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Quello che a Galan si dovrebbe dire

I motivi veri per cui si può rivendicare la specificità del Trentino: l'autogoverno secolare, la cura del territorio, il volontariato, le sperimentazioni politiche... Ma sono proprio i valori annacquati nella rincorsa di modelli altrui.

Formalmente ineccepibili, politicamente molto deboli. Le reazioni trentine (e altoatesine) alle sgangherate e provocatorie iniziative del governatore veneto Giancarlo Galan, dopo la decisione di Lamon di voler abbandonare il Veneto per il Trentino, seguito da una sfilza di altri comuni (non solo veneti) che vogliono emularlo, si attestano quasi tutte su una difesa formale dei sacrosanti diritti della speciale autonomia provinciale. Si invoca, a ragione, l’accordo internazionalmente garantito De Gasperi Gruber, gli statuti di autonomia, prima e seconda versione, gli infiniti accordi pattizi fra lo stato italiano e le Province di Trento e Bolzano.

Il presidente del Veneto, Giancarlo Galan.

Ci si scandalizza della becera richiesta veneta di associarsi a cotanta sconosciuta (in Veneto) storia. Si fa a gara a chi in questo manifesta lo sdegno più vibrante misurando su questo il patriottismo autonomista.

Tutto questo è abbastanza deprimente, non certo per l’occasione, utile a tutti, di ripassare i tanti, difficili passaggi del lungo cammino dell’autonomia trentina, ma perché nella soddisfazione per la richiesta di nuove annessioni e di nuovi plebisciti, c’è un compiacimento irresponsabile che ignora la motivazioni reali delle improvvise conversioni alla terra trentina. Motivazioni tutte venali, di assoluto disinteresse per le ragioni storiche, comunitarie (un solo dato: le proprietà comunitarie come bioschi e pascoli, rappresentano in Trentino l’80% del totale, in sudtirolo il 20%), cooperativistiche (le centinaia di Famiglie cooperative e Casse rurali, invece delle Banche Cattoliche centralizzate e degli ipermercati), di misura (dalle regole medioevali al Pup del ‘68 alla Via del dopo-Stava), che hanno consentito al Trentino di vincere la sfida impossibile di far vivere i suoi 400 borghi e città contro le leggi dell’economia e della geografia.

Queste le ragioni che dovrebbero essere alla base dell’adesione al modello autonomista trentino, assai più e prima dei soldi e privilegi che l’autonomia ci ha finora assicurato.

Invece non solo non è così. ma anche, chi ai massimi livelli difende l’Autonomia, lo fa con altre ipocrite argomentazioni. Tale è infatti sostenere la nostra specialità rivendicandola anche per tutte le altre regioni italiane, pur sapendo che lo Stato, da qualsiasi coalizione governato, sarebbe impossibilitato a garantire a tutti quello che finora ha assicurato a trentini e altoatesini (oltre che a siciliani, sardi, valdostani e friulani).

Il punto è che il nodo dei cosidetti privilegi delle regioni a statuto speciale, è stato posto da anni, prima che dal populista Galan, da autorevoli studiosi, fondazioni, centri studi.

C’è quindi il bisogno di rispondere seriamente, rivendicando, in una situazione territoriale svantaggiata, i risultati, le buone politiche, la qualità del governo, la capacità di proporre e sperimentare (vedi la difesa del territorio impostata fin dal lontanissimo 1882, o gli innovativi ammortizzatori sociali introdotti un secolo dopo). Il punto è che tutte queste cose non solo non sono citate dai nostri nuovi possibili compagni di destino autonomista, ma nemmeno da chi vorrebbe (e dovrebbe) difendere l’autonomia trentina.

Eppure tutte le culture politiche cui fanno riferimento le forze del centro sinistra che governano la nostra provincia hanno sempre accompagnato il forte, orgoglioso senso dell’autogoverno con un richiamo alla sobrietà e responsabilità, tutte si sono plasmate nella battaglia contro i privilegi, territoriali, di casta, di classe.

Per questo mortificano una complessa storia sociale e politica quanti continuano in una difesa solo passiva della nostra autonomia speciale, basata sulla rivendicazione dei patti internazionalmente sottoscritti, che indubbiamente ha una sua forza, ma non può certo convincere gli antipatizzanti che crescono ai nostri confini.

Insomma, ci sembra che si dimentichi che l’autonomia si difende e si rafforza giorno per giorno solo con la qualità della politica; e che invece la difesa formale del proprio castelletto assediato rischia di essere alla lunga perdente: la storia ci insegna che sono cadute istituzioni assai più garantite di quella trentina, quando non hanno saputo assolvere ul compito per cui erano nate. Bisogna sempre ricordare che una piccola terra come la nostra per la difesa delle buone ragioni locali ha sempre dovuto ancorarsi a orizzonti nazionali e internazionali.

Ma si ha scarso titolo morale per rivendicare le proprie buone ragioni e combattere le animosità altrui, quando se ne importano i modelli, come accade al Trentino rispetto all’esperienza dello sviluppo veneto o, più in generale, come ricordava il geografo Eugenio Turri, padano.

E questo avviene con i fatti quotidiani, e al di là delle rituali smentite d’ufficio, con le subalternità al modello veneto per quanto riguarda politica dei trasporti e territorio (vedi la sempre risorgente PiRuBi e il sempre più debordante Interporto) o quella bresciana dei rifiuti. Progetti che esemplificano una cultura non dominante a livello sociale, eppure oggi pericolosamente egemone nel palazzo; e che rappresenta una pericolosa discontinuità con le caratteristiche più nobili della storia economia e sociale del Trentino.