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QT n. 19, 12 novembre 2005 Servizi

Referendum Alpe: un’occasione perduta?

A Rovereto, si vota sulla futura destinazione di un ettaro di territorio. Ma la città non è stata coinvolta e la consultazione rischia il naufragio.

"Ora o mai più". Letto sui fogli dattiloscritti fissati con il nastro adesivo alle reti di recinzione dell’area, non sembra certo un proclama ultimativo: un sospiro, piuttosto, un cruccio che accompagna una mobilitazione civile dai toni insolitamente contenuti. Il referendum cittadino di domenica 13 non sarà l’ultima occasione, ne siamo convinti, per un dibattito sul destino di quell’ettaro prezioso di territorio, e men che meno sulla qualità urbana a Sacco e a Rovereto. Rischia di essere, piuttosto, un’occasione persa.

L’area ex-Alpe oggetto del referendum.

Ricapitoliamo brevemente la vicenda. L’area di cui si discute è quella occupata da uno stabilimento industriale senza pregi architettonici o archeologici, quello delle Officine Alpe, chiuse negli anni ’80 dopo il fallimento dell’imprenditore privato ed una esperienza di cooperativa operaia.

Dopo aver acquisito il terreno, il Comune affidò nei primi anni ’90 all’architetto Sandro Aita il compito di redigere un piano attuativo. L’indirizzo, riassunto nella delibera di incarico, era quello di "rafforzare e completare a Borgo Sacco l’attuale impianto urbanistico lungo la direttrice est/ovest lavorando all’interno della maglia esistente", senza intaccare verde agricolo. Ci si muoveva in coerenza a una strategia che puntava a reperire nelle aree industriali dismesse (o da dismettere) spazi privilegiati per la residenza popolare: coeva, grosso modo, è l’operazione Bimac, che passò attraverso l’acquisto di quell’area a ridosso del centro storico di S. Maria, la redazione del piano particolareggiato da parte di due illustri cattedratici veneziani, Mancuso e Pastor, e il suo affidamento all’Itea. Nel caso del piano ex Alpe (approvato dal consiglio comunale nel 1995) si auspicava una soluzione mista, che affidasse una parte della residenza prevista all’Itea e ne mettesse a disposizione delle cooperative edilizie la rimanente, mentre un 20% era previsto per terziario.

La radicale messa in discussione di quella impostazione è abbastanza recente, risale alla prima fase dell’amministrazione Maffei. Una parte dei consiglieri comunali di maggioranza (i verdi, Paolo Cova, anche Tomazzoni e Volani nel caso della ex Bimac) avviò una battaglia politica per fare di quelle due aree un uso alternativo. Parve a molti - e anche a chi scrive - un’iniziativa impossibile da sostenere, in un’ottica di buon governo delle risorse. Si chiedeva di tornare su progetti che avevano una storia amministrativa consolidata: nel caso della Bimac l’Itea, dopo aver acquistato l’area ed essersi assunta la progettazione, aveva chiesto ormai la licenza edilizia. Come si poteva tornare da capo? E poi, ci si diceva, se non si potranno realizzare alloggi popolari nemmeno su terreni pubblici oggi occupati da ruderi industriali, dove si potrà farlo?

Quell’iniziativa non fu tuttavia senza esiti. Nel caso ex Bimac i critici spuntarono l’impegno ad una riduzione degli edifici previsti. Per quanto riguarda l’ex Alpe l’amministrazione incaricò Aita, redattore del piano attuativo del ‘95, di studiare delle soluzioni alternative. Ne scaturì un’ipotesi di lavoro (più che un progetto vero e proprio) che riduceva al 30% la parte costruita. Al di là delle percentuali, si andava stabilendo un nuovo ordine di priorità politica e urbanistica: era il verde, a quel punto, a diventare il principale obiettivo, e l’edificazione a diventare complementare. Su questa ipotesi, peraltro non ulteriormente approfondita, si attestò la maggioranza del consiglio comunale, prevalendo su quella di destinare al verde tutta l’area, che sta alla base del referendum.

Le posizioni che ora si confrontano, in apparenza, non sono molto lontane. Nessuno sembra oggi negare l’opportunità che una parte assolutamente prevalente di quei 10.000 mq. sia destinata a verde (per la verità, dall’ amministrazione filtra anche l’idea, per ora generica e in prima battuta poco convincente, di una piazza). E allora, cosa ha impedito un accordo, che evitasse una consultazione che rischia l’insuccesso per carenza di informazione e di mobilitazione?

Dicevamo di un’occasione perduta, un po’ per tutti gli attori in gioco. I promotori hanno fatto la loro parte, ponendo una questione indubbiamente esemplare, ma non hanno avuto i mezzi e le energie per far discutere con la necessaria ampiezza la città. La nuova giunta si è trovata il problema di fronte in una fase che sembra ancora di (faticosa) impostazione delle sue concrete politiche, e tuttavia colpisce il suo atteggiamento elusivo. L’assessore all’urbanistica Tomazzoni, severamente critico nei confronti delle scelte del passato, si mostra nel caso cauto e quasi infastidito. Il sindaco Valduga dichiara la disponibilità ad una sorta di progettazione partecipata, che dovrebbe rassicurare sull’esito finale della vicenda, e tuttavia insiste sul costo smisurato che avrebbe la realizzazione di un nuovo giardino pubblico, un argomento deprimente per chi aveva creduto di vedere nel suo programma di governo una propensione ad investimenti di ben altra dimensione ed impegno. Il consiglio circoscrizionale ha votato all’unanimità o quasi una posizione di appoggio al quesito referendario e l’ha affidata al verbale come se si trattasse di una testimonianza a futura memoria, rinunciando a farne una base di confronto e di iniziativa. Nel consiglio comunale si sono presentate alcune domande di attualità per incalzare la giunta e stimolarla a cercare l’intesa, ma nessuno ha tentato di andare oltre, ad esempio provocando un pronunciamento netto attraverso una mozione. Avremmo potuto farlo noi di Rovereto Insieme e in effetti ne abbiamo discusso, ormai in ritardo, e frenati dalla preoccupazione di non fare giravolte demagogiche rispetto alle nostre posizioni storiche.

Eppure anche per la sinistra che ha governato per tanti anni la città l’occasione poteva essere colta meglio, se non altro per cercare di capire - dentro il grande confronto democratico che lo strumento del referendum sollecita - cos’è cambiato nei dieci anni che ci separano dall’approvazione di quel piano attuativo.

Il caso Sacco è contraddittorio ed emblematico. Il percorso lungo il Leno nella direzione dell’antico porto è probabilmente il più frequentato dai roveretani, a piedi o in bicicletta, ed il senso comune rilutta a rappresentarsi quel territorio come il regno del cemento.

Da una parte la zona sportiva e ricreativa della Baldresca, dall’altra i campi di calcio delle Fucine e il bel vigneto, prima di costeggiare le mura della Manifattura e arrivare alla confluenza dei due corsi d’acqua: visto dall’argine del torrente e poi dell’Adige, quello appare come un domestico paradiso.

E tuttavia l’occhio non può ignorare le trasformazioni in atto. Gli enormi palazzoni privati che stanno crescendo alle Fucine sono destinati ad ospitare una residenza più massiccia di quella a suo tempo prevista a poche centinaia di metri di distanza nell’area ora discussa e vanno a costituire, con gli edifici Itea già esistenti, quasi un quartiere nel quartiere. Tra le vie direttrici le costruzioni si vanno addensando.

Se la si guarda dall’alto, dall’altra parte del fiume, Sacco appare ancora come un luogo costellato di suggestivi spazi verdi. Ma sono spazi privati (come il parco dei Bossi Fedrigotti) o comunque chiusi, come quelli ormai ridotti che contornano la nuova RSA e quelli incongruamente vasti collegati agli alloggi protetti per anziani, nella stessa grande area acquistata dal Comune alle suore.

L’esigenza di un giardino pubblico fruibile dai bambini e dagli anziani rimane insoddisfatta. Anche la discreta quantità di punti di aggregazione sociale della circoscrizione rischia di ritrovarsi presto sottodimensionata.

E poi ci sono ulteriori incognite: il futuro della Manifattura Tabacchi, la necessità di pensare comunque all’uso alternativo dei suoi edifici storici e della vasta area dove ha sede quella che è stata a lungo la più grande fabbrica del Trentino… Non sono questioni estranee al referendum di domenica. Andare a votare e farlo a favore della progettazione di un verde qualificato potrà servire ad avviare un confronto che ancora, in realtà, non c’è stato.