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Il cippato non è una manna!

Il respiro di Valsugana

Abbiamo letto con attenzione, e alla fine con un senso di incredulità, l’articolo-intervista a cura di Salvatore Leo su QT di gennaio e siamo rimasti decisamente perplessi per alcune affermazioni che non condividiamo affatto e che vorremmo discutere.

Notiamo anzitutto un esagerato ottimismo sulla disponibilità di cippato e sulla possibilità di un suo utilizzo su larga scala in Trentino. Abbiamo anche notato che verso la fine dell’articolo viene citata la Menz & Gasser, azienda che bruciava gas, che sporca “relativamente” l’ambiente, e che ha deciso di bloccare (o affiancare) quell’impianto con uno che brucia ogni anno 19.000 tonnellate di cippato, con emissioni di quantità assolutamente non indifferenti di PM10 e PM2,5 ma anche di ossidi di azoto e zolfo e, tra le altre cose, IPA (idrocarburi policiclici aromatici). Peggiorando decisamente la qualità dell’aria in una zona dove ogni giorno transitano, sulla SS47, più di 20.000 veicoli, di cui almeno 3.000 sono mezzi pesanti, e in una valle dove l’inversione termica è la regola nei mesi invernali.

E la ragione? Per una fabbrica di marmellate è, non solo secondo noi, quella del business elettrico che può reggere solo in quanto finanziato dal pubblico, cioè dal cittadino che, massimo dell’ironia, viene ferito da quelle emissioni.

Il paradosso è che l’articolista, alla fine, sostanzialmente pare puntare il dito soprattutto verso quei gruppi di cittadini valsuganotti che, con considerevoli costi personali e dovendosi scontrare con un gruppo industriale dalle notevoli risorse finanziarie e con evidenti capacità di lobbing, hanno cercato di contrastare fino alla fine l’infelice scelta: “I comitati locali rischiano talvolta di rinunciare a un’opportunità di sviluppo sostenibile....”. Sostenibile?

Tecnici di indiscussa professionalità, e talvolta di chiara fama (nomi? Massimo Cerani, Gianfranco Giacomin, Francesco Chiosi e Michele Corti, ma anche Medici per l’Ambiente, spesso gente impegnata professionalmente in istituzioni pubbliche dedite alla difesa dell’ambiente e della salute pubblica) hanno urlato contro questa che è stata definita proprio un “business elettrico”.

Ci prende lo sconforto nel vederci additati come quelli che non pensano all’occupazione e che, par di capire, a cuor leggero puntano il dito contro un’azienda che dà lavoro. Ma qui - e ci rivolgiamo a Salvatore Leo - di un business, appunto, si tratta: che peggiora di molto la qualità dell’aria nella nostra zona. Per rendersene conto basterebbe venire a vedere, specie alla notte e al mattino, come si presenta il cielo a Novaledo e Marter. Aggiungendo a questo il fatto che le rilanciate acciaierie di Borgo (6-8 km da questi villaggi) stanno ormai fumando a tutta, e che accanto alla Menz e Gasser c’è Eurolegnami, che fuma a sua volta abbondantemente. Per non dire del già citato, intenso traffico.

Eppure lo stesso ambientalista Luigi Casanova (che peraltro scrive su QT) ha nel 2014 dichiarato: “Già queste centrali assorbono 240.000 metri steri di biomassa, e sono già programmate altre centrali in valle di Cembra e nel Vanoi: è evidente che il Trentino sta cadendo nella situazione di criticità già matura e insostenibile del Sudtirolo”. Quindi prima della partenza del forno della Menz & Gasser non c’era più cippato disponibile.

E ancora, continuando con Casanova: “La natura ci impone i suoi limiti. La materia prima, la biomassa in questo caso, è limitata, non è nemmeno più sufficiente per le centrali già attive. E l’autarchia energetica nelle Alpi, come ormai più volte dimostrato da studi universitari, è un’illusione: se attuata, distruggerebbe l’intero sistema ambientale e paesaggistico. Probabilmente da tempo abbiamo superato ogni soglia nella sostenibilità di questo modello di sviluppo, ma nessuno si sogna di proporre l’unica strategia vincente: il risparmio e la riduzione dei consumi”.

Continuiamo ancora? La Provincia di Trento aveva classificato come “zona di risanamento per la qualità dell’aria” la Valsugana. E un piano energetico provinciale sconsigliava vivamente nuovi impianti a biomassa in zone “metanizzate o metanizzabili”. E l’attuale presidente, Ugo Rossi, aveva sottoscritto un protocollo di un programma nazionale di risanamento dell’aria del bacino padano (che riguarda anche il Trentino), in cui le emissioni da biomassa erano considerate il fattore di maggiore rilevanza relativamente all’inquinamento atmosferico.

Ancora? Andrea Ventura, amministratore delegato di Bio Energia Fiemme sull’Adige del 24 marzo 2015 aveva affermato: “L’impianto di Novaledo non ha niente a che spartire con i nostri impianti. Quello è un progetto di cogenerazione per il business elettrico”.

Ci fermiamo qui, senza sottolineare la risibilità dei controlli applicati dalle pubbliche autorità, Appa ad esempio, su questo nuovo impianto inquinante.

Ma come ha potuto la fabbrica di marmellate affiancare al metano, al contrario di ciò che si cerca di fare nell’Europa più attenta all’ambiente, il bruciare quantità industriali di legname, creando quei residui che si spargono nell’aria e si depositano sul territorio? Possiamo solo supporre che qualcosa abbia a che vedere con la sua capacità di condizionare una politica talvolta più attenta alla ricerca del consenso che a quella del bene pubblico.

Il respiro di Valsugana

* * *

Prendiamo atto delle vostre argomentate obiezioni a quanto abbiamo scritto e ci impegniamo a ritornare sull’argomento nel prossimo numero.

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In altri numeri:
Cippato: quanto ce n’è e quanto conviene

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