. La sanificazione non c’è stata negli ambienti di vita dei nostri ragazzi”. Alla domanda su cosa facesse la donna per cercare di non portare in famiglia il virus la risposta fu: “Vivo nell’angoscia. Io mi lavo in Don Ziglio e mi rilavo in casa con disinfettante. Ho gli occhi gonfi e la pelle rovinata dal disinfettante. È ciò che ci hanno detto di fare al Centro”.

L’arrivo della task force voleva dire affiancamento delle strutture dirigenziali del Don Ziglio. Qualche tempo dopo si saprà che il direttore Fabrizio Uez sarebbe transitato in ferie entro il 31 maggio, sostituito, a scavalco e pro tempore, dal direttore della Rsa di Strigno Marco Saggiorato (il 27 maggio, altro pasticcio, si seppe che aveva fatto un passo indietro, sostituito da Luigi Chini dell’Apsp di Mezzocorona). Per poi pensionarsi un mese dopo.

La domanda vera l’aveva posta in consiglio provinciale Filippo Degasperi: “Quali iniziative intende adottare la Provincia per verificare l’adeguatezza del consiglio di amministrazione della Levico Curae e rispetto al compito che gli compete, per assicurare da parte dello stesso consiglio il rispetto del personale?”.

Ipotesi di reato: epidemia colposa

17 marzo: la presidente del Don Ziglio, Martina Dell’Antonio, in video sul sito dell’istituto: “Nelle nostre strutture nessun caso di contagio… Voglio tranquillizzare residenti, familiari, lavoratori e comunità di Levico. Situazione sotto controllo”. Invece...

Già in aprile i carabinieri avevano avvicinato qualche dipendente del Don Ziglio, raccogliendo molte informazioni. Qualche settimana dopo, Nas di Trento e Padova, carabinieri di polizia giudiziaria in forza alla Procura di Trento e del Comando Provinciale avevano setacciato la sede di Levico. L’indagine era stata avviata dal Procuratore capo Sandro Raimondi su 26 strutture provinciali in cui si erano verificati decessi. Ipotesi: reato di epidemia colposa.

Dal 23 al 28 aprile, in netto ritardo rispetto all’annuncio in diretta televisiva dell’assessore alla Sanità signora Segnana, gli ospiti del Don Ziglio esenti da Covid furono trasferiti alla struttura della Croce Rossa di Levico. Anche in quel caso, pare, le cose non funzionarono perfettamente. Di nuovo Degasperi “interrogò”: “Molti di loro sono stati precedentemente sottoposti a test sierologici e risulterebbe che alcuni fossero risultati ancora positivi al Covid 19”. E poi: “Risulta che nessuna sanificazione degli ambienti sia stata effettuata dall’inizio dell’epidemia”. Ma la vicenda del Don Ziglio, come abbiamo cercato di sottolineare si è rivelata piuttosto contorta.

Poveri eroi!

E i “nostri eroi”? OSS, infermieri etc. per cui ci siamo commossi e abbiamo cantato canzoni sui poggioli di casa? Nella sede della Croce Rossa di Levico gli ospiti no-Covid del Don Ziglio fino ad oggi sono accuditi da personale in servizio per 12 ore (più vestizione, svestizione e pulizia). La sede centrale, con gli ospiti Covid, agli inizi di giugno era stata “igienizzata” solo in 3 appartamenti, dei tanti. E le pulizie venivano eseguite una volta al giorno: nel periodo pre Covid erano due. E i “nostri eroi”, dopo una battaglia a mani nude durata mesi, lavorano ancora sotto stress, chiusi in scafandri che negano la possibilità di andare al gabinetto, in tensione per il correre del virus e col rischio di portarlo a casa.

Si era promessa loro soddisfazione salariale. Giuseppe Pallanch: “Peggio che a livello nazionale. La giunta provinciale delibera i premi con atto unilaterale, lasciando fuori una quota di personale impegnato in prima linea. E i 20 milioni accantonati per la vacanza contrattuale sono stati sottratti a tutti i lavoratori. Saranno premiati solo coloro che sono stati colpiti dal Covid. Ma solo se ricoverati in ospedale. Quando sappiamo che la maggior parte veniva lasciata a curarsi in casa”.

Le “selezioni” dei dirigenti

Dal 14 al 26 maggio si è tenuta la pubblica selezione per sottoporre al cda di Levico Curae una rosa di candidati per la direzione. Undici i concorrenti. Per il consigliere Degasperi, tre i favoriti. Luca Cattani, direttore della Casa di Riposo di Cles (con precedenti entrature al Don Ziglio, vedi Andrea Tomasi sull’Adige del 14 maggio). Poi Michele Bottamedi già direttore della Rsa di Malè e del De Tschiderer di Trento, “marito della responsabile della Formazione in Upipa, autrice del progetto ChangeLab e spesso al Don Ziglio” per la sua realizzazione, come annota Degasperi in un’altra interrogazione. “Sul piano giuridico non ci sarebbe alcun conflitto di interessi, ma nel mondo delle case di riposo si dice che, per evitare critiche, in quel caso basterebbe spostare lei ad altro incarico” scriveva Tomasi. Il terzo candidato tra i favoriti era Pier Giuseppe Saba, direttore dell’Istituto di Levico per due mandati, in cui aveva vantato buoni rapporti col personale. Peraltro, Saba sarebbe costato meno di altri concorrenti in quanto dipendente della Levico Curae ma in comando all’Azienda Sanitaria.

