Due cose sull’Università
In questo numero in due articoli (pag 7 e pag 16) ci occupiamo dei rapporti della nostra Università con la società. Non stiamo qui a ripetere la serie di interazioni, in massima parte positive, che l’Ateneo induce su Trento e provincia: afflusso di denaro, di giovani, di intelligenze che interagiscono con la realtà locale, ed altro ancora.
Vediamo due punti specifici, che riguardano etica e deontologia, attualmente scherniti come patetici orpelli da molti, che però riteniamo sbaglino di grosso, come dimostra il baratro in cui l’anti-etico per eccellenza, Donald Trump, sta facendo sprofondare il suo paese.
Il primo punto è il rapporto tra l’università e il potere, politico ed economico. Ne avevamo avuta plastica rappresentazione con la sconsolante attribuzione di una laurea honoris causa al ben noto, ora buon’anima, Sergio Marchionne. Non staremo ad analizzare meriti e colpe del manager, i suoi successi finanziari, le sue disinvolte relazioni sindacali (ricordiamo comunque che il suo vice americano è stato incarcerato per corruzione dei vertici delle Unions), gli esiti produttivi. Quello che interessa è il suo rapporto con l’innovazione tecnologica. Cosa ci venne a dire, nella sua lectio magistralis? “L’auto elettrica è una bufala, la guida autonoma pura fantascienza”. Cioè: l’innovazione, cari ricercatori che state a sentire, non serve a niente, noi faremo auto come si è sempre fatto. I risultati (i fatturati di Stellantis) si sono visti.
Ma il punto è un altro: perché l’università deve prostrarsi di fronte a un potente che ha una tale linea di pensiero, antitetica alla sua essenza? La mal posta speranza in qualche finanziamento giustifica tutto, anche la negazione di se stessi?
Più grave ancora il tema delle consulenze. Lo vediamo con i risultati dei verdetti del Dipartimento Ambientale sull’inquinamento da inceneritore: ormai annosi e sempre contraddetti dalla realtà, ma sempre in linea con i desiderata del committente (in questo caso la Giunta Provinciale). “Beh, così fanno tanti assessori – ci diceva Walter Micheli, già vicepresidente della Giunta – per scritto comunicano al consulente l’oggetto della ricerca, e con una telefonata spiegano il risultato cui devono arrivare”. Forse non in termini così brutali, ma la prassi è comunque nota e da tempo è senso comune: delle consulenze dell’Università, di FBK, degli enti finanziati dalla Pat, non c’è da fidarsi.

Il discredito per l’Ateneo è evidente: con quale animo uno studente ascolta un professore disposto a piegare il suo sapere al miglior offerente? Ma anche fuori dalle aule universitarie: si alimenta la convinzione populista che lo studio serve a poco, l’intellettualità è miserabile, il sapere un imbroglio. E così l’università fa del male a se stessa e alla società.
Tutto ciò non è accettabile, e difatti alcuni anni or sono ci fu chi voleva proporre di vietare ai docenti le consulenze della Provincia. Non ne conosciamo gli esiti, né abbiamo soluzioni, però il tema è serio e va vigorosamente affrontato.
Il secondo punto riguarda i rapporti con Israele. Ossia con uno stato tecnologicamente e accademicamente avanzato, con cui le partnership possono essere stimolