Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca
QT n. 7, luglio 2020 Seconda cover

Una generazione immolata sull’altare del virus

Massimo Giordani direttore dell’UPIPA: Sbagliata la scelta della Provincia di tenere aperte le RSA fino all’8 marzo. La mortalità, comunque, è stata più alta in famiglia che nelle strutture.

Renzo M. Grosselli
Massimo Giordani, direttore dell’UPIPA

Una generazione di anziani è stata immolata. Costretta, gravemente ammalata, ad essere curata in strutture che non sono ospedali. Le Residenze sanitarie assistenziali (RSA). Gli ospedali non avevano retto l’impatto col Covid19. E lì, specie in Lombardia dove lo Stato sociale si era ritirato più che in altre parti del paese lasciando spazio ai privati, gli anziani per settimane hanno dovuto soccombere di fronte alla scelta su chi salvare. Si decise comunque di non far giungere nelle strutture sanitarie chi non pareva in immediato pericolo di vita. Lasciandolo nelle proprie abitazioni o nelle RSA. Ma gli anziani sono le principali vittime del Covid 19. Indifesi se ultra 75enni e con altre patologie gravi in essere. Forse è questa una lettura realistica di ciò che è successo in Italia (e altrove) negli ultimi mesi, da quando fu chiaro che uno spettro stava girando anche nella nostra terra.

Massimo Giordani, direttore di UPIPA (Unione Provinciale Istituzioni Per l’Assistenza) non è d’accordo. Tecnico raffinato, è un’autorità nel campo. E uomo aperto che ha dato dimostrazione anche di indipendenza dal potere politico.

Ciò che il Covid lascerà sulla sua scia, insieme ad altre rovine, sarà una strage di anziani. E un dibattito che ha diviso il mondo (si vedano le reazioni di paesi quali gli Usa, Brasile, Svezia e del presidente Boris Johnson prima maniera): non difenderli in attesa di poter raggiungere una “immunità di gregge” o difendere loro e le altre classi di età mettendo a disposizione quanto la medicina via via riusciva a scoprire durante la battaglia contro il virus?

Non credo che una generazione sia stata immolata, non da noi. Analizzando i dati disponibili, la mortalità è stata più alta sul territorio, per fascia d’età, che non nelle strutture. Il grosso aumento di mortalità in Lombardia nella fascia di età dei 65 agli 80 si è avuto nell’abitazione del paziente. Ha pagato di più la gente che non è riuscita ad arrivare all’ospedale, se non in situazioni disperate. Il problema è stato un altro, mondiale. Le strutture per anziani per come sono fatte, sono pagliai che si incendiano. Non è stata la cura. Semmai abbiamo troppo facilmente permesso all’inizio, che nelle RSA il virus potesse entrare. Nella logica del “si può correre il rischio perché il tasso di letalità è basso sulla popolazione in generale”. Ma per gli ultra 85enni che prendono almeno 8 farmaci e che hanno almeno 3 patologie è devastante. È ciò che noi all’inizio dicevamo e che ci ha portato a scontri con la giunta provinciale: il virus non deve entrare, perché se entra non ci sono possibilità di limitarlo. Si tenga conto anche del contagio per la famiglia, se uno non viene immediatamente separato. Le strutture per anziani in Trentino non erano concepite come ospedali ma come strutture famigliari dove la malattia era considerata un elemento da contenere e ridurre per offrire qualità di vita. Le persone allettate erano una percentuale molto bassa. Sempre a contatto con gli altri. Il famigliare entrava quando voleva e passava la vita, se voleva, con l’anziano. Mangiare, fare l’orto. È bellissimo, ma come ridurre il rischio che la persona contagiata possa non contagiare gli altri: 40 pazienti, 40 operatori, 60 famigliari?

Su 60 Rsa in Trentino 27 non sono state interessate dal virus. Concorda?

Sì. Qualcuna è stata contaminata nella seconda fase, ma spostavamo ormai l’ospite colpito nelle strutture specializzate per il Covid. E poi sono rientrati indenni. In questo modo direi che 30 strutture non hanno conosciuto casi di Covid.

Il numero di infettati e di morti “probabili Covid”?

La RSA Civica “San Bartolomeo” di Trento. (Foto dal sito dell’UPIPA).

Disponiamo di stime ma le indagini sono in corso e ci sono contestazioni sui dati. È l’Azienda Sanitaria che deve fornirli all’Istituto Superiore di Sanità (I.S.S.). Soprattutto a marzo la disponibilità di test diagnostici era ridotta e la stessa Azienda aveva adottato il criterio clinico per includere nei casi Covid anche quelli non verificati con tampone.

Cosa pensa dello scudo penale chiesto anche da un consigliere provinciale. Tutti eguali i direttori e responsabili sanitari delle Rsu? Tutti hanno agito al meglio? Anche coloro che strappavano le mascherine dal viso di infermieri e Oss? Solo sfortuna e fortuna?

