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QT n. 1, gennaio 2022 Cover story

Care foreste

Gestione del dopo Vaia: gli errori, i ritardi, i nodi che vengono al pettine

Non è possibile parlare di foreste senza inserire il tema nel contesto dei veloci e preoccupanti cambiamenti climatici in corso. Il momento ci impone drammatiche urgenze da affrontare, anche la gestione forestale dovrà portarci ad un confronto serio per decidere con coraggio e metodo innovativo. Coraggio che non dimostra lo Stato italiano che da anni delegifera in materia di corretta gestione dei boschi: ci ha privati della specificità del Corpo forestale dello Stato e ora incentiva, attraverso il ministero della Transizione ecologica, uno sfruttamento intensivo delle risorse forestali, addirittura indirizzate al sostegno della combustione di un bene prezioso come il legno.

Per seguire il percorso dell’inchiesta, è utile tenere presenti alcuni dati internazionali e richiamare basilari conoscenze sull’importanza delle foreste. Non per essere pedanti, ma per comprendere.

Se si considera la storia della Terra condensata in un anno, la presenza dell'homo sapiens equivale a soli 28 minuti, l’attività agricola è racchiusa in un solo minuto e 40 secondi. Ma già i cianobatteri avevano inventato la fotosintesi 6 mesi e 20 giorni prima.

L’influenza del bosco sul clima è nota da tempo: gli alberi sequestrano carbonio atmosferico e lo trasformano in legno e suolo sottraendolo alla componente aerea della biosfera: è il modo più efficace per contrastare il cambiamento climatico causato dall’uomo. Nonostante questa basilare informazione ogni anno al mondo si perdono 13 milioni di ettari di foresta; disponiamo ancora di 400 alberi per abitante, ma di questi ne perdiamo ben due all’anno. Proprio partendo da queste considerazioni nel recente summit internazionale di Glasgow si è deciso lo stop alla deforestazione entro il 2030. Purtroppo senza prevedere sanzioni, quindi una dichiarazione forte, ma che non troverà attuazione.

La realtà è drammatica: causa le persistenti ondate di siccità che colpiscono il continente europeo si sta accentuando la moria delle foreste. La specie più colpita è l’abete rosso, in rapido declino fin dal 2012, ma l’indebolimento delle strutture forestali è complessivo. Va anche tenuto presente che gli alberi vetusti assorbono maggiori quantità di CO2, fino a centinaia di Kg/anno. Le piante giovani impiegano decenni per avvicinare questi risultati. Eppure si continua nella politica di tagliare le piante mature e stramature, una visione selvicolturale fuori dai tempi.

Nel parlare di foreste si devono anche avere presenti i tempi di rinascita di un bosco. Un bosco in equilibrio (dipende dalla quota e dall'esposizione) impiega dai 150 ad oltre 200 anni per ricostruire la sua azione ecosistemica. Se poi teniamo presente che due terzi della pianta si sviluppano sottoterra, si deve sapere che nella parte che non vediamo, operando nel più assoluto silenzio, la complessità della ricomposizione delle varie forme di vita richiede dai 400 ai 500 anni.

Ora passiamo alla tempesta Vaia, un evento che nelle Alpi italiane “sorprendentemente” ha sorpreso tutti, anche gli operatori del settore. L’Europa intera aveva già subito ricorrenti eventi catastrofici. La tempesta Viviane del 1990, la terrificante Lhotar del 1999 (240 milioni di schianti, quasi un centinaio di morti) e molte altre, anche ravvicinate nel tempo, ben tre nel 2019: in Belgio, Germania e Polonia. Siamo in presenza di un'ardua lotta contro la moria delle foreste dovuta prima alle piogge acide (anni ’80-‘90 del secolo scorso) ed ora agli attacchi dei parassiti e ai venti che ci vedono spettatori impotenti. Possiamo solo seguire gli eventi e provare a curare le ferite sempre più profonde inflitte alla natura. Nonostante questo, in Italia e nel Trentino discutendo di boschi si continua a usare una terminologia priva di ogni riferimento scientifico, basata su luoghi comuni che sono sostenuti anche dagli operatori del settore. Ad esempio, è sufficiente trovare due rami e un cimale a terra e si parla di bosco sporco, senza riflettere su quanto sia importante rilasciare nel bosco grandi quantità di necromassa, non solo per aumentare la fertilità dei suoli sempre più poveri di sali minerali causa la coltura delle conifere, ma anche per favorire situazioni di biodiversità più articolate.

