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QT n. 9, settembre 2020 Servizi

Passo Lavazè asfaltato

Parcheggi, demenziali piste da skiroll, un poligono di tiro e in prospettiva le inevitabili strutture di appoggio. Così il Trentino ricerca l’eccellenza turistica.

Foto di Walter Donegà
Foto di Walter Donegà
Foto di Walter Donegà

Passo Lavazè, 1808 metri di quota. Un paradiso naturale, un paesaggio alpino, senza dubbio gestito con superficialità, ma ancora caratteristico grazie a pascoli sconfinati intervallati da foreste di pino cirmolo. Verso est si stagliano le torri del nodo del Latemar di Dolomiti Unesco, all’opposto c’è una perla: il canyon Blatterbach, lungo poco più di un

chilometro, sintetizza la complessa formazione geologica delle Dolomiti.

Da decenni passo Lavazè è anche il paradiso dello sci di fondo, grazie a piste lunghe, mosse, che portano a malghe attive, anche se forse un po’ artefatte. Con gli sci ai piedi in inverno e con le biciclette o trekking medi in estate si arriva fino al santuario di Pietralba.

Proprio grazie a queste caratteristiche la località da tempo è nel mirino di diversi speculatori. I proprietari di un albergo in riva al lago tentano di potenziare l’edificio invadendo il biotopo, ricchissimo di biodiversità, che rischia di scomparire. Decenni fa, proprio come conseguenza della costruzione dell’odierno fatiscente albergo, l’impermeabilità del lago è stata compromessa. Verso Bolzano parte del pascolo è stata

trasformata in banali parcheggi. A monte, verso est, gli impiantisti di Obereggen vorrebbero prolungare il carosello sciistico con nuovi collegamenti. Verso ovest, salendo a passo Oclini, la sede stradale è invasa da parcheggi approssimativi: gli spazi sono stati recuperati nel tempo con un susseguirsi di discariche abusive di materiali inerti, ai

danni del pascolo. Situazioni divenute ormai insostenibili, ma non se ne parla, nonostante in giornate di punta si sia arrivati a contare parcheggiate oltre 1000 auto.

Invece di fermare l’invasione delle auto a valle si sta puntando ad una circonvallazione in galleria del passo, senza pensare alle ripercussioni che si avrebbero su quanto rimane del biotopo e della preziosa torbiera d’alta quota. È un progetto da tempo all’attenzione del Comune e dei servizi della Provincia. Ha invece trovato sviluppo il piano di “valorizzazione” promosso dal sindaco uscente di Varena Paride Gianmoena, presidente del Consiglio delle autonomie del Trentino, spalla non marginale dell’ex assessore provinciale UPT Mauro Gilmozzi.

In poco tempo i pascoli in quota sono stati asfaltati, occupati da una pista di skiroll lunga oltre tre chilometri. Si tratta di un incredibile intreccio di nastri d’asfalto che si insinuano fra maestosi cimbri: piste paragonate, sui social, agli incroci sopraelevati di Los Angeles. Una

incredibile rete di stradine, bypass e piste fra loro parallele si snodano sui declivi dei pascoli. Appena si arriva sul posto e si vede lo scenario, è come ricevere una coltellata, ogni proposito di poesia svanisce, ai nostri occhi si presenta solo una sconcezza. Si tratta di uno dei peggiori disastri paesaggistici imposti al Trentino, una “valorizzazione di eccellenza del territorio”, come ama definirla il sindaco, costata oltre 700.000 euro, finanziata in gran parte dalla Provincia attraverso il fondo di riqualificazione ambientale (Programma integrato di riqualificazione ambientale).

La pista è una struttura tecnica, impegnativa: impossibile che venga utilizzata da uno sportivo della domenica. Diversi giovani atleti locali già la criticano. Viene ritenuta difficile, non offre la possibilità di allenamenti di potenziamento e resistenza, lascia intimoriti anche dal punto di vista della sicurezza. Ovviamente non poteva mancare un poligono di tiro. Ai margini di questa ulteriore struttura è stato imposto un vasto parcheggio per camper.

Non è necessaria molta esperienza per intuire come in tempi anche brevi i piccoli alberghi presenti verranno ampliati, i ristoranti e gli chalet troveranno deroghe per il dovuto potenziamento e risulterà necessario dotare le piste di ulteriori strutture di appoggio, quali spogliatoi, bagni e docce, bar, nuovi parcheggi, e perché no, locali per noleggio e vendita di sci e skiroll. Se già oggi lo scenario offerto da questo intreccio di nastri d’asfalto e di parcheggi è impressionante, immaginiamo come si presenterà fra breve passo Lavazè.

Eppure c’erano alternative logistiche da offrire ad uno sport in via di diffusione come lo skiroll, praticato da una ristretta minoranza di atleti e per un periodo breve, i soli mesi estivi. Era necessario, ormai una emergenza, togliere dalle strade provinciali e statali (strada da Molina verso Capriana, statale Predazzo-Bellamonte, statale di Lavazè, provinciale del passo del Manghen) questi spericolati atleti e offrire loro spazi di agibilità sicuri. Bastava investire e utilizzare un’area già antropizzata come la zona di Lago (Tesero) che ospita lo stadio del fondo. Non si comprende perché non si siano utilizzate le piste già esistenti a quota 900, idonee per ospitare le gare di coppa del Mondo dello sci alpino, accessibili con una viabilità veloce. Uno spazio ampio che dispone di servizi di appoggio di qualità: parcheggi, ristorazione, spogliatoi, docce, tribune. Una risposta a questa scelta ci è stata data da due esponenti di primo piano del Consiglio provinciale, il leghista Gianluca Cavada e l’imprenditore dell’area sciabile di Pampeago Piero Degodenz (UPT). Questi consiglieri in un loro comunicato stampa ci hanno offerto uno spaccato della loro sensibilità: “La pista di skiroll in quota ha uno scopo sociale non minimale: impedire agli atleti l’uso del doping”. A detta di costoro, offrendo agli sportivi la possibilità di allenarsi in quota si permette loro di ossigenare il sangue senza dover ricorrere a pratiche illecite.

Per non disperarci sorridiamo: questo è il profilo etico e culturale di certa politica trentina.

Ora a passo Lavazè si arriva inserendosi nelle ferite imposte al bosco dal vento, dapprima, 10 anni fa, una violenta schiantata, ora ampliata a dismisura dalla tempesta Vaia del 2018.

Arrivati al passo, esauriti i parcheggi appena ampliati, si deve andare all’avventura lasciando l’auto dove possibile, lungo la strada che porta al passo Oclini.

Di naturale rimane ben poco: certamente le rocce porfiriche della piattaforma atesina che fa da base alle maestose pareti del gruppo del Latemar, certamente le due particolari cime del Corno bianco e Corno nero e la presenza lungo le strade forestali dei pini cimbri che hanno resistito a Vaia. Ma lo spazio per l’incanto di un tempo è frantumato.

Ogni filo d’erba delle Dolomiti, passo dopo passo, sembra debba sparire.

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