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QT n. 7, luglio 2020 Seconda cover

Virus e salute mentale

Le ripercussioni dell’epidemia sul lavoro del Centro di salute mentale di Trento.

Il Centro di salute mentale di Trento.

È difficile affrontare il tema del Covid-19 e della situazione d’emergenza che ha portato con sé senza assumere toni retorici. Le parole originali sono finite qualche tempo fa. Il virus ci ha cambiato o non ci ha cambiato per nulla. Dopo il virus niente sarà più come prima oppure sì, tutto. Il virus ci ha fatto ritrovare l’umanità, o al contrario coltivare l’egoismo. E per fortuna che si può videochiamare, ma quanto è bello ritrovarsi faccia a faccia. Insomma qualsiasi cosa, brutta o bella, ma sempre “ai tempi del Covid-19”.

Una banale pandemia influenzale. Che ha costretto tutti noi, in un modo o nell’altro, a fare i conti con le nostre paranoie. Con la presenza della morte. Con i volti coperti. A disinfettare – pardon, igienizzare - tutto: le mani, le maniglie, le superfici, gli oggetti; e osservare stigmatizzando chi non lo faceva o contro-stigmatizzare chi assumeva il ruolo del gendarme.

La presenza del virus ha rappresentato un’intensa occasione di collettivizzazione del sacrificio e del dolore. Ha richiesto a tutti, indistintamente, una responsabilizzazione nei confronti della società e dei suoi soggetti più fragili. Ha messo tutti sullo stesso piano, da un certo punto di vista; ma potenzialmente ha anche acuito le differenze, perché “restare a casa” non è la stessa cosa per il milionario e per il disoccupato, per chi ha un ampio giardino rispetto a chi vive con altre cinque persone in cinquanta metri quadri, per chi sta bene e chi no.

Al Centro di salute mentale (CSM) di Trento ne sanno qualcosa. Anche se i conti fino in fondo probabilmente si devono ancora fare: gli effetti psicologici del virus saranno un’onda lunga a venire, nei prossimi mesi.

Ci troviamo a discuterne in una stanza di via San Giovanni Bosco. Sedie a cerchio, distanti fra loro. Mascherine.

Il dottor Marco Maria Goglio, direttore dell’Unità Operativa di Psichiatria di Val d’Adige, Valle dei Laghi,Vallagarina e Altipiani Cimbri, me l’aveva anticipato per e-mail: “Se lei fosse disponibile potremmo organizzare un incontro con due-tre persone per rispondere a domande. Le propongo questo perché siamo abituati a lavorare in équipe ed allora mi piacerebbe che oltre a me ci fossero un operatore delle nostre urgenze ed un operatore delle attività aperte. Inviterei anche un rappresentante degli utenti che collaborano con la nostra Unità Operativa. Se serve posso chiedere anche al presidente dell’associazione che collabora col servizio in questi percorsi innovativi di supporto tra pari”.

Mi presenta tutti per nome, e tanto basta. Il clima è sufficientemente informale da non richiedere il cognome. Ci sono Morena, responsabile educatrice del servizio urgenze del CSM; Stefania, responsabile del servizio ‘Fareassieme’; Rosaria, Utente Familiare Esperta che proprio in questi giorni inizierà un giro di interviste on-line sul Covid-19 a molti utenti; e infine Roberto, presidente dell’associazione “Il cerchio - fareassieme”.

Da più di vent’anni lo stile coltivato dal Centro è quello – appunto – del “fareassieme”: la condivisione di pratiche con utenti, familiari, operatori. Un approccio filosofico che in questo periodo ha dovuto trovare nuovi modi di esistere, on-line. Alcune cose sono dovute cambiare radicalmente.

Rosaria racconta che in questi mesi è stata quasi quotidianamente al pre-triage ed ha quindi accolto molte delle persone che si presentavano al Centro. “Ho visto arrivare persone abbastanza spaventate, confuse, sole; non possono accedere all’intero servizio come facevano prima, perciò cercano anche solo qualche minuto di confronto per ovviare alla solitudine accumulata in questi mesi di disperazione”.

Il dott. Marco Maria Goglio.

È stato un terremoto, che prima si è insinuato in modo un po’ sottile e sottovalutato dalla stampa come ‘una semplice influenza’. Poi ci si è resi conto della portata del virus e molte attività sono state sospese e sostituite da remoto – e questo è appunto un terremoto, perché in psichiatria ci si basa molto sul contatto. Il remoto però ha aiutato. E poi agli inizi del contagio tante persone collaboravano: gli utenti da casa, certo, ma c’era anche una forma di solidarietà nelle comunità, tra utenti e operatori. Nell’ultimo mese si percepiscono invece situazioni più esplosive, doloranti, critiche che hanno retto inizialmente e ora stanno esplodendo”, spiega il dott. Goglio.