Le piante lasciate a terra creano anche utili micrositi favorevoli alla rinnovazione naturale.

Troviamo perfino personalità di scienza che parlano di eccesso di diffusione del bosco. Se nel dopoguerra la superficie forestale nazionale era ridotta a 5 milioni di ettari ed oggi vantiamo un capitale più che raddoppiato, questo non significa che disponiamo di un sistema forestale forte ed equilibrato. In Italia e parzialmente anche in Trentino i nostri sono boschi poveri.

Nel dopo Vaia si è diffusa l’opinione che sia necessario recuperare superfici forestali per uso dei pascoli o per la produzione di foraggio, o ancora “per creare paesaggio”. Senza riflettere sull'errore di aver incentivato la diffusione industriale degli allevamenti nelle nostre vallate, o su come tanti allevatori, privi della necessaria formazione, siano inadeguati nel gestire un pascolo di alta quota. Se vi sono delle parti di territorio abbandonato, o peggio mal gestito - ci insegna la scienza - questi spazi vengono recuperati sempre e in modo virtuoso dal bosco.

E si tenga presente che il Trentino è una terra ad alta vocazione forestale: il 63% del territorio è coperto da bosco. Non ci è permesso sbagliare una seconda volta.

Ci sarà un futuro per l’abete rosso?

Subito dopo la tempesta, nel Triveneto e nella vicina Lombardia si erano contati 9,6 milioni di metri cubi di alberi schiantati e 42.500 ettari di territorio forestale sconvolti. Oggi i metri cubi sono molto aumentati, causa le copiose nevicate dell’inverno 2020-21 e i successivi attacchi del bostrico (vedi scheda). Si può parlare di 12 milioni di metri cubi di legname danneggiato e di 45.000 ettari colpiti dai successivi fenomeni.

Fin da subito il mondo ambientalista alpino propose un programma di emergenza strutturato in un coordinamento nazionale capace non solo di recuperare al meglio parte del legname schiantato, ma anche di progettare interventi omogenei sulla sicurezza, cogliendo l’occasione per favorire la ricerca scientifica, evitando di sprecare una risorsa tanto importante svendendola all’estero, pianificando anche nel Nord–Est una vera e propria filiera produttiva del legno. Buona parte del mondo scientifico e universitario aveva affiancato, attraverso strade proprie, l’azione ambientalista, ma le istituzioni hanno mortificato tanta tensione propositiva e hanno preferito, come vedremo, agire ognuna per proprio conto.

Carezza. Opere paravalanghe in legno a protezione della strada

Non è possibile parlare di foreste senza inserire il tema nel contesto dei veloci e preoccupanti cambiamenti climatici in corso. Il momento ci impone drammatiche urgenze da affrontare, anche la gestione forestale dovrà portarci ad un confronto serio per decidere con coraggio e metodo innovativo. Coraggio che non dimostra lo Stato italiano che da anni delegifera in materia di corretta gestione dei boschi: ci ha privati della specificità del Corpo forestale dello Stato e ora incentiva, attraverso il ministero della Transizione ecologica, uno sfruttamento intensivo delle risorse forestali, addirittura indirizzate al sostegno della combustione di un bene prezioso come il legno.

Per seguire il percorso dell’inchiesta, è utile tenere presenti alcuni dati internazionali e richiamare basilari conoscenze sull’importanza delle foreste. Non per essere pedanti, ma per comprendere.

Se si considera la storia della Terra condensata in un anno, la presenza dell'homo sapiens equivale a soli 28 minuti, l’attività agricola è racchiusa in un solo minuto e 40 secondi. Ma già i cianobatteri avevano inventato la fotosintesi 6 mesi e 20 giorni prima.

L’influenza del bosco sul clima è nota da tempo: gli alberi sequestrano carbonio atmosferico e lo trasformano in legno e suolo sottraendolo alla componente aerea della biosfera: è il modo più efficace per contrastare il cambiamento climatico causato dall’uomo. Nonostante questa basilare informazione ogni anno al mondo si perdono 13 milioni di ettari di foresta; disponiamo ancora di 400 alberi per abitante, ma di questi ne perdiamo ben due all’anno. Proprio partendo da queste considerazioni nel recente summit internazionale di Glasgow si è deciso lo stop alla deforestazione entro il 2030. Purtroppo senza prevedere sanzioni, quindi una dichiarazione forte, ma che non troverà attuazione.

La realtà è drammatica: causa le persistenti ondate di siccità che colpiscono il continente europeo si sta accentuando la moria delle foreste. La specie più colpita è l’abete rosso, in rapido declino fin dal 2012, ma l’indebolimento delle strutture forestali è complessivo. Va anche tenuto presente che gli alberi vetusti assorbono maggiori quantità di CO2, fino a centinaia di Kg/anno. Le piante giovani impiegano decenni per avvicinare questi risultati. Eppure si continua nella politica di tagliare le piante mature e stramature, una visione selvicolturale fuori dai tempi.

Nel parlare di foreste si devono anche avere presenti i tempi di rinascita di un bosco. Un bosco in equilibrio (dipende dalla quota e dall'esposizione) impiega dai 150 ad oltre 200 anni per ricostruire la sua azione ecosistemica. Se poi teniamo presente che due terzi della pianta si sviluppano sottoterra, si deve sapere che nella parte che non vediamo, operando nel più assoluto silenzio, la complessità della ricomposizione delle varie forme di vita richiede dai 400 ai 500 anni.

Ora passiamo alla tempesta Vaia, un evento che nelle Alpi italiane “sorprendentemente” ha sorpreso tutti, anche gli operatori del settore. L’Europa intera aveva già subito ricorrenti eventi catastrofici. La tempesta Viviane del 1990, la terrificante Lhotar del 1999 (240 milioni di schianti, quasi un centinaio di morti) e molte altre, anche ravvicinate nel tempo, ben tre nel 2019: in Belgio, Germania e Polonia. Siamo in presenza di un'ardua lotta contro la moria delle foreste dovuta prima alle piogge acide (anni ’80-‘90 del secolo scorso) ed ora agli attacchi dei parassiti e ai venti che ci vedono spettatori impotenti. Possiamo solo seguire gli eventi e provare a curare le ferite sempre più profonde inflitte alla natura. Nonostante questo, in Italia e nel Trentino discutendo di boschi si continua a usare una terminologia priva di ogni riferimento scientifico, basata su luoghi comuni che sono sostenuti anche dagli operatori del settore. Ad esempio, è sufficiente trovare due rami e un cimale a terra e si parla di bosco sporco, senza riflettere su quanto sia importante rilasciare nel bosco grandi quantità di necromassa, non solo per aumentare la fertilità dei suoli sempre più poveri di sali minerali causa la coltura delle conifere, ma anche per favorire situazioni di biodiversità più articolate.

Le piante lasciate a terra creano anche utili micrositi favorevoli alla rinnovazione naturale.

Troviamo perfino personalità di scienza che parlano di eccesso di diffusione del bosco. Se nel dopoguerra la superficie forestale nazionale era ridotta a 5 milioni di ettari ed oggi vantiamo un capitale più che raddoppiato, questo non significa che disponiamo di un sistema forestale forte ed equilibrato. In Italia e parzialmente anche in Trentino i nostri sono boschi poveri.

Nel dopo Vaia si è diffusa l’opinione che sia necessario recuperare superfici forestali per uso dei pascoli o per la produzione di foraggio, o ancora “per creare paesaggio”. Senza riflettere sull'errore di aver incentivato la diffusione industriale degli allevamenti nelle nostre vallate, o su come tanti allevatori, privi della necessaria formazione, siano inadeguati nel gestire un pascolo di alta quota. Se vi sono delle parti di territorio abbandonato, o peggio mal gestito - ci insegna la scienza - questi spazi vengono recuperati sempre e in modo virtuoso dal bosco.

E si tenga presente che il Trentino è una terra ad alta vocazione forestale: il 63% del territorio è coperto da bosco. Non ci è permesso sbagliare una seconda volta.

Ci sarà un futuro per l’abete rosso?

Subito dopo la tempesta, nel Triveneto e nella vicina Lombardia si erano contati 9,6 milioni di metri cubi di alberi schiantati e 42.500 ettari di territorio forestale sconvolti. Oggi i metri cubi sono molto aumentati, causa le copiose nevicate dell’inverno 2020-21 e i successivi attacchi del bostrico (vedi scheda). Si può parlare di 12 milioni di metri cubi di legname danneggiato e di 45.000 ettari colpiti dai successivi fenomeni.

Fin da subito il mondo ambientalista alpino propose un programma di emergenza strutturato in un coordinamento nazionale capace non solo di recuperare al meglio parte del legname schiantato, ma anche di progettare interventi omogenei sulla sicurezza, cogliendo l’occasione per favorire la ricerca scientifica, evitando di sprecare una risorsa tanto importante svendendola all’estero, pianificando anche nel Nord–Est una vera e propria filiera produttiva del legno. Buona parte del mondo scientifico e universitario aveva affiancato, attraverso strade proprie, l’azione ambientalista, ma le istituzioni hanno mortificato tanta tensione propositiva e hanno preferito, come vedremo, agire ognuna per proprio conto.

L'esempio altoatesino, gli errori del Veneto

In provincia di Bolzano, dove i danni da vento erano concentrati verso il confine col Trentino e in val Pusteria, si è subito intervenuti con efficienza. Non era impresa facile, in quanto quel territorio forestale è frantumato in oltre 2.000 proprietà private, più quello pubblico di Comuni o Demanio, con un gran numero di strade forestali da recuperare. Ma subito, a differenza degli altri territori, si è dato vita alla costruzione di tavoli partecipati con proprietari e servizi forestali per valutare le priorità dell’intervento e uniformarne l’azione. Si sono stimati oltre 1,2 milioni di metri cubi di schianti. A fine 2021 è stato recuperato il 95% delle piante abbattute e, grazie ad interventi veloci e con personale per lo più locale, si è evitato un pesante diffondersi del bostrico e il legname ha mantenuto un discreto valore di vendita, variabile fra i 25 e i 40 euro il metro cubo. Il Servizio foreste provinciale stima che il valore delle perdite, deprezzamento del legname e ripristino della viabilità forestale, anche calcolando i danni dovuti all’asporto esbosco con mezzi pesanti e messa in sicurezza dei versanti, abbia comportato la perdita di 130-140 milioni di euro. In sostanza, un sistema in grado di costruire un’immediata responsabilità collettiva ha permesso di recuperare situazioni quasi al meglio.

Nel Veneto la situazione era più complessa: un territorio frantumato fra proprietà regoliere, migliaia di minuscoli proprietari privati, aree demaniali. A terra stavano oltre 4 milioni di metri cubi di legname e per di più le aree montane avevano subito danni da alluvione molto pesanti, mentre il fenomeno alluvionale in Trentino-Alto Adige aveva avuto meno intensità e provocato meno danni. In Veneto inoltre proprietà pubbliche, comuni e Regole, in passato avevano demolito le loro squadre di intervento e le imprese boschive locali sono risultate insufficienti nel rispondere ad una simile emergenza. Si è così fatto ricorso massiccio a manodopera proveniente dall’estero, Austria e Slovenia in particolare. Ditte specializzate e dotate di macchinari incredibili, non idonei al lavoro su superfici delicate come quelle delle Alpi del sud e su versanti ripidi. Che per di più sono state lasciate operare a briglia sciolta, in assenza di controlli (il corpo forestale era appena stato assorbito nell’Arma dei carabinieri). Una certa efficienza la si è vista sull’altopiano di Asiago e nel Comelico. Ma anche qui il legname raccolto è stato portato nelle grandi segherie austriache e un buon 20% è finito in Cina. Gran parte (circa un 40%) del legname schiantato o bostricato si trova ancora depositato sui versanti dolomitici. Ben poco di questa risorsa sarà più recuperato.

