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“Uno di famiglia”

Con la mafia non si scherza. Di Alessio Maria Federici

A volte si mettono i giusti ingredienti e si segue il corretto procedimento, ma non è sufficiente: per qualche oscura ragione la maionese impazzisce. L’uovo non si emulsiona con l’olio o chissà... insomma, qualcosa non funziona nonostante le buone intenzioni. Di solito a causa di dettagli, piccole cose, distrazioni. Così succede col film “Uno di famiglia” di Alessio Maria Federici: si ha sempre la sfuggente sensazione di qualcosa di sfasato.

All’inizio potrebbe essere il ritmo esagerato, poi i caratteri di personaggi poco credibili, poi certe forzature del racconto, poi le ambientazioni o i coprotagonisti, poi l’ironia che diventa grottesco. Infine è un po’ tutto l’insieme, dagli stereotipi alle esagerate improbabilità di un film che lascia un retrogusto sgradevole, culminanti in un finale in piano sequenza sul litorale di Ostia più esplicito e disturbante che ironicamente sottointeso.

La storia racconta di Luca, un ultratrentenne debole e un po’ infantile maestro di dizione, torteggiato e sottoconsiderato da tutti, compagno di una coetanea carina, assennata ed economicamente stabile (vivono in un appartamento obiettivamente bellissimo), che casualmente si trova ad essere il protetto di una famiglia mafiosa. Inizialmente Luca, pur sulla difensiva, alle esplicite avances dalla boss Angela, si compiace di compensi, vantaggi e servizi; poi invece, spaventato, tenta affannosamente di tirarsene fuori.

Di film e serie televisive che raccontano mafia, camorra e ‘ndrangheta in modo drammatico, criminoso, appassionante, addirittura coinvolgente, ne abbiamo visti molti. E non è nemmeno la prima volta che se ne fa una parodia. Possiamo anche solo ricordare “Amore e malavita” dei Manetti Bros, che tanti premi ha riscosso l’anno scorso. Ma se quella era una sceneggiata/musical derivante dalla commedia dell’arte, qua siamo invece più verso la tarda commedia all’italiana (anni Settanta) che vira al grottesco. Il problema è che, nonostante situazioni e momenti divertenti, nonostante Nino Frassica e il suo fantastico surrealismo, qui inevitabilmente trattenuto dentro i limiti di un personaggio, nonostante il ritmo indiavolato di una sceneggiatura puntuale, il film resta confinato nei limiti di situazioni scontate e stereotipi prevedibili, senza mai assurgere a cinica, amara denuncia del problema che rappresenta. Piuttosto baloccandosene, come se tutto fosse fiction autocompiaciuta, uno spunto qualsiasi per far divertire.

In realtà il dramma potenzialmente c’è: la famiglia e le pratiche criminali, la sensazione che la mafia si sia infiltrata dappertutto, che coinvolga la vita delle persone normali e soprattutto che sia inestirpabile, nonostante le forze dell’ordine, gli arresti la magistratura, i processi, le condanne. Quindi una piaga economico/socio/culturale diffusa su tutto il territorio nazionale e imprescindibile. Peggio, un po’ come alle sue origini, quando oltre a fare i propri interessi, aggiustava anche qualche torto subìto dai più indifesi cittadini, diventando riferimento di potere che si sostituisce allo Stato.

Il malcapitato, inetto, precario rappresentante della generazione dei trentenni, nelle grinfie dei cattivi c’è. La storia anche, ma alla fine si ha la sensazione che metterla in commedia e riderci sopra, ai nostri tempi, sia un’ultima spiaggia, disperata ed angosciante.

Meglio non so dire, però inviterei i lettori a vedere o rivedere “Mafioso” di Alberto Lattuada, con Alberto Sordi, del 1962.

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