Il 30 maggio un’altra bomba: la commissione, formata da uno specialista in gestione di risorse umane, da uno psicologo psicoterapeuta e da un commercialista e revisore dei conti dava il suo primo verdetto: una rosa di 5 candidati da sottoporre, l’8 e 9 giugno, al cda della Levico Curae. Cattani e Bottamedi erano nelle cinquina, Saba bocciato. Eppure, si trattava di un concorso per titoli e colloquio. Dei titoli Saba, già direttore in passato, non era certo sprovvisto. Qualcuno dei prescelti, a quanto si sa, non ha mai diretto una vera Apsp. Che era una delle caratteristiche qualificanti contenuta nel bando di selezione (anzianità di servizio maturata nel ruolo di direttore, oltreché il possesso di un diploma di laurea e l’aver ricoperto il ruolo di responsabile della prevenzione, corruzione e trasparenza in Apsp o simile).

Ora le cose si ingarbuglieranno per Levico Curae dove, come scrive Tomasi sull’Adige del 30 maggio, la presidente Martina Dell’Antonio “è salda in plancia di comando”. Prevedibile che una volta messe le mani sugli atti della commissione di concorso, Saba proponga ricorso. E a quel punto non sappiamo, ad esempio, se il superfavorito Luca Cattani se la sentirà di lasciare il posto della Rsa di Cles per assumere quello di direttore a Levico sotto una spada di Damocle.

La domanda è anche un’altra. Se Saba, per 10 anni direttore a Levico, dipendente del Don Ziglio e quindi meno costoso per le casse sociali, aveva i titoli per entrare nella rosa dei 5, e probabilmente addirittura dei 3, perché non ce l’ha fatta? Per il colloquio? Un direttore per due mandati, che aveva vantato un buon rapporto coi dipendenti, è professionalmente decaduto nel frattempo o, magari, la sua personalità ha conosciuto una qualche forma di degenerazione?

Ma com’è la norma che regge questi concorsi? Fa riferimento alla legge regionale 7 del 2005 “Nuovo ordinamento delle istituzione pubbliche di assistenza e beneficienza”. La durata del mandato di direttore è quella del cda, oggi di 5 anni. Il direttore è nominato dal cda anche al di fuori della dotazione organica. Con atto motivato e selezione con pubblico avviso. La commissione di concorso non presenta una rosa di papabili. La scelta è fatta rispetto ai curricula e, come quest’anno, la commissione può richiedere ai candidati un colloquio. La norma non impone prove scritte o orali. Un semplice colloquio. Il senso della cosa?

C’è di più: il cda può scegliere, con atto motivato, anche fuori da questa rosa. Quindi la scelta del direttore di una costosa istituzione (13 o 14 milioni all’anno per la Levico Curae) può essere molto libera e in ultima istanza politica. In quasi tutte le selezioni di direttore per le Apsp è scritto: “È riservata al cda la facoltà di non recepire alcuna delle indicazione della commissione giudicatrice”. La formula è scritta nel Regolamento del personale del Don Ziglio (ora Levico Curae).

Tentiamo un ragionamento per estrema ipotesi. Nel Trentino di oggi il direttore di una Rsa può essere designato dalla politica. Ma anche il presidente. Nel caso della Levico Curae 3 dei 5 membri del cda sono designati dal sindaco di Levico Terme. Gli altri due sono scelti dalla Provincia. Quindi il sindaco elegge la maggioranza del cda che può eleggere, anche da sola, il presidente. Che dovrebbe essere persona di esperienza e autorevole. Il presidente, peraltro, con la sua maggioranza può scegliersi il direttore. Visto che può nominare qualcuno anche senza tenere conto delle indicazioni delle Commissione selezionatrice del concorso.

Così anche in un istituto come il Don Ziglio che occupa direttamente o indirettamente quasi 200 persone. Con la Provincia, tutti noi, che copre gran parte dei 180 euro di retta per ogni ospite, attraverso l’Azienda sanitaria. L’utente copre circa il 30% ma talvolta sono i Comuni di residenza dell’ospite a farsi carico della spesa. La Provincia poi paga gli interventi di manutenzione straordinaria dell’edificio, che è di proprietà della stessa. I soldi sono nostri, ma la scelta della dirigenza può avvenire nelle anticamere della politica. E i concorsi possono trasformarsi in piccole formalità. Ma se l’attuale giunta provinciale ha balbettato non poco di fronte all’incalzare del Covid 19, la legislazione sulle Apsp a cui ci siamo riferiti, è stata ereditata dalla politica precedente, da precedenti assessori alla Sanità e presidenti.

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