In Veneto al danno inferto da Vaia si è sommata una inefficienza incredibile: è la zona dove l’assenza di una minima filiera produttiva ha messo in luce tutte le fragilità di una montagna abbandonata, più che dai residenti, dai politici e dal mondo imprenditoriale, attento a chiedere cementificazione e assente nella gestione anche sociale dei territori. La superficie forestale del Veneto è di 46.671 ettari, 12.000 dei quali colpiti dalla tempesta. Vi sono oggi ben 950 ettari danneggiati dal bostrico. Si è recuperato il 50% del legname a terra con notevoli differenziazioni: l’80% nel vicentino, il 60% nelle aree demaniali, seguendo delle linee guida regionali che però sono diventate effettive con delibera ufficiale solo nel settembre 2021, alla faccia dell'efficienza tanto sbandierata del governo Zaia.

Nel Veneto va però messo in evidenza un aspetto positivo, che in Trentino è invece mancato o quasi. Grazie al GAL (Gruppo d’Azione Locale) dell’alto bellunese alleato con Bolzano (val Pusteria), il distretto Lienz e l’università di Padova, una ricerca sul ruolo dei batteri e dei funghi simbionti nella dinamica di diffusione del bostrico tipografo ha sperimentato il telerilevamento di modelli previsionali per valutare la necessità di eventuali esboscamenti anticipati in grado di bloccare la diffusione dell’insetto o individuando piantumazioni deboli. Si sono usati filtri per la radiazione ultravioletta (UV) entrando nella banda del non visibile che consente di evidenziare l’attività di fotosintesi clorofilliana e valutare le condizioni fisiologiche degli alberi al fine di identificare quelli sani, quelli infestati e quelli suscettibili di prossime colonizzazioni. Il tutto sarà incrociato con i dati climatici e stazionali al fine di valutarne le conseguenze sulle condizioni epidemiologiche delle varie popolazioni monitorate via satellite. Interventi di rimozione del legname tardiva risultano perfino dannosi in quanto distruggono le popolazioni di nemici naturali del bostrico. Inoltre si accentuano problemi di sicurezza idrogeologica sulle forti pendenze con l’asportazione di legname dalle grandi superfici intaccate.

L'inefficienza trentina

Nel Trentino tutti i soggetti istituzionali coinvolti nella gestione dell’evento hanno evitato come la peste l’ipotesi di creare sinergie. Nessuno si sarebbe aspettato che la nostra Provincia, istituzionalmente molto più simile all’autonomia di Bolzano, dimostrasse una inefficienza simile a quella registrata in una regione a statuto ordinario come il Veneto. Parliamo di una Provincia che vanta nel settore forestale 62 dipendenti tecnico-amministrativi (dati 2019) e 178 agenti forestali. Una squadra di 138 operai forestali, 159 custodi dei quali 8 della Magnifica, che però non svolgono azioni di vigilanza. Vi è una provvigione di 62 milioni di mc. di legname, prima di Vaia un consistente prelievo annuo di 447.882 mc., un'articolazione di strade forestali lunga ben 6.200 Km, 5.400 dei quali in bosco, una densità viaria incredibile che serve il 91% del patrimonio forestale.

Legname recuparato verso il Catinaccio

In Trentino Vaia ha coinvolto 20 mila ettari di territorio forestale, causando 3,5 milioni e mezzo di schianti, e nel 2021 il danneggiamento da bostrico è stimato in quasi un milione di metri cubi.

