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Irak, dal dispotismo al caos

“Nessuno ha un progetto complessivo per il futuro dell’Irak; per questo c’è di che essere pessimisti”. A colloquio col sociologo italo-irakeno Adel Jabbar.

I

l disordine irakeno è nella violenza di una guerra che, malgrado gli annunci ufficiali, continua ancora; è nell’impossibilità di ripristinare l’ordine pubblico nelle città; è nella perdurante mancanza o insufficienza dei più elementari servizi; nell’insicurezza sociale; è, infine, nella totale incertezza che avvolge il futuro istituzionale del paese. E in questo panorama s’inserisce l’avvenuta cattura di Saddam Hussein. Con quali conseguenze?

Il sociologo italo-irakeno Adel Jabbar.

Di tutto questo parliamo con Adel Jabbar, sociologo italo-irakeno, già intervenuto su queste pagine a proposito delle vicende del suo paese d’origine.

"La speranza, a questo punto, è che il processo a Saddam, figura centrale di una lunga stagione di dispotismo e di sangue, aiuti gli irakeni ad avviare una riflessione sulla loro storia recente, e favorisca, in prospettiva, una riconciliazione nazionale".

Ma nell’immediato?

"Nell’immediato l’uscita di scena di Saddam non cambierà granché nella situazione caotica del paese. Da un lungo periodo di dispotismo (del quale non dobbiamo dimenticare le complicità, interne e internazionali) si è passati oggi ad una situazione di grande disordine, che troppo spesso viene presentata con delle semplificazioni che dipendono sia da ignoranza che da ragioni di propaganda".

Parli di complicità interne: a chi ti riferisci?

"A diversi attori dello scenario politico irakeno. Ad esempio, al Partito Comunista, i cui vertici oggi, si presentano in parte come alleati degli Stati Uniti, mentre la base è molto critica nei confronti dell’intervento militare, e ad alcuni dei partiti curdi, che in certi momenti sostennero Saddam nella sua azione repressiva".

E le gerarchie religiose?

"Le gerarchie religiose, sciite o sunnite che fossero, sono sempre state represse ed emarginate da Saddam, che vedeva in loro un possibile potere concorrente, capace di mobilitare l’opinione pubblica".

Veniamo alla situazione odierna.

"La massima espressione del potere locale è oggi il Consiglio Governativo, nominato dagli Stati Uniti, che in realtà ha poca autonomia ed esprime un potere solo consultivo. Alcune componenti del Consiglio (quella religiosa, anzitutto) hanno un certo seguito nel paese, ma indipendentemente dalla loro presenza in questo organismo, per il fatto di essere sempre stati oppositori di Saddam. Una certa influenza hanno anche i due movimenti politico-tribali curdi, che praticamente si spartiscono tra loro la zona curda. Ma all’interno del Consiglio Governativo, tra coloro cioè che hanno accettato per un periodo limitato la tutela americana, troviamo movimenti molto diversi: oltre ai religiosi e ai curdi, vi sono marxisti, nazionalisti arabi, ecc. Come si vede, uno spettro molto ampio e variegato".

E gli oppositori?

"Anche qui troviamo lo stesso panorama variegato: dai marxisti ai nazionalisti, agli islamici, in qualche modo uniti dalla contrarietà nei confronti di una liberalizzazione economica che considerano una svendita di tutte le principali risorse strategiche del paese; e questa situazione, derivante da una recente legge, ha fatto perdere ulteriore credibilità al Consiglio Governativo, già screditato per non avere saputo ancora risolvere i problemi riguardanti la regolare fornitura dell’acqua e dell’elettricità. Per non parlare della mancanza di sicurezza. I cittadini, già esasperati da anni di repressioni, di guerre, di embargo, speravano che dopo il crollo della dittatura, nel giro di qualche mese, le condizioni di vita cominciassero a migliorare. Il che non è successo".

Si comincia a pensare che "si stava meglio quando si stava peggio"?

"Forse non si è arrivati a questo; di sicuro però, sul piano della sicurezza, la situazione è molto peggiorata. Oggi un irakeno non può essere tranquillo neppure dentro casa sua, ed anche sul piano della sicurezza sociale le cose vanno male. La disgregazione, il venir meno di ogni controllo, ha prodotto ad esempio un fenomeno criminale che l’Irak non aveva mai conosciuto: i rapimenti a fini di estorsione. E si stanno moltiplicando, a centinaia, i casi di donne scomparse, per lo più fatte oggetto di violenza e poi uccise o introdotte nel mercato della prostituzione. Contro questo stato di cose, quasi ogni giorno si tengono manifestazioni che si configurano come di sfiducia, di opposizione nei confronti degli americani, incapaci, col loro Consiglio Governativo, di governare davvero il paese".

