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Il partito del Presidente

Come Lorenzo Dellai perde il Congresso della sua Margherita. E come si appresta a lanciare un nuovo partito. Per ora una grandissima operazione di packaging.

Ho una brutta notizia, anzi pessima – diceva dal palco il consumato oratore, fermandosi di proposito, per far trattenere il fiato alla platea, vagamente ansiosa; poi proseguiva – per i nostri avversari – e la platea rifiatava – Non sarà il congresso dell’autunno della Margherita, nessuno si presterà a togliere forza a questo nostro partito! – e giù applausi.

I tre candidati alla segreteria della Margherita: Mario Magnani, Luca Zeni, Giorgio Lunelli.

Era Lorenzo Dellai a ricorrere a questo trucco oratorio. Per rivestire di retorica una bufala clamorosa: l’indeflettibile unità del suo partito. Che lui per primo stava minando.

Un congresso del tutto anomalo questo del partito al governo in Trentino; probabilmente un caso di indagine per gli studiosi della partitocrazia. Con il padre-padrone del partito, colui che lo ha inventato e fondato, al massimo del potere, a capo della Giunta Provinciale con tutti i suoi miliardi, abilissimo ed astutissimo, che il congresso lo va a perdere.

Ma come è possibile? Se lo si racconta solo a Verona non ci si crede.

Ma questa può essere ancora un’anomalia spiegabile: la classica rivolta dei colonnelli, i congiurati che fanno fuori Cesare, i figli che si liberano del padre.

E invece i conti ancora non tornano. Perchè il Cesare pugnalato non grida niente a Bruto, incassa la sconfitta senza fare una piega. E se voi incontrate in questi giorni Lorenzo Dellai, lo vedrete sereno e tranquillo, vi sembrerà tutto tranne che un politico alle corde. E anche al Congresso il suo discorso, con i suoi artifici retorici e un’orgia di metafore (la botte e il vino, dobbiamo essere sementi, vivaio ecc) era un’accettazione di una sconfitta già scritta; accettazione tranquilla ma assolutamente non rassegnata. A significare: voi vincete, ma a comandare sono io.

Al punto che alcuni osservatori hanno commentato “Ha voluto perdere”.

Per noi le cose sono invece più complesse.

E’ da circa un anno che Lorenzo Dellai mostra preoccupazione verso il suo partito. E se ne esce con sortite tanto destabilizzanti quanto sterili: la necessità di cambiare, una svolta, un comitato etico ecc. In effetti avverte uno scollamento rispetto all’elettorato: “c’è di noi un’opinione non sempre lusinghiera; di partito del potere e degli affari”.

L’irritazione del Presidente (che peraltro potrebbe benissimo rivolgere anche verso se stesso) si concentra sul super-assessore Silvano Grisenti, particolarmente efficiente, ma greve ed arrogante, nel gestire i rapporti sia con gli affarismi, sia con le periferie.

Dello scontro Dellai-Grisenti due sono i momenti rivelatori. Il primo, nello scorso gennaio è un inusitato appuntamento-bufala: Grisenti a Trento riempie di supporter la sala della Cooperazione, in occasione della presentazione di una sua nuova pseudo associazione culturale: che è una farsa, il punto vero è l’ostentazione dei muscoli, io quando voglio posso mobilitare, anche sul nulla, un migliaio di persone.

Il secondo momento è, a giugno, la presentazione del Festival dell’Economia; che vede un Dellai tirato, nervosissimo e preoccupato: “questo è il primo tentativo... vedremo come va... è un numero zero... è logico che ci siano manchevolezze...” Poi sarà invece un trionfo, e il Presidente sorriderà beato; ma quell’inquietudine era rivelatrice: di una situazione di difficoltà interna, rispetto al greve partito degli affarismi.

Il seguito è noto: Dellai che cerca di liberarsi di Grisenti mandandolo a Roma, questi che resiste. E i risultati elettorali, alle politiche e al referendum, che evidenziano un tracollo del centro-sinistra nella periferia. Grisenti risponde minacciando i sindaci che hanno canalizzato troppo pochi voti (il mitico episodio della “magnadora”); Dellai annaspa. Così il Presidente si convince della inadeguatezza della Margherita. Tenta un’ultima piroetta: invece di appoggiare la sua creatura, il giovane Giorgio Lunelli, gliene contrappone un’altra, il giovanissimo Luca Zeni. Ma i maggiorenti non lo seguono: hanno capito che assieme a Lunelli sono loro ad essere posti in discussione.

E Dellai perde il congresso.

Ma paradossalmente la sconfitta non affossa il capo che perde, bensì lo rilancia. Nello stesso giorno vengono fatte filtrare le voci sul possibile Partito del Presidente. E i partiti, quelli doc, entrano in fibrillazione, a iniziare da Margherita e Ds.

In effetti Dellai tramuta la sconfitta al Congresso in un lavacro purificatore. Che lo riconsegna all’opinione pubblica puro come una vergine dei tempi andati.

Appare come quello che non si sporca le mani portando le truppe cammellate al Congresso; mentre i suoi rivali hanno organizzato gli appositi pullmini dalle valli (lo hanno fatto anche alcuni dei suoi, ma sembra cosa secondaria). Appare come il leader dalle visioni alte, che trova lo spazio per i giovani promettenti (e difatti il discorso di Luca Zeni è stato notevole); mentre i suoi avversari risultano appiattiti sul Grisenti gestore di appalti e magnadore (che al Congresso ha pensato bene di esibirsi in un breve e greve discorso, tanto sconclusionato quanto minacciosamente allusivo) e sull’Amistadi, eterno Dc della clientela e del piccolo privilegio (non ci si potrà scordare delle sue intemerate battaglie per dare più soldi ai politicanti, soprattutto se di vallata).

Appare soprattutto come colui che, di fronte alla morta gora della politica locale, sa dare un salutare scrollone, mettendo in discussione tutto, ad iniziare da se stesso.

Ed ecco quindi che il Partito del Presidente appare come la grande novità: che luccica agli occhi di tanti.

A iniziare dalla Margherita: dove il neo-segretario Lunelli teme di dover iniziare a contare le defezioni. E poi nella sinistra: dove la gestione personalistica-minimalistica del segretario Ds Remo Andreolli ha lasciato troppi scontenti e disillusi. Fino a Forza Italia: in preda agli sbandamenti, sia per l’eclisse di Berlusconi, ma anche per la gestione Malossini, all’insegna dell’inciucio continuo proprio con Dellai. Insomma, da Solidarietà fino a Forza Italia, il progettato partito registra aspettative molto consistenti.

A noi però tocca dare ragione – incredibile! – a Mario Malossini. Che ha commentato il Congresso: “Hanno parlato molto di se stessi, niente del Trentino”.

E in effetti il discorso dei contenuti ci sembra il vistoso punto debole del progetto di Dellai. Che ai Grisenti e agli Amistadi rimprovera il metodo, lo stile; non i contenuti, e meno che meno i rapporti sociali. Per Dellai uno sviluppo basato sulle costruzioni stradali anche se inutili, va benissimo; è lui il primo a pensare di ridurre il problema sanità alla costruzione di un nuovo mega-ospedale miliardario, mentre di quello attuale si sta terminando una radicale ristrutturazione; è lui a concepire i rapporti con le periferie come relazioni privilegiate con l’imprenditoria obsoleta ed assistita tipo impiantisti; è lui e i suoi sottopancia piazzati nelle Aziende parapubbliche a spingere per rapporti privilegiati con gli inceneritoristi dell’ASM di Brescia, invece che a spingere alla creazione in loco di nuove aziende che trattino il riuso e il riciclo.

L’uomo non è stupido, ed ha capito l’importanza di Università e ricerca; ma la sua cultura politica di fondo è quello che è: tende sempre a privilegiare l’economia bisognosa di appoggi politici (per gli incentivi, gli appalti, le deroghe urbanistiche) non quella indipendente. Per cui si appoggia al vecchio e lo favorisce, non stimola il nuovo. E di qui la grande difficoltà a delineare uno sviluppo per le valli, che rischiano di rimanere abbarbicate a un modello di sviluppo tuttora ricco, ma obsoleto e precario.

Insomma, l’operazione Partito del Presidente, allo stato attuale ci sembra una straordinaria, geniale, operazione di marketing. Anzi, di packaging. Dellai davvero, ancora una volta ha saputo estrarre il coniglio dal cappello.

Ma è solo un coniglio. Di cose serie, di contenuti nuovi, non ne abbiamo ancora visti.