L’indispensabile contatto

Tutte le attività hanno avuto bisogno di essere riorganizzate. Solo in minima parte l’utenza può accontentarsi del remoto, molti sono in carico con un progetto impegnativo che prevede presenza fisica, contatto, relazione. Morena dice che “è stato difficile gestire l’urgenza, perché è venuto a mancare il contesto strutturale nel quale si può agire liberamente per il benessere del paziente: situazioni che prima potevano essere prese in carico rapidamente e con tranquillità hanno richiesto ore, giorni e pensieri infiniti”.

La percezione che gli utenti hanno portato è stata varia, in base alle caratteristiche di ciascuno: isolamento e angoscia per chi non aveva risorse per affrontare la crisi, mentre per altri è andata molto meglio; e per una piccola fascia di utenti, quelli che affrontano problemi di socialità, a cui non veniva più richiesto un “impegno” come l’uscita di casa, la frequentazione di spazi, la condivisione, l’isolamento forzato è stato quasi un sollievo. “Durante questa crisi, comunque, tutti i vissuti sono stati equamente rappresentati”.

Stefania utilizza una parola per sintetizzare gli sforzi di questi mesi: “reinventarsi”. “Dover annullare gruppi che sono il lavoro di anni è stata dura, ma poi siamo stati capaci di ripensare creativamente la quotidianità per predisporre attività diverse che consentissero comunque di lavorare con gli utenti. La nostra rivista mensile ‘Liberalamente’, ad esempio, è andata avanti in videoconferenza, con stupore e curiosità dei meno informatizzati. Abbiamo inventato il rilassamento telefonico: esisteva un corso di quattro incontri sulla gestione dell’ansia che abbiamo dovuto sospendere ma che abbiamo sostituito con tecniche di rilassamento guidato al telefono. Questa è stata una scoperta interessante, non avrei mai pensato che avrebbe funzionato e invece si è rivelato un servizio di qualità che ha fornito degli strumenti a chi ne aveva bisogno. E siccome quel momento è un appuntamento periodico importante nella vita dell’utente, la concentrazione non è calata”.

Certo, se il rapporto con l’utenza non è mutato sostanzialmente, nel tempo ciò che è cambiato è stato invece il rapporto con i colleghi o con le strutture del sociale: si è sentita ad esempio, col passare dei giorni, la fatica di organizzare riunioni; non è calata l’attenzione nel farlo, ma è aumentata la stanchezza. Anche perché le riunioni, in un lavoro di équipe, sono molte… ed i disguidi tecnici a loro volta possono causare fatica e tensione.

“Il sistema ha operato bene”

Il Centro di salute mentale di Trento, sala riunioni.

Roberto è l’ultimo a prendere la parola: “Mi ha colpito il fatto che nel nostro sistema le persone positive al Covid-19 siano state pochissime, nonostante il fatto che le strutture siano potenzialmente ad alto rischio. Quindi il sistema ha operato bene. Va detto che c’è stato un allarme, poi rientrato, che forse ha fatto alzare l’attenzione. Ma la forza del sistema è che mettiamo in campo tutte le risorse, anche degli utenti: le difficoltà ci sono, ma anche le risorse personali e questo consente di avere un sistema più solido”.

A proposito: pare che gli utenti siano stati molto rispettosi, anche di quelle che erano via via le indicazioni del Governo. “Abbiamo lavorato molto sullo spiegare cosa fosse il virus, quali fossero le cautele necessarie, il senso del lavarsi le mani. Abbiamo puntato sulla responsabilizzazione, partendo dall’idea che il virus è un danno per tutti”, dice il dott. Goglio.

L’Azienda nel giro di poco tempo ha messo a disposizione gli strumenti tecnologici, come le telecamere, e i nostri operatori sono stati bravi e veloci a riorganizzarsi - prosegue Goglio. - Era importante mantenere certi fili con l’istituzione, ad esempio gli incontri col Comune, che siamo riusciti a tenere attivi con collegamenti da remoto. Questa possibilità ha consentito a certi discorsi di proseguire e non interrompersi”.

Chiedo qual è stato l’effetto del virus sul numero di utenti passati per il Centro in questi mesi. “Il numero è rimasto stabile, non ci sono state grandi variazioni - mi spiega Morena. - Nel primo mese sono sparite le prime visite, nessuno veniva a chiederle; poi sono ricominciate pian piano e ora sono tornate al livello di prima. Nelle ultime settimane è arrivato però anche qualcosa di diverso: abbiamo ad esempio iniziato a gestire consulenze fornite a chi ha avuto il virus”.

In attesa dell’onda lunga

Le fa eco Stefania: “Durante il primo mese tutti si sono messi in testa che nemmeno le cose eccezionali e urgenti potevano essere chieste; quando poi l’emergenza non si è esaurita in poche settimane ma è andata avanti, le cose sono cambiate. Sui numeri si vedrà il contraccolpo nel tempo e a fine anno potremo dire quanti nuovi utenti legati al virus, che si sono ammalati o magari hanno perso una persona cara, avremo.

Dopo la crisi del 2008 per un paio d’anni abbiamo avuto in Pronto Soccorso padri disperati che non potevano pagare il mutuo o comprare da mangiare per i propri familiari. Oggi il blocco sociale imposto dal Covid-19 per molti ha significato sospensione o perdita del lavoro e impossibilità di guadagno o un allentamento dei servizi sociali alla persona, con situazioni lasciate andare alla deriva in questi mesi, in particolare rispetto alle persone senza fissa dimora. Mi domando cosa potranno causare nei prossimi mesi la disoccupazione e l’emarginazione”.

In uno scenario non facile sorge anche l’esposizione agli abusi di sostanze. Roberto spiega che esiste “una rete di gruppi di auto-aiuto sul tema dell’alcol aperti anche ad altre fragilità. Un questionario sulla situazione attuale fatto a quasi mille persone dei club ha fatto emergere che la percezione fosse di ‘nulla è cambiato’ e la prospettiva per il futuro vista come migliorativa. Quelli che sono serviti da Alcologia ma non sono nei club vedono il futuro molto peggio. D’altronde i dati che abbiamo ci dicono che solo il 3% di chi partecipa ai club ha avuto un reinserimento importante dell’alcol durante la serrata, mentre il 18% degli altri ha aumentato il consumo. Io penso che per la persona con disagio psichiatrico sentirsi non più sola con un problema, ma dentro un problema condiviso possa averla fatta sentire meno malata, più alla pari”.

Quest’ultimo pensiero è ripreso anche da Goglio: “Questo concetto è stato espresso sia dagli utenti della Casa del sole di Madonna Bianca che da quelli del Centro Terapeutico Riabilitativo di Ala. Specialmente nelle prime settimane hanno solidarizzato con gli operatori: ‘Noi siamo qui al chiuso, protetti, voi uscite e dovete andare e venire da un posto in cui potenzialmente potreste prendere la malattia’. Quando le persone condividono, il supporto tra pari funziona sempre”.

L’Azienda è intervenuta in termini di supporto tecnologico. Ma le risorse, in primis economiche, di cui si disporrà nei mesi a venire saranno sufficienti a far reggere il sistema?

Mi risponde il dott. Goglio: “Come detto, temo che andremo incontro a degli aumenti di richieste sopratutto per via delle questioni sociali: disoccupazione, guai economici, assenza di lavoro. Aumenta l’angoscia delle persone e di conseguenza il ricorso ai servizi. Io sulla psichiatria sono convinto che reggerà, perché ho visto come sono andate le cose in questi mesi tragici. Davanti a una crisi epocale poteva andare tutto all’aria, ma anche attraverso confronti accesi – perché ci sono caratteri più precisi, più pignoli, più andanti, più depressi,… – invece il servizio ha retto. Questo fa dire che il servizio è forte e che anche la presenza dell’utente dà una solidità diversa: il lavoro fatto insieme non poggia solo sui medici, ma su operatori, famigliari, utenti stessi. Ci saranno crisi e fatiche, ma ci sono anche tanti tavoli di confronto dove parlare di come affrontare certe cose. Io ho fiducia”.

Condivido questa fiducia - interviene Roberto. - La nostra psichiatria è territoriale, non può essere ospedale-centrica; non aspetta che venga la persona, ma va verso la persona e questo è un punto di forza che aiuterà anche ad affrontare difficoltà economiche e sociali. Sono meno fiducioso, invece, rispetto a sistemi meno territorializzati, come nel caso dei medici di base”.

Anche Stefania è ottimista: “Siamo un servizio con tante persone e tante diversità, ma anche tanta passione e fiducia in ciò che si fa. Si potrà reggere: non solo nell’accogliere la domanda, ma anche nel rimodulare il lavoro con le limitazioni che ancora ci sono e riuscire a dare un’offerta di vicinanza e di cura alle persone che seguiamo. Certo, bisogna trovare modalità intermedie, fare gruppi più piccoli, lavorare sulla motivazione di chi arriva. Riuscire ad adattarsi in questi mesi di transizione”.

“Reinventarsi e riadattarsi”, come dice Morena. E magari unire le forze con altri servizi e moltiplicare le collaborazioni, come quella già attiva con Psicologia Clinica.

Prima di salutarci da dietro le mascherine (“Non vedere la mimica facciale è un disastro - sorride Goglio. - Mi sto allenando a capire l’umore dagli occhi”) c’è spazio per un pensiero liberatorio rispetto al desiderio di rivivere certe situazioni, di rifare certe cose, di riprendere il filo di certi progetti. Forti delle capacità di cambiamento; e con fiducia.

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