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“Progetto memoria”: un avvio promettente

Una iniziativa partita bene. E da tenere sganciata da politica e burocrazia, in piena autonomia, e con fondi adeguati.

E’ partito bene, il "Progetto memoria" lanciato in grande stile dalla Provincia nella densa giornata del 16 giugno scorso. Bene perché all’esposizione sobria delle linee dell’iniziativa si è intrecciata fin dal primo momento una riflessione critica preliminare di alto livello.

Coordinati e stimolati da Quinto Antonelli, tre studiosi che si pongono da punti di vista diversi hanno ricondotto il progetto trentino alle grandi questioni che stanno sotto un’operazione apparentemente semplice come quella di raccogliere in una sede istituzionale pubblica storie di vita e documenti autobiografici.

L’antropologo Pietro Clemente era il più sereno, nel riflettere su un tipo di lavoro che nel suo ambito disciplinare ha tradizioni e riflessioni metodologiche consolidate. Dalla sua scintillante conversazione, i problemi sono usciti soprattutto per via di confronto indiretto: le raffinate elaborazioni metodologiche, il dialogo di lungo periodo con le fonti, lo studio dei modelli narrativi, il privilegiamento di alcuni filoni sociali - la mezzadria nel suo caso - richiamano ad un altissimo livello di consapevolezza delle ricerche.

Convergente, pur nell’apparente distanza, la preoccupazione principale sottesa al severo intervento dello storico Mario Isnenghi. Suscitatore e puntuale recensore di ricerche locali o di taglio microstorico, siano quelle dei suoi studenti e dottorandi, siano quelle degli storici disseminati nel frastagliato territorio delle molte Italie, Isnenghi non manca da almeno due decenni di richiamare con forza alla necessità di non declassare la dimensione politica e statuale delle questioni, di rivendicare la necessità di connettere centri e periferie, marginalità e poteri, soggettività frammentate e interpretazioni generali.

Lo storico Mario Isnenghi.

Proseguendo un lungo dialogo che ha spesso incrociato proprio il Trentino e le esperienze di ricerca che qui si sono intraprese, ha ancora una volta messo in luce il rischio di un relativismo storiografico che rinunci alle sintesi e alle valutazioni interpretative in nome dell’assolutizzazione di ogni filone di memorie soggettive, o addirittura di ogni individuale identità, locale o personale che sia. Con gusto del paradosso (ma ancor più con seria preoccupazione etico-politica) ha invocato gli archivi e perfino il positivistico studio dei fatti, contro la sommersione di ogni quadro di riferimento che un’alluvione generica e non governata di memorie soggettive sembra minacciare. Storia contro memoria, si sarebbe tentati di semplificare estraendo dal ragionamento di Isnenghi le parti più conflittuali. In realtà, anche nel caso del suo intervento, la sollecitazione più forte è quella ad un lavoro attrezzato, consapevole metodologicamente, nutrito dalle grandi questioni del dibattito storiografico, orientato a rispondere ai problemi, a cercare delle sintesi.

Il terzo protagonista della tavola rotonda era Daniele Jalla, presente a Trento non tanto come studioso della memoria della deportazione e della persecuzione razziale, ma come alto funzionario delle politiche culturali locali in Piemonte e presidente di ICOM Italia, cioè di una grande associazione di musei. Tra le sue sottolineature, particolarmente pertinenti anche rispetto alle questioni nostre, ne rimarchiamo due. La prima, l’adesione totale alla scelta di affidare il "Progetto memoria" trentino ad un museo, cioè ad un’istituzione di ricerca, non ad un servizio burocratico o comunque ad un soggetto senza autonomia. La seconda, di carattere più generale, rispetto alla necessità che l’ente pubblico faccia sempre meno cultura in prima persona, ritirandosi dagli spazi acquisiti negli ultimi decenni al fine di sviluppare e modernizzare le istituzioni e gli altri soggetti che di cultura si occupano.

La presentazione del ”Progetto memoria”. Da sinistra: Daniele Jallà, Quinto Antonelli, Pietro Clemente, Mario Isnenghi.

Il tema meriterebbe un serio approfondimento. Ci limitiamo qui a recepire la preoccupazione implicita nell’intervento di Jalla di fronte al crescente interventismo dello stato nella costruzione della memoria collettiva: strumentalizzazione ai fini del consenso e banalizzazione sembrano, nella sua ottica, esiti inevitabili. Se questo vale per le sacrosante ma proliferanti giornate nazionali del ricordo, perché non dovrebbe valere (pensavamo noi, ascoltando in sala) per la "casa delle memorie" dei trentini? Il nostro centrosinistra avrà mille difetti, ma è strutturalmente pluralistico, non potrà coltivare disegni come quello che la Regione Veneto ha affidato ad un leghista assessorato "all’identità".

Ma la garanzia del pluralismo sta nel rigore del progetto e delle sue procedure, non nelle caratteristiche di chi di volta in volta lo gestisce. Se oggi Margherita Cogo insiste su un’identità aperta, chi ci garantisce che a succederle non sia qualche propugnatore della chiusura?

Affidare dunque il progetto alle istituzioni culturali è effettivamente cosa saggia. I dubbi si spostano però sulla trasformazione in corso del Museo Storico, la cui ridefinizione per legge provinciale ne farà comunque un soggetto meno autonomo dal potere politico di quanto non sia stato finora, con Bice Rizzi ma anche con Vincenzo Calì.

Sarà più un istituto di ricerca o un servizio provinciale "storia e memoria"? Dipenderà da tante cose: dallo statuto, dai rapporti che esso definirà tra governo provinciale e direzione dell’istituzione, dal ruolo dei soci. Dipenderà anche dai rapporti che si stabiliranno in concreto con le altre istituzioni culturali, tagliate fuori per ora dalla gestione del progetto anche quando hanno vocazioni, competenze, esperienze indiscutibili (è il caso evidente del Museo della Guerra, quello ancor più evidente del Museo di San Michele).

E poi, col conforto di quali risorse reali si camminerà? Gli alti livelli necessari per essere all’altezza delle questioni poste richiedono operatori motivati, competenti, non occasionali. Sono necessari percorsi di formazione robusti. Occorre mettere in campo programmi di ricerca più strutturati di quanto non consenta l’attuale dimensione del Museo. Nessuno si illuda che a impegni come quelli di cui stiamo parlando si possa far fronte con gli attuali ordini di grandezza delle dotazioni organiche e dei mezzi disponibili.