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QT n. 6, 25 marzo 2006 Servizi

Noi e gli animali: siamo poi così diversi?

L'etica del capo-impala che va incontro al pericolo per salvare il branco; l'estetica del pavone che pone la bellezza al primo posto. Due esempi di vita vissuta, che ci dicono: perchè mai noi uomini vogliamo ritenerci tutt'altra cosa dagli altri esseri?

Mentre seguivo il convegno all’Itc, e i relatori parlavano di "natura umana", (vedi L’evoluzionismo che visse due volte )la mia mente si involò, riandando a un episodio di diversi anni addietro. Turista in un parco africano, stavo su un rialzo, sopra un’ampia verdissima radura, circondata da un bosco fitto. Il paesaggio, bello da lasciare senza fiato, all’improvviso si animò: due, cinque, dieci animali, poi a decine e centinaia, piccole gazzelle (gli impala) e babbuini uscirono dal bosco in una fuga impetuosa. Centinaia di esseri che si affannavano, in una corsa tesa, drammatica; i salti degli impala avevano perso la proverbiale eleganza, le urla dei babbuini risuonavano disperate: si correva per la vita.

La fuga disperata nella grande radura (per ingrandire la foto cliccaci sopra).

In un attimo la radura si svuotò.

Vi rimase un solo animale, minuscolo nel grande spazio; un impala maschio, fremente per il pericolo eppur fermo, le zampe anteriori saltellanti, le lunghe corna diritte, lo sguardo fisso in un punto: a 40-50 metri, nel bosco: dove stava il predatore, un leopardo probabilmente.

Avevo già visto una scena analoga, seppur meno esemplare: gli impala fuggire, il maschio andare incontro al pericolo (una leonessa), fermarsi a trenta metri, e diventare un fascio di nervi tesi. Non per sfidare il predatore - le pur aguzze corna del piccolo animale poco avrebbero potuto - ma per segnalarne la posizione; per impedire che il terrore trasformasse la fuga in rotta scriteriata.

Vi rimase un solo animale, minuscolo nel grande spazio; un impala maschio, fremente per il pericolo eppur fermo... (per ingrandire la foto cliccaci sopra).

L’impala maschio, solo nella radura, avrebbe potuto essere il primo a mettersi in salvo: eppure no, per salvare tutti rischiava lui.

Come chiamiamo tutto questo? Disponibilità al sacrificio? Senso di responsabilità? Il dovere di un capo verso la comunità?

Sono parole grosse? Ma che differenza c’è mai tra l’eroe omerico che si sacrifica per la sua gente, e il piccolo impala che va incontro al leopardo?

Al convegno uno dei relatori, neanche mi leggesse nel pensiero, a un certo punto sembrava rispondere a questi interrogativi: "Ci sono casi di altruismo tra gli animali, disposti anche a sacrificarsi - argomentava il prof. D’Agostino - Ma è assodata la differenza tra un ‘altruismo comportamentale’ e uno ‘intenzionale’".

A me pare una distinzione speciosa. Non so di ricerche tra le gazzelle, ma quelle sui leoni o sulle scimmie hanno evidenziato come, nelle società animali, ricoprire i vari ruoli non sia un processo per niente automatico: ci sono individui inadatti, o che non vogliono, o che deviano. E per converso, se parliamo di atteggiamento "comportamentale", non lo è forse altrettanto il comportamento in battaglia di un capo Sioux, o di un alfiere della Guardia napoleonica, oppure di un capitano di vascello ultimo ad abbandonare la nave che affonda?

Un altro impala mentre fronteggia una leonessa (per ingrandire la foto cliccaci sopra).

Perché si vuole, a tutti i costi ricercare una frattura tra la natura umana e quella animale? Eleggendo noi a specie non solo più intelligente, non solo eletta, ma altra; e cacciando tutto il resto degli esseri viventi in un mondo a parte, fatto solo di reazioni brute, automatiche, inconsapevoli.

Nella mia casa di montagna, a Vattaro, un bel giorno arrivò un pavone. Stava in una cascina non distante, 300-400 metri più sotto; ma decise di cambiare, e venne nei nostri prati. Perché? Perché la nostra casa ha ampie vetrate, davanti alle quali sostava per ore e ore, a rimirarsi. Voleva verificare di continuo la propria bellezza, sembrava concentrare tutto il proprio essere nello sforzo di farsi ancora più bello; di sicuro passava il tempo a ritoccarsi e sistemare piume anche impercettibilmente fuori posto, per essere sempre impeccabile e splendente. Ed era effettivamente bello, il mantello cangiante di variazioni infinite tra l’azzurro e il verde, la coda incredibile. Della sua bellezza era conscio ed orgoglioso.

"Ma a cosa serve il pavone? – chiese una volta una delle mie nipoti – I gatti in teoria servono per i topi, il cane fa la guardia, ma il pavone?"

"Il pavone è bello, quello è il suo scopo – rispose mia cognata.

Ed era effettivamente bello, il mantello cangiante di variazioni infinite tra l’azzurro e il verde, la coda incredibile (per ingrandire la foto cliccaci sopra).

E così pensava lui. Dal giardino dove sostava non si vedono le macchine di chi arriva. Ma, come tutti gli altri animali, aveva imparato a distinguere il rumore di un’auto di casa da quelle degli estranei. Se ad arrivare era uno di noi, rimaneva tranquillo, se era quella di un estraneo, iniziava i suoi preparativi: cosicché, quando l’ospite, o l’idraulico, salita la scala esterna, sbucava nel giardino, se lo trovava di fronte, con la meravigliosa ruota dispiegata. E non c’era nessuno, amico o artigiano di passaggio, che non si fermasse a bocca spalancata.

Ecco: il senso, il valore del bello. A prescindere dalla funzionalità, anzi, a dispetto di essa. L’orgoglio della propria bellezza. La vanità. Il senso dell’estetica, i suoi codici, che in certa misura sono evidentemente comuni, universali: quello che è bello per l’uccello lo è anche per noi.

E allora: ancora ci attardiamo a scovare sofismi per sostenere che gli animali sono tutta un’altra cosa da noi? Che noi siamo, non solo più evoluti, ma del tutto diversi?

E ci ostiniamo a negare qualsiasi dignità a questi altri esseri che ci vivono a fianco, per elevarci su un piedistallo francamente ridicolo.