La risposta a Vaia è stata prevalentemente infrastrutturale, con la costruzione di strade, per lo più superflue a giudizio di molti, e grandi opere come paramassi in gran parte in acciaio, mentre in alto Adige si è fatto largo uso del legno. Si sono utilizzati 88 piazzali per una superficie complessiva di 21 ettari, si sono recuperati 2.300 Km di strade dei quali 35 Km di nuovi tratti, aperti 1.225 cantieri per taglio, sramatura e esbosco.Mentre la Provincia, attraverso entusiastici comunicati stampa, dichiara di aver recuperato l’80% del legname, la realtà è molto meno idilliaca. Alcuni comuni, come Telve di Valsugana, sono riusciti a vendere subito gran parte degli schianti (nel gennaio 2019, quasi 300 mila mc. ad un prezzo che variava dai 28 ai 33 euro il metro cubo). Altri grandi comuni, l’altopiano di Folgaria, l’area dell’altopiano di Pinè, le valli di Fiemme e Fassa (esclusa l’ASUC di Vigo di Fassa) si sono invece lasciati imbrigliare dalla burocrazia e da normative assurde, aggravate dalla Provincia in una situazione di emergenza attraverso la lunga mano della Camera di Commercio. Oltre che dalle dicutibili disposizioni del Servizio foreste che stabilivano che prima si procedesse con una nuova viabilità o un suo potenziamento e solo in un secondo tempo alla vendita. È così che molti comuni hanno lasciato deperire per oltre un anno il legname schiantato senza venderlo. Quando poi l’hanno venduto, a fine 2020 e inizio 2021, il valore del materiale era crollato anche sotto i 10 euro il metro cubo. Quel piccolo insetto, il bostrico, non aspettava altro: si è trovato regalato dall’inefficienza un banchetto insperato. Eppure il fenomeno era atteso, anche se non in quelle proporzioni : la tempesta Lhotar in Svizzera, nel periodo più siccitoso del nuovo secolo, 2002-2003, su 10 milioni di metri cubi di schianti ha avuto 4 milioni di mc di piante attaccate da bostrico; nel solo Trentino, con il 2022 e 2023, si attendono altri 2 milioni di piante morte.

Gli amministratori sono caduti nelle reti del dirigente della protezione civile Raffaele de Col e in una gestione gerarchica dell’evento. Mentre i sindaci attendevano strade impossibili, il bostrico lavorava e il legname si deprezzava ulteriormente; e per di più questi amministratori si ritroveranno in futuro a dover gestire e finanziare la manutenzione di chilometri di nuove strade, molto più larghe delle precedenti, costose, portate fino a quote inverosimili (1800 -1900 metri, vedi val Cadino e non solo). Strade che per i prossimi 50-70 anni serviranno solo ai cacciatori, in quanto il bosco impiegherà perlomeno questo tempo per ricoprire e rendere parzialmente utilizzabili superfici oggi totalmente denudate.

Gli esempi più eclatanti di strade superflue li troviamo nelle valli di Fiemme e Fassa. Pensiamo a quanto accaduto a Moena, a Predazzo, nella foresta demaniale di Paneveggio, in val Cadino, con strade che corrono parallele e distanti fra loro 80-100 metri di dislivello, addirittura strade di circonvallazione che almeno in teoria verranno poi dismesse. E ancora, strade costruite nel cuore di riserve integrali di un parco naturale (Paneveggio-Pale di San Martino) bloccate solo dall’intervento degli ambientalisti perché attraversavano una delle arene di canto più importanti dell’arco alpino. E poi, sul territorio di Ala verso il Monte Baldo, la strada della Selva che si trova a poca distanza da un altro ramo viario realizzato da poco che porta verso malga Fossole: una mulattiera trasformata in una strada larga 4 metri.

In Trentino è mancata la programmazione. Si pensi a Moena: invece di intervenire nella grande massa della destra Avisio a monte della statale 48, la più esposta ad attacchi parassitari, la superficie più duramente colpita, invece di reggere lo straordinario e tempestivo intervento della ASUC di Vigo verso Carezza, si è scelto di recuperare il legname su una superficie che da un decennio attende, ancora illusoriamente, la costruzione di un nuovo tracciato funiviario verso Lusia. Priorità assoluta all’industria dello sci, la gestione della natura è secondaria.