E

 gli oppositori in armi? Anzitutto, come chiamarli: terroristi, insorti, resistenti...?

"L’Irak vive una situazione di guerra, e in questa situazione è inevitabile che un oppositore utilizzi la violenza come strumento di azione politica. Io non credo che esista una regia unica per tutti gli atti di violenza, di guerra, di terrorismo attuati in segno di opposizione alla presenza straniera in Irak; fra queste persone ci sono islamisti radicali (non necessariamente sostenitori di Bin Laden), nazionalisti (in Irak c’è un antico patrimonio di lotta anti-coloniale), marxisti... Molti di costoro, ricordiamolo, sono assolutamente contrari a Saddam Hussein.

Non dimentichiamo infine che anche fra la gente comune certi atteggiamenti ‘da occupante’ degli americani (irruzioni in case private, distruzione di abitazioni, fino al taglio di una gran quantità di alberi nei viali di Baghdad, che ostacolavano le azioni di controllo) hanno prodotto paura e ostilità nella popolazione".

E i seguaci di Saddam Hussein, i baathisti?

"Distinguiamo anzitutto fra Saddam e il partito Baath. Il Baath ha una tradizione significativa, in Irak come più in generale nel mondo arabo. E’ un partito laico e socialista, che ha tra i suoi obiettivi la giustizia sociale, un’equa distribuzione del reddito, la funzione dello Stato come regolatore della vita economico-sociale. Tutti obiettivi che, fino all’avvento di Saddam Hussein, il Baath irakeno ha praticato. Dopo di che, la Stato si è identificato con il clan del dittatore, e il partito è diventato lo strumento di repressione nei confronti degli oppositori, ed esso stesso fatto oggetto di repressione. Nella situazione odierna, è verosimile la ricostruzione di un Partito Baath senza Saddam da parte di questi quadri emerginati nel passato. Detto questo, senz’altro nell’opposizione armata agli americani sono presenti dei seguaci di Saddam: magari persone che sono state implicate in massacri o che comunque hanno condiviso pesanti responsabilità e dunque temono di doverne rispondere.

Concludendo: quello che accomuna tutti gli oppositori, quelli che pacificamente manifestano per le strade o scioperano, e quelli che hanno in modi diversi scelto la lotta armata, come pure i componenti del Consiglio Governativo, è che nessuno di costoro ha un progetto per l’Irak. Ci sono degli slogan, ma non dei progetti organici. L’idea che sta venendo fuori dal Consiglio è una spartizione del paese in vari feudi, ognuno governato da uno di questi leaders, il tutto sotto la tutela, la supervisione degli americani. Siamo ben lontani da un progetto democratico, da governanti liberamente scelti dagli irakeni come chiede l’opposizione più responsabile".

M

a la partenza degli americani, che ultimamente viene annunciata come più prossima del previsto, non dovrebbe coincidere con l’effettuazione di libere elezioni?

"Quello di libere elezioni sembra un obiettivo ormai messo da parte. Gli Stati Uniti, insieme ad alcuni elementi del Consiglio Governativo, temono la vittoria di movimenti di matrice islamica (anche di tipo diverso) che da un lato sarebbero ostili agli Stati Uniti e dall’altro metterebbero in forse il potere feudale di alcuni membri del Consiglio. Allora si sta studiando la possibilità di una Assemblea costituzionale partendo da Consigli locali nominati dagli americani. Il dibattito attuale in Irak è appunto questo: una Assemblea nominata, o eletta?"

In una situazione così disgregata e magmatica, cosa succederebbe se gli americani lasciassero il paese prima che siano nate le strutture del nuovo Irak?

"Nel caos e nel disordine che regnano in Irak, la presenza americana garantisce quanto meno un minimo di ordine. Un ritiro improvviso produrrebbe gravissimi rischi per l’integrità del paese. A quel punto la sola soluzione, anche in vista di una ricostituzione dell’ordine pubblico, sarebbe una presa del potere da parte dell’esercito; il quale - come e più del partito Baath - non va confuso immediatamente con Saddam Hussein, come hanno fatto, sbagliando, gli americani. Gli alti quadri militari repressi ed estromessi da Saddam sono stati numerosi...".

E la sostituzione degli americani con delle forze Onu?

"Far rientrare - ma seriamente - le Nazioni Unite in Irak con una nuova risoluzione, è un’ipotesi sensata; bisognerebbe coinvolgere altri paesi che non hanno partecipato al conflitto e che apparirebbero più facilmente come forze di pace, organizzando la cosa in collaborazione con la Lega Araba e la Lega Islamica. Sarebbe la via d’uscita più dignitosa per tutti, Stati Uniti compresi. Per l’Irak questa svolta sarebbe più risolutiva che non la cattura - per quanto simbolicamente importante - dell’ex dittatore".