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Palestina: noi cosa possiamo fare?

L’Italia e l’Europa possono e devono uscire dall’attuale vergognoso immobilismo. Un’intervista all’on. Giovanni Kessler (Ulivo) sulle iniziative in corso.

Di fronte a quanto sta accadendo in Israele e Palestina, non è che il confronto politico in Italia sia improntato a una cautela forse eccessiva? E che il timore dell’antisemitismo, pur comprensibile, impedisca però di svolgere un’azione significativa a favore della pace?

Il dibattito è effettivamente condizionato sia dai doverosi sensi di colpa per le persecuzioni che il popolo ebraico ha dovuto patire in Europa lungo tutta la sua storia, sia dal senso di responsabilità che impone di moderare i toni, per evitare di alimentare ritorni di fiamma dell’antisemitismo. La condanna verso ogni antisemitismo, in qualsiasi forma esso si manifesti, compresa quella verbale, dev’essere ferma e durissima. Ma questa doverosa preoccupazione non può portare al divieto della critica nei confronti di ogni scelta del governo di Israele.

Il peggiore dei messaggi che la comunità internazionale può fornire sarebbe quello dell’ambiguità o dell’uso di due pesi e due misure. Per questo serve, anzitutto, il coraggio della verità. Dire con franchezza anche agli amici israeliani, che di tutto possono aver bisogno fuorché di amicizie ipocrite.

Dunque la verità…

La verità è che quella decisa da Sharon non è stata un’operazione di polizia contro il terrorismo, bensì una deliberata invasione, da parte delle forze armate israeliane, dei territori autonomi palestinesi. Un’invasione finalizzata a distruggere non già, o quanto meno non solo, le basi del terrorismo, bensì la stessa Autorità Nazionale Palestinese, che è il legittimo Governo dei cittadini che risiedono nei territori palestinesi, governo riconosciuto dalle Nazioni Unite.

Non si spiegherebbe altrimenti, infatti, il motivo per il quale i tank e gli elicotteri israeliani abbiano scientificamente distrutto proprio le sedi istituzionali dell’ANP. Non soltanto gli edifici della polizia, ma addirittura gli uffici dell’anagrafe. E non si spiegherebbe altrimenti il motivo per il quale l’esercito israeliano abbia isolato ed umiliato il presidente dell’ANP Arafat, impedendogli di uscire dalla propria residenza ufficiale, costringendolo a sopravvivere a pane e acqua e senza energia elettrica, ostacolandone le comunicazioni col resto del mondo ed addirittura vietando con la forza ai rappresentanti dell’Unione Europea d’incontrarlo.

C’è poi il problema umanitario…

Una vera e propria catastrofe. Nei territori palestinesi i morti tra i civili si contano ormai a decine al giorno (o forse a centinaia, se fosse confermato quanto riportato dalle cronache in riferimento a Jenin). Il rigido coprifuoco imposto dall’esercito israeliano ha impedito finanche il soccorso dei feriti e la sepoltura dei morti. E’ risultato quasi impossibile anche l’approvvigionamento di cibo, al punto che centinaia di migliaia di persone sono state ridotte alla fame. E tutto questo senza che siano ammessi testimoni indipendenti come i giornalisti e la stessa Croce Rossa internazionale. D’altra parte, in Israele, il terrorismo palestinese, nato nel clima di odio e di vendetta, costringe gli israeliani a convivere con la paura di finire vittime di attentati terroristici, salutando ogni mattina i propri familiari senza sapere se li rivedranno vivi la sera.

E qui arriviamo al nodo del terrorismo.

Purtroppo anche i tragici attentati di questi ultimi giorni stanno a dimostrare che la politica del Governo Sharon, lungi dall’avere una qualsivoglia efficacia nel fermarlo, lo sta di fatto aizzando, finendo involontariamente per offrire una sponda ai manovratori della strategia terrorista palestinese, chiunque essi siano.

Che fare dunque? Anche di fronte all’inutilità degli appelli, delle pressioni politiche sul Governo israeliano per il ritiro delle truppe, e il ritorno delle parti al tavolo delle trattative. Tutti, dagli Stati Uniti alla Russia, dall’Europa al Vaticano, ufficialmente concordano nel ritenere sbagliata la politica del Governo Sharon ed hanno chiesto con forza un cambiamento di rotta, ottenendo però un nulla di fatto.

Non possiamo permetterci di rimanere immobili di fronte ad una catastrofe umanitaria, di fronte alla violazione del diritto internazionale, di fronte ad una guerra che rischia di destabilizzare l’intera area del Medio Oriente.

A questo punto s’impone una scelta, che chiama in causa in primo luogo proprio l’Europa, che può vantare buoni rapporti di amicizia sia con Israele sia col mondo arabo. Se di fronte alla sordità del Governo israeliano non si reagisce mettendo in campo azioni concrete di qualche tipo, il messaggio che si fa passare, anche al Governo Sharon, è quello di una comunità internazionale, ed anzitutto di un occidente, che fa il gioco delle parti: in pubblico pesanti moniti, per tranquillizzare l’opinione pubblica mondiale; in realtà, un tacito nulla osta sul proseguimento dell’operazione militare. Così anche l’Europa rischia di apparire anch’essa ambigua e doppiogiochista. E se di teatrino non si trattasse, allora sarebbe impotenza: di un’Europa auto-condannata a non contare nulla nella politica internazionale, né oggi né per molti anni in futuro.

Oltre all’Europa c’è un discorso di istituzioni internazionali.