Il bosco perde una battaglia, ma mai la guerra

Come concludere? Sicuramente la gestione del dopo Vaia ha sofferto grandi limiti, con la non volontà delle amministrazioni regionali coinvolte di creare sinergie e linee guida d’azione comuni e la disattenzione verso i valori della biodiversità e delle aree protette. Una improvvisazione dell’azione che specie nella provincia di Trento e in Veneto è risultata devastante. Come suggerito dal dott. Marcello Mazzucchi, già direttore dell'Ufficio Forestale di Cavalese, molte aree potevano essere lasciate allo stato di naturalità, specie dove i versanti presentavano rischi idrogeologici e valanghivi importanti. Una simile scelta ci avrebbe permesso un notevole risparmio di denaro in sistemi di sicurezza. Infatti l’apparato radicale della pianta schiantata risponde con efficienza alla valanghe fino a 15 anni dall’evento, perché alcune importanti forme di vita rimangono attive sotto terra. È rimasto nel vuoto l’appello ambientalista di fare di Vaia una opportunità di monitoraggio e ricerca scientifica coordinata. Ad esclusione del Veneto, ognuno si è mosso per iniziativa propria perché sollecitato da istituti universitari, comunque su spazi di territorio ristretti. Serviva programmare una ricerca scientifica basata su studi almeno trentennali. E si sono lasciate cadere le prescrizioni lavorative di qualità nel bosco: si è data via libera a macchinari imponenti che hanno sconvolto i soprassuoli, danneggiato la rinnovazione, rimosso piante in modo abusivo. I controlli erano inadeguati. E così sul terreno sono rimaste migliaia di tonnellate di cascami di lavorazione, accumulati a valle delle strade, che hanno favorito ulteriormente la diffusione del bostrico.

Schiantata forestale

Abbiamo scontato l’abbandono di vivai forestali d’eccellenza. Si pensi a quello di Masi di Cavalese, oggi oggetto di baratto per la costruzione di un ospedale in progetto di finanza. Il migliore orto forestale delle Alpi era stato abbandonato dalla Provincia per lasciare attivi quelli meno produttivi: Casteller (Trento) e San Giorgio in val di Sella. Si è detto che il territorio provinciale avrà bisogno di piantumare 335 mila piantine all’anno. Ovviamente, causa le scelte del recente passato, in minima parte saranno recuperate dai vivai inadeguati citati, le altre piantine, come sta avvenendo, saranno acquistate dall’Austria. Ci ricorda ancora Mazzucchi che laddove è necessaria una certa piantumazione artificiale si dovrebbero utilizzare piante autoctone, non certo provenienti da località lontane. Infatti “non si fanno violini con alberi piantati, è necessario il percorso della lunga selezione genetica della natura”. Ogni pianta caduta rilascia 20.000 semi: sarà il vento l’operatore della semina, la fretta dell’eccesso di piantumazione artificiale non porta bene, lo abbiamo visto con quanto accaduto nel passato. Eppure su una stampa regionale pigra, attenta per lo più ai comunicati ufficiali della Provincia, abbiamo letto titoli insostenibili come “Ritorna la foresta che suona”. Molte imprese si sono riversate a promuovere nuova piantumazione dei boschi sconvolti: fa moda e pubblicità green a costo zero, pensiamo a Soroptimist International d’Italia che ha adottato il territorio della Magnifica portandolo a simbolo di rinascita, o altri enti che in buona fede, come accade a Club Vaia, promuovono passaggi simili. le tecniche di riforestazione valide per l’Amazzonia non sono trasportabili nelle Alpi, se non per perseguire scopi privati facendo leva sulla emotività delle collettività. Certo, si diffonde cultura della pianta, ma con un eccesso di demagogia e in modo ascientifico. Piantare alberi va bene in piccole situazioni di vasta distruzione, o negli arboreti delle grandi pianure, ma generalmente l’intervento dell’uomo non è per nulla virtuoso, si deve avere il coraggio di dirlo. Ce lo ricorda anche il tecnico di EURAC dott. Marco Mina: “Le foreste primarie debbono rimanere intatte, forniscono un alto stoccaggio di carbonio ed elevata biodiversità. Se si deve intervenire artificialmente lo si faccia portando una mescolanza di specie arboree come l’abete bianco forte delle sue radici fittonanti e più profonde, l’acero montano, il sorbo dell’uccellatore, dove possibile il faggio“. Piante che arricchiscono la biodiversità, la presenza di specie faunistiche, e colorano i paesaggi.

A prescindere dall’uomo il bosco ritorna, l’albero cade ma la foresta ricresce. Così accade anche dove vi sono estesi danni da bostrico. “Ad esempio in zone di protezione non si dovrebbe intervenire nel recupero delle piante attaccate dal bostrico”.

Laddove vi sono stati danni ingenti si dovrebbero rivedere i piani di assestamento forestale, aumentando le zone di protezione. Non si dovrebbe perdere ulteriore tempo. Esperti europei ci invitano a ricreare anche sulle Alpi foreste primarie, concentrando su superfici limitate la produzione di legname (20%) per destinare l’80% del rimanente territorio a creare resilienza nei confronti dei cambiamenti climatici: è un invito a ridurre drasticamente le utilizzazioni, avendo attenzione al sostegno di ricostruzione di foreste naturali e seminaturali. Un restauro da favorire per incrementare la biodiversità.

Certo, si è aperta la strada per una rimodellazione del paesaggio. Ma cosa significa questo? Rispondere alle richieste di una industria turistica priva di cultura? Abbandonare il bosco per fare pascoli quando si dimostra anno dopo anno che non si è in grado di garantire una gestione seria delle zone pascolive di alta quota? O recuperare a bassa quota aree destinate alla produzione di foraggio quando abbiamo permesso il proliferare di stalle e capannoni di profilo industriale pur in presenza di potenzialità produttive ridotte? Dovremo abbandonare il bosco, in tempi di cambiamenti climatici, solo per rimediare a squilibri creati da una promozione della politica agricola non adeguata a un territorio alpino?

Moena, una delle inutili strade

Riguardo la fauna selvatica abbiamo dovuto leggere da parte di un ex dirigente di distretto dei servizi forestali frasi di questo tenore: “Per quanto riguarda lupi e orsi, l’animalismo di comodo è un danno… sono contrario all’approccio conservazionista assoluto. C’è chi idealizza l’animale… ne fa uno strumento della propria affermazione personale… spesso (gli animalisti) sono persone che abitano in città, che non stanno sul territorio…” (dott. Bruno Crosignani su L’Adige)

Più che analisi di un tecnico sembrano frasi raccolte nei bar. Eppure, proprio Vaia dovrebbe farci riflettere sul valore della fauna selvatica tutta, non solo di quella pregiata o cacciabile come gli ungulati. Ad esempio dovremmo chiederci, in tutto il Triveneto e nell’Euregio, che senso abbia oggi cacciare i tetraonidi, specie a rischio, e poi con demagogia proporre corridoi definiti ecologici che stracciano superfici coperte da rododendri o da pini mughi. Che senso ha ancora oggi l’attività venatoria rivolta all’avifauna mentre tutte le popolazioni di volatili dimostrano un continuo decremento nel pianeta?

Se nel dopo Vaia per due anni abbiamo subito un crollo dei prezzi di vendita del legname dal bosco, si tenga presente che in tutta Europa vi è stata una sequenza impressionante di tempeste da vento e situazioni alluvionali con relative incredibili schiantate. Oggi il mercato segna un deciso recupero, dai 20 euro al metro cubo dell’estate si è passati improvvisamente ad inizio autunno agli 80-85 euro. Ma si richiede legname di qualità. E Vaia ha dimostrato la fragilità del nostro sistema forestale. Prima di soddisfare le richieste di Confindustria, cioè tagliare più bosco, forse è venuto il momento di pensare all’interesse generale, a politiche di lungo periodo e quindi fare l’opposto: conservare e riqualificare l’intero sisma. Con nuove linee guida della selvicoltura in tutto il Nord-Est, anche nel pur efficiente Alto Adige.