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Il crudele destino di Rolando Fontan

Il leghista, inopinatamente trombato, analizza le ragioni della sconfitta e conclude: è colpa degli altri.

Lo so, arriviamo (inevitabilmente) tardi a trattare di reazioni post-elettorali, e quando i cittadini si sentono ormai - finalmente - fuori dall’orgia di commenti e dichiarazioni dei primi giorni post 13 maggio. Ma proprio quel confuso affollamento mediatico potrebbe aver impedito ai nostri lettori di cogliere appieno lo spessore di taluni commenti. Data l’esiguità dello spazio, ci vediamo costretti a concentrarci su un partito e su un candidato: la Lega e Rolando Fontan (battuto per pochi voti dall’ulivista Detomas nel collegio della Valsugana), ai quali abbiamo sempre rivolto un’appassionata, incuriosita attenzione.

Il quale Fontan - ci ricorda l’Alto Adige - aveva proclamato nel febbraio scorso: "Il nostro accordo con il PATT fa paura, perciò ci vogliono boicottare", e ancora in aprile pronosticava: "Sulla carta vinciamo 70 a 30. Abbiamo i voti di Kaswalder e di Degaudenz". Aveva effettivamente ragione di essere ottimista; ma tanto più, una volta visto l’esito del voto, avrebbe dovuto interrogarsi, magari farsi qualche autocritica, e comunque fornire una spiegazione credibile di quanto accaduto.

Niente di tutto ciò. Fontan è anzitutto arrabbiato per l’ingratitudine dei trentini: "Non mi va giù il fatto che, dopo tante battaglie fatte per la gente e vicino alla gente, i trentini abbiano votato al contrario… Un sondaggio di metà marzo mi dava 15 punti di vantaggio. Davvero non mi spiego il risultato. Per la prima volta dal 1948 il Trentino non segue il trend nazionale… Con 500 voti in più io e Bezzi saremmo deputati e le cose sarebbero diverse… [Il Trentino] lo vedo molto male, seduto su se stesso e avvolto nel suo sistema clientelare".

Ben gli sta, al Trentino.

A dire il vero, la trombatura non lo ha colto troppo di sorpresa: "Ho capito che le cose potevano precipitare quando, dopo un comizio in Valsugana, un’anziana signora rifiutò il mio ‘santino’". D’accordo: ma perché il clima è cambiato?

In un primo tempo l’ex deputato appare in stato confusionale: "Non capisco questo risultato, non me lo spiego, perché la gente per le strade ci dava ragione. Avevamo il vento in poppa…". Poi però riesce a darsi alcune spiegazioni, tutte comunque riassumibili nell’antico lamento del destino cinico e baro:

1. La campagna terroristica degli avversari (motivazione bizzarra per un partito che chiamava "nazisti rossi" gli avversari): "La gente voleva cambiare… ma poi all’improvviso tutto è cambiato: negli ultimi giorni gli elettori sono stati intimoriti da tutto quello che la sinistra andava dicendo".

2. La stampa contraria (il che è vero, ma era vero anche quando la Lega spopolava): "C’è stato un pressing fortissimo dei mass media a favore dell’Ulivo, per non parlare degli amministratori provinciali che si sono mobilitati in forze… Di fronte a questa montagna di menzogne, di cose assolutamente non vere messe in giro e di mezze intimidazioni, la gente ha avuto paura e ha preferito non cambiare". "Una vergognosa campagna di stampa…".

3. La scarsa confidenza dell’elettorato leghista con i simboli delle coalizioni: "Molta gente ha votato SVP credendo di votare noi". "In molti mi hanno telefonato per dirmi: ‘Vi ho votato, ho segnato la croce sulla stella alpina’".

Eroica la conclusione: "Sono molto deluso, ma non mi dimetto".

Un suo amico di partito, Marco Tomasi, assicura che a Fontan "è arrivata tanta solidarietà". Sarà. Ma da Rovereto il capo leghista Leonardo Boldrini brontola "Certe sue previsioni di vittoria… erano degne di un guitto". E aggiunge: "Non si è ancora dimesso? Cosa aspetta?". E il segretario Sergio Divina sembra addossargli le responsabilità della disfatta, quando replica ai giornalisti: "Le ragioni della nostra sconfitta? Chiedetele a Fontan".

Dario Rattin ci sembra l’unico che accenni alla possibilità di errori di fondo nella strategia leghista, da addebitarsi sia a Bossi che all’ala più rumorosa del partito. Ma subito viene tacitato: da Fontan ("Ma va là, Bossi ha fatto tutto giusto. Sono stati i messaggi falsi degli avversari") e da Boso, che gli risponde con la consueta franchezza: "Quelli che fanno queste critiche possono essere chiamati solo con il loro nome: sciacalli".

A questo punto, mentre si aspetta che vengano ricontrollate le schede, come Fontan ha chiesto nella speranza di recuperare i 200 e passa voti che lo separano da Detomas, del dibattito sul crollo leghista non si è saputo più nulla.

Un ricordino di Rolando Fontan appare, in compenso, sull’Unità del 20 maggio, addirittura in prima pagina, dove subito sotto la testata, su una striscia rossa a tutta pagina, viene riportata con evidenti intenti derisori una di quelle frasi icastiche di cui Fontan è specialista, da lui pronunciata nel settembre scorso alla Commissione Affari Costituzionali: "L’unico diritto che lo Stato mi deve garantire è che un bel giorno un terrone non si metta a vivere vicino a casa mia, e si pianti lì e ci resti".

In un Paese normale non è giusto (anzi, doveroso) perdere un’elezione per aver detto una cosa del genere?