Sì, il rischio è che venga meno la loro stessa credibilità, incrinata dall’accusa di usare, in differenti situazioni, due pesi e due misure. Con gli interventi nella ex Jugoslavia, e successivamente con l’istituzione del Tribunale internazionale sui crimini di guerra (ma anche con la recente sospensione dell’accordo di associazione UE-Zimbabwe per violazioni di diritti umani in quel Paese), si è sancito nel diritto internazionale la fine del principio della non ingerenza. E nel caso del conflitto in Palestina, non siamo neppure di fronte ad un problema interno ad uno Stato, ma all’occupazione di un territorio assegnato all’amministrazione di un’entità riconosciuta internazionalmente.

Certo, Israele è una democrazia, ben diversamente da altri casi in cui la comunità internazionale è intervenuta. E di questo si deve tenere conto. Ciò che di sicuro non si può fare, però, è restare a guardare.

E allora, in concreto?

Si potrebbe sospendere l’accordo di associazione euro-israeliano sino a quando Israele non ritirerà completamente la proprie truppe dai territori palestinesi (come già auspicato dal Parlamento europeo con una propria risoluzione). Questo può far capire che si fa sul serio e ci si comporta con coerenza, esercitando una pressione sul Governo israeliano più concreta delle semplici raccomandazioni.

Perché, che effetti ha questo accordo?

L’EU-Israel Association Agreement è sostanzialmente un accordo commerciale, per facilitare lo scambio di merci tra Europa ed Israele, nel quale peraltro si fa anche esplicito riferimento al rispetto dei diritti umani. Sospenderlo significa mettere in campo uno strumento di persuasione nonviolento, che costituirebbe un segnale politicamente molto importante.

Una seconda misura che potrebbe essere messa in campo, non appena le armi torneranno a tacere, è quella dell’invio di una consistente missione civile di osservatori internazionali, per vigilare sul rispetto del cessate il fuoco, sul rispetto dei confini e sul rispetto dei diritti umani da ambo le parti, nonché sull’attività delle istituzioni dell’Autorità Nazionale Palestinese, anche in relazione alla lotta al terrorismo. Una misura, pertanto, che si configurerebbe come naturale e necessario completamento del cessate il fuoco, poiché finalizzata a garantire le condizioni sul terreno per un sincero dialogo tra le parti.

Il modello potrebbe essere quello della Missione OSCE in Kosovo, che vide duemila verificatori controllare i movimenti militari sul terreno, ma anche l’attività dell’amministrazione pubblica, della polizia e dei tribunali. Non dunque una missione militare di peace keeping da inviare in terra israeliana (sulla quale Israele si è sempre detta contraria), bensì una missione di civili da dislocare nei territori assegnati all’amministrazione autonoma dell’ANP.

Quindi, la missione dovrebbe vigilare anche su Arafat?

Certo. Avrebbe anche questa funzione, di accertare come funzionano le istituzioni dell’ANP, se rispettano i diritti umani (anche nei confronti degli stessi palestinesi), come vengono impiegati gli aiuti finanziari provenienti dalla comunità internazionale, come la polizia palestinese combatte il terrorismo.

Quanto sono fondate le accuse di rapporti tra Arafat e le frange terroristiche?

Sarebbe presuntuoso da parte mia dare risposte definitive. Quel che è certo è che non si può parlare di pace se uno degli interlocutori è, anche solo strumentalmente, ritenuto connivente con chi ti vuole distruggere. A questo anche dovrebbe servire una missione di cui dovranno far parte anche funzionari di polizia esperti di terrorismo.

Intanto però Sharon rifiuta un’indagine Onu su Jenin.

Credo che alla fine la dovrà accettare. Non ci può essere una trattativa di pace se non si accerta la verità su accuse così gravi.

Tutte queste paiono ottime idee. Però non si è visto alcuna concreta iniziativa politica che le porti avanti.

Effettivamente c’è stato un fragoroso silenzio del mondo politico, ancora più evidente a livello parlamentare. Oltre alle manifestazioni di piazza, promosse peraltro al di fuori dei partiti, c’è stata finora solo qualche interrogazione parlamentare per chiedere informazioni al governo. Evidentemente il mondo politico, sinistra compresa, ha timore di prendere posizioni chiare su questa vicenda.

Non si muove proprio nessuno?

Di ritorno dal viaggio in Palestina, avendo riscontrato questo immobilismo, ho predisposto un’Interpellanza urgente al governo, in cui vengono proposte le iniziative di cui parlavo prima. Su di essa ho raccolto in poche ore, più di trenta adesioni, a titolo personale, di deputati del centro-sinistra, dalla Margherita a Rifondazione. Verrà discussa la prima settimana di maggio.

Con quali realistiche possibilità di incidere?

L’interpellanza è un atto di indirizzo che però non viene votato: tende a far prendere una posizione al governo, che è obbligato a rispondere. Non escludo peraltro che si giunga ad una mozione sul punto della missione civile, che porterebbe pertanto il Parlamento ad un voto.

Con quali possibilità di approvazione?

Vanno accertate. Sarebbe sciocco presentare un documento al voto senza prima verificare una base di consenso minimale. Lo scopo della nostra azione è anche quello di accendere un dibattito in aula sui modi di uscire dall’attuale impotenza.

E’ però un po’ triste – per il Parlamento e in particolare per il centro-sinistra - che l’unica iniziativa su un tema di tale portata, debba venire non dai partiti, dalle coalizioni o dai gruppi parlamentari, ma dal neo-deputato Giovanni Kessler.

Io mi sono mosso dopo aver constatato l’immobilismo generale. Spero che con questa iniziativa qualcosa si muova.