Dal punto di vista della persona che vuole giustizia qualsiasi forma di scudo predeterminato è ingiusto. Se la si guarda dal punto di vista di chi si è dovuto prendere delle responsabilità, sapere di essere esposti ai livelli di razionalità ed oggettività su cui prendevano queste decisioni è uno stress forte. O un incentivo a non decidere. E scaricare le responsabilità su altri. Chi prendeva la decisione e chi si fermava. Specie se per una decisione potevi essere accusato di aver colposamente compiuto qualcosa di sbagliato. In quel caso la tendenza poteva essere di spostare la decisione su altri. Dal punto di vista politico ci può essere strumentalizzazione su questo aspetto.

Dal punto di vista tecnico si deve trovare una posizione di equilibrio. Io l’ho notata la spinta di spostare su altri le decisioni. Come UPIPA abbiamo dovuto dare indicazioni a certi enti su come interpretare le decisione dell’I.S.S. Chi le assumeva si prendeva la responsabilità.

Le valli più colpite sono state quelle del turismo invernale. Suicida da parte della Provincia chiudere le piste a marzo inoltrato e fare pubblicità smaccata proprio nei confronti dei turisti lombardi? Con un assessore al turismo che è un albergatore?

Sono un tecnico non un politico...

La Provincia e l’Azienda Sanitaria hanno messo sul tappeto un piano antiCovid? Da quando?

L’Azienda ha adottato una strategia a partire da gennaio. Monitoraggio e prevenzione del contagio da una parte e dall’altra riorganizzazione delle strutture ospedaliere per reggere l’impatto. Sugli altri fronti, comprese le Rsa, nessuno aveva strategie chiare di intervento. Nessuno si è posto il problema di ridurre le possibilità di contaminazione in maniera drastica. Le più strutturate tra le indicazioni specifiche sulle RSA sono quelle dell’Istituto Superiore di Sanità del 17 di aprile. Prima versione il 28 marzo. Ma il Covid qui era già diffuso. Enti privati, ad esempio il network “Aprire”, geriatri e operatori di strutture no profit lombarde, avevano emesso un primo documento a metà marzo, sull’andamento tragico del Covid nel Bresciano e nella Bergamasca. Le prime indicazioni date ai nostri soci, in assenza di altre, sono state quelle. Ci sentivamo costantemente con loro. Un piano vero sulle RSA non c’era. L’approccio era: i parenti non entrino e non ci sarà problema.

La RSA “Don Giuseppe Cumer” di Vallarsa. (Foto dal sito dell’UPIPA).

Noi di UPIPA ci muovevamo su tre linee. Anzitutto impedire al virus di entrare nelle strutture. Abbiamo chiesto di annullare le visite dei familiari. Anche se questi l’hanno presa male e così i media. In secondo luogo eravamo convinti che tutti sono esposti allo stesso rischio probabilistico di infezione. Alcune strutture potevano essere coinvolte e alcune no: quindi abbiamo rafforzato la rete in modo che le strutture colpite dal virus potessero essere supportate dalla solidarietà delle altre. Con la fornitura di risorse di magazzino e altro. In terzo luogo ci impegnammo ad offrire il più possibile informazioni su come affrontare il virus in RSA. Si avevano solo conoscenze ospedaliere e generali. Ma le RSA sono strutture particolari e bisogna cercare indicazioni coerenti con ciò.

La cosa drammatica è che all’inizio di marzo passavano messaggi da fonti autorevoli che erano: gli asintomatici non sono contagiosi, se non hai tosse e raffreddore non sei contagioso. E la mascherina serve per non contagiare gli altri non anche per non essere contagiato. Il contagio invece nelle strutture è entrato attraverso gente che apparentemente stava bene.

Finisce un’epoca per i “ricoveri”. Verso dove si va?

Potrebbe essere un cambiamento drastico. Il problema è come concepiamo il bilanciamento tra qualità di vita, livelli di sicurezza e prevenzione del contagio in contesti in cui le persone sono estremamente fragili. A 80 anni, quando la tua vita dipende soprattutto dagli altri, se ti tolgono le relazioni sociali, cosa resta? La risposta ci dirà cosa diventeremo nel futuro. Un mix tra massimo di sicurezza e massimo di socialità. Non possiamo immaginare di diventare ospedali per infettivi. Saranno necessarie innovazione concrete, anche organizzative: quante persone, quante le assisteranno, con quanti contatti.

Medici, infermieri, Oss. In Europa ce n’è uno ogni 20 ospiti. Da noi uno ogni 50, si dice. Mandati allo sbaraglio a mani nude.

Nell’Europa del sud il numero di infermieri è molto più basso. Ricerche specifiche confermano che sotto un certo rapporto infermieri-assistiti aumentano le possibilità degli assistiti di incorrere in problemi di salute generati dall’organizzazione. È auspicabile un miglior rapporto quantitativo tra personale ed utenti. Anche perché questi ultimi oggi presentano patologie plurime e più gravi. Mentre il personale è rimasto sempre lo stesso. Problema che si avverte meno in Trentino, dove abbiamo il 30 per cento in più di personale nel settore pubblico rispetto alla Lombardia. Ma oggi la gente considera queste persone come quelle che ti lavano, ti imboccano e ti mettono a letto. Invece deve essere personale che promuove la qualità di vita dell’anziano. E che deve averne un riconoscimento.

La gente deve rendersi conto di quello che fanno: devono poter aggiornarsi sempre, crescere professionalmente ma anche avanzare a livello di carriera. Sono stati migliaia che hanno dato tutto nonostante la paura di portare a casa il virus. Pochi quelli che si sono sottratti al loro dovere. Stipendi migliori ma anche un diverso riconoscimento a queste professioni.

I direttori delle Rsa sono selezionati attraverso concorsi ridicoli. E hanno contratti quinquennali. Sono in mano ai Cda che sono “politici”.

Professione difficile. Che non tanti vogliono fare, con un livello di precarizzazione che non si conosce nel pubblico impiego. E un livello di responsabilità che richiede capacità di sintesi e molte competenze. Con responsabilità di tutti i tipi.

Poi, in tutti i contesti la politica cerca di condizionare i dirigenti. Ma non ci riesce forse di più in Provincia o in un Comune che in una RSA? Non siamo messi male in Trentino.

Cosa non rifareste da gennaio ad oggi?

Non avrei aspettato indicazioni dalla Provincia dal 21 febbraio all’8 marzo per chiudere e riorganizzare. Ora ci attiveremmo in ogni caso.

Pronti per un eventuale “autunno caldo”?

Stiamo facendo di tutto per esserlo. Le due forti leve su cui basarsi sono il filtro in ingresso e la rapidità con cui spostare i casi accertati in strutture vocate.

Zero ammalati in una valle martoriata

“Il presidente Fugatti ha messo un messaggio sul suo sito: ‘Aperte le RSA’ e la foto di un vecchio che colloquia con un giovane. Ma è un imbroglio per la gente. Non è così e non lo sarà per molto tempo. Le RSA non possono aprire ai parenti prima che si trovi un vaccino. Fino ad allora la vita di queste istituzioni sarà cambiata. Un dramma”.

Non è vero che le RSA situate in zone a forte turismo invernale siano state genericamente colpite molto di più dal Covid19.

Non è vero che non fossero possibili interventi tempestivi che avrebbero potuto evitare molte infezioni e decessi. Abbiamo avvicinato il direttore di una RSA situata “in una zona di punta per piste da sci”, in Trentino, dove il virus non è entrato e non si sono contati morti.

L’attacco del direttore è di quelli concordati con i colleghi e caldeggiato da UPIPA: “Niente polemiche. L’emergenza è in piedi e c’è tanto da lavorare”. Il dirigente riconosce il ruolo di UPIPA in questa fase: “Un lavoro che è stato più che prezioso. Senza di loro avremmo avuto seri problemi”.

E ancora: “Qui abbiamo avuto un po’ di fortuna”.

Ma poi il tono delle considerazioni cambia. E il direttore annota: “Abbiamo però lavorato tanto per meritarcela la fortuna, visto che operiamo in una zona martoriata dal Covid. Il personale è stato preparato ed abbiamo iniziato da subito con incontri di formazione per il personale. Il primo verso la fine di febbraio: una serata informativa con il nostro medico. Poi, mano a mano che giungevano protocolli ed informazioni le passavamo ai dipendenti col cellulare, la mail o attraverso incontri di piccoli gruppi”.

E qui il direttore riconosce il valore delle scelte del suo coordinatore sanitario: “È stato molto attento e preciso. Via via che UPIPA ci informava, passava ai dipendenti il contenuto”.

Non solo fortuna, dunque, non solo zone turistiche e zone non turistiche. C’è stato chi ha agito con intelligenza e prontezza e chi, probabilmente, non ha fatto altrettanto. Non reagendo in profonda unità coi dipendenti o, addirittura, trattandoli come nemici. Loro che costituiscono le avanguardie delle difesa dal virus.

“Ora i parenti entrano e vedono il proprio caro dietro un vetro. Un dramma. Una lunga storia che si chiude in un mese. – sottolinea sconfortato il direttore - Un compromesso tra sicurezza e socialità. Ma abbiamo lavorato per anni per aprire le RSA al sociale… Eravamo arrivati a contare tanti volontari quanti erano gli ospiti”.

In questo momento, invece, i vecchi sono tornati nel ghetto. Altro che un anziano che colloquia con un giovane come se niente fosse!

Politicherie.

Commenti (0)

Nessun commento.

Scrivi un commento

L'indirizzo e-mail non sarà pubblicato. Gli utenti registrati non devono inserire altre verifiche e possono modificare il proprio commento dopo averlo inserito.

Riporta il codice di 5 lettere minuscole scritto nell'immagine. Puoi generare un nuovo codice cliccando qui .

Attenzione: Questotrentino si riserva la facoltà di cancellare commenti inopportuni.