Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

Dellai scarica la sinistra

Con la Casa dei Trentini, la virata al centro di Dellai, verso il modello Svp e la (meritata) marginalizzazione della sinistra. Motivi e prospettive di una svolta regressiva. E il Trentino che guarda al futuro?

Si chiama Casa dei Trentini, la nuova scatola politica che Lorenzo Dellai sta preparando. Coraggio, fiuto, capacità di adeguarsi per tempo alle novità: queste le indubbie doti dell’uomo, che attraverso una serie di invenzioni politiche è passato via via dalla DC al Partito Popolare, all’Ulivo, alla Margherita e ora alla Casa dei Trentini, evitando prima di farsi travolgere dal crollo democristiano, per poi diventare Presidente della Provincia e instaurarvi un ramificato potere personale.

Un percorso contrassegnato da alcune costanti: vaghezza dei contenuti programmatici, però ampiamente bilanciata dalla capacità di entrare in sintonia con gli umori di fondo della società; e utilizzazione di sempre nuovi strumenti politici, sottoposti alla ferrea guida del leader e dei suoi fidi.

Così adesso. Dopo una legislatura di governo francamente deludente, in cui ha prevalso il piccolo cabotaggio del lavoro pubblico e del contributo, il Presidente estrae dal cilindro il nuovo coniglio, la Casa dei Trentini.

Con quali finalità e prospettive?

Nelle ultime mosse dellaiane ci sono due aspetti, che si intrecciano. Un aspetto partitico (occupare il centro dello schieramento politico); e un aspetto culturale-sociale (venire incontro a pulsioni profonde della società).

Vediamo il primo. Dellai, abbiamo detto, viene da una legislatura deludente; ma la stessa è stata disastrosa per chi si trova alla sua destra e alla sua sinistra. Il centro-destra si è rivelato assolutamente impresentabile: i suoi rappresentanti sono apparsi rissosi, inconcludenti, arroganti: quando si fa cagnara contro il vescovo accusandolo di essere un comunista, o contro gli immigrati perché vorrebbero avere una strisciolina di cimitero per i loro morti, o contro i pacifisti che in Palestina salvano vite umane, non si va da nessuna parte. Dall’altra parte la sinistra si è suicidata: prima osannando Dellai "nostro leader", poi - accortasi che il suo governo è una riedizione del vecchio doroteismo – accodandosi di malanimo, mugugnando un po’, ma con il terrore di rompere con il potente alleato.

In questa situazione, con i buzzurri alla sua destra e i satelliti alla sua sinistra, Dellai ha deciso di occupare saldamente il centro. Di invadere cioè il campo del centro-destra, malamente presidiato dai buzzurri, tanto a sinistra è coperto, i satelliti non hanno né volontà, né credibilità per opporsi.

Ed ecco quindi il recupero di tutto il possibile nel centro-destra: personaggi e formazioni di varia consistenza e credibilità, Andreotti del PATT, il senatore Postal ex-DC, le Genziane, la consigliera Dominici del colore politico di chi le dà una seggiola, la consigliera Conci, e in prospettiva altri ancora, fino a lambire Forza Italia.

Contemporaneamente si è manifestata una freddezza crescente verso l’Ulivo, iniziata un anno fa con l’ingresso dei parlamentari della Margherita nel fantomatico Gruppo delle Autonomie; e poi sviluppatasi attraverso mille piccoli atti e strappi. Lo stesso sul fronte sociale: tiepidezza verso il sindacato e segnatamente verso la CGIL (allo sciopero generale del 16 aprile era clamorosa tra tutti gli esponenti dell’Ulivo l’assenza di Dellai, arrivato poi all’ultimissimo momento, dopo che gli avevano detto che in piazza c’erano 15.000 persone, e ancora tenutosi a distanza di sicurezza dal palco, per non farsi contaminare); freddezza anche su problemi come l’immigrazione (una legge predisposta dalla Giunta Provinciale e dal Forum della Pace, per passare dalla fase dell’accoglienza a quella dell’integrazione, langue in commissione, mai indicata come priorità); per non parlare del rapporto di aperto disprezzo verso il mondo dell’ambientalismo.

Piergiorgio Cattani.

C’è poi, più di fondo, l’aspetto culturale, di rapporto con gli umori della società. "La bravura di Dellai sta nell’intercettarne le aspettative – ci dice Piergiorgio Cattani, giovane impegnato nell’area della politica cattolica, autore del libro "Ho un sogno popolare" sul disincanto di quell’esperienza – Il passaggio dalla Margherita alla Casa dei Trentini intende venire incontro a una paura di fondo del Trentino: la spiacevole scoperta di essere piccoli e soli, senza più la Regione, con Roma e le altre Regioni ostili alle autonomie speciali; di qui il timore di perdere i privilegi dell’Autonomia, per di più nell’era della concorrenza e della globalizzazione. Ed ecco quindi la risposta: riuniamo le forze, facciamo un partito di raccolta dei trentini, che li unisca e li difenda, come hanno fatto i sudtirolesi con la SVP."

L'assessore Silvano Grisenti in un ambiente poco familiare: la manifestazione dello sciopero generale del 16 aprile.

A questo aspetto si sovrappone il dato "territoriale" (come si dice oggi, con un termine in gran voga): vale a dire la ramificazione clientelare della gestione del potere. "Gestore di questo meccanismo è l’assessore ai lavori pubblici Silvano Grisenti (peraltro braccio destro di Dellai nei rapporti con il mondo degli affari, n.d.r.), che ha instaurato un rapporto personale con i sindaci, per cui egli è sia l’erogatore dei fondi per le opere di pubblica utilità, sia il terminale delle richieste del mondo degli affari di valle".

Questa visione "territoriale" porta una serie di implicazioni. Da una parte una struttura piramidale del potere, che dai sindaci arriva ai plenipotenziari e al leader; dall’altra "la frammentazione in tanti feudi di valle", in una spinta al particolarismo che dovrebbe venire ricondotta ad unità solo dall’azione del capo. Perché chiaramente, in questo schema salta ogni istanza democratica (la Margherita, e così sarà la Casa dei Trentini, è gestita senza nemmeno la parvenza di una dialettica democratica interna).

Insomma, una revisione in chiave leaderistica dell’antico clientelismo doroteo. Il tutto tenuto assieme dalla paura del futuro: "Il leit-motiv sarà: il Trentino è debole, uniamoci come i sudtirolesi. Non è un disegno improvvisato – conclude Cattani – nasce dalle elezioni del 2001, con l’alleanza con la SVP e la costituzione del Gruppo delle Autonomie al Senato. E non è una grande strategia, non guarda al domani. Però è una tattica efficace per vincere oggi".

Il problema è: in Trentino, chi guarda al domani? Dellai stesso aveva vinto nel ’98 con lo slogan "voltare pagina" riuscendo ad abbinare ai voti tradizionalisti, garantiti da una lista zeppa di uomini della clientela, anche i voti di chi intendeva innovare, adeguare il Trentino all’Europa e al 2000.

Rispetto a quella campagna, la scelta della Casa dei Trentini suona come regressiva, non più adeguare per il futuro, ma conservare con le unghie ed i denti il passato. E non a caso il modello diventa il Sudtirolo e la Svp, dove esiste sì una forte stabilità politica (dovuta alla maggioranza assoluta di un partito etnico), ma il modello socio-economico è tutt’altro che robusto, dipendente comunque dai non eterni denari romani.

Il Trentino politico insomma, rimane scoperto sul versante dell’innovazione, del superamento dell’ormai obsoleto modello doroteo; chi ritiene si debba andare oltre la pigra società clientelare, mantenuta attraverso la distribuzione dei soldi statali, non trova rappresentanza.

Su questo versante, si era negli anni scorsi impegnata la sinistra. Ma con scarsa determinazione.

La subalternità a Dellai è stata anche figlia di scarsa convinzione della necessità di dar vita a un nuovo modello di società. Infatti, come è noto, quando si è arrivati al primo vero scontro – sulla Jumela, cioè sulla opzione nuovo o vecchio turismo, nuova razionalità economica oppure clientela e contributi – la sinistra ha abbandonato le posizioni programmatiche per mantenere le posizioni sulle seggiole.

Da allora ha assunto un atteggiamento non più propulsivo – ossia lavorare per un altro modello – bensì di freno – ritardare i provvedimenti più scandalosi portati avanti da Dellai.

Una posizione rovinosa: chi è al governo non deve votare o remare contro; se non è d’accordo deve dimettersi. Ed oggi Dellai ha buon gioco nell’indicare come residuali, inconsistenti, "contrarie allo sviluppo" le posizioni della sinistra (Nuova (?) Giunta: la palla al piede).

La quale, da una parte rinuncia anche a difendersi, abbarbicata ancora al "nostro leader" (vedi l’intervista al segretario dei Ds Bondi Caro Bondi, Dellai vi scarica?). Oppure è diventata satellite anche nella cultura di fondo: è il caso del partitino socialdemocratico, lo Sdi, che alcuni mesi fa faceva fuoco e fiamme contro la giunta in nome della "pari dignità", in quanto il suo (unico) consigliere Mauro Leveghi non era in Giunta provinciale; ora al recente congresso, dopo che Leveghi è entrato in Giunta, si sono levati solo peana al "leader" Dellai, e grottesche accuse all’"egemonia" (??) degli scalcinatissimi diessini (è la nota sindrome dei polli di Renzo).

Se il progetto Casa dei Trentini andrà in porto, questa sinistra verrà dal "leader" scaricata e marginalizzata. Una fine immeritata?

Rimane il problema del Trentino che vorrebbe innovarsi. Nel centro-destra c’è solo buio fondo. A sinistra da diversi mesi opera "Costruire Comunità", il movimento messo in piedi da Walter Micheli e Vincenzo Passerini.

E’ un movimento che è nato soprattutto sui temi – nei quali spicca l’esperienza di Micheli, a suo tempo padre della legislazione ambientale trentina – dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. Si è poi allargato su questioni come la crisi della Regione o il deficit di democrazia nei Comuni. Si è via via rafforzato, e ora cerca di essere un punto di riferimento non solo all’interno della sinistra: "cambiare, aprire, unire" è stato lo slogan lanciato da Passerini nell’ultima partecipata assemblea, che ha deciso di darsi un paio di mesi di dibattito per poi decidere cosa fare da grandi.

Sappiamo di altre iniziative in allestimento. Il fatto è che c’è una parte di pubblica opinione che pensa che il Trentino doroteo non abbia futuro. Una posizione che può diventare egemone; e che oggi non è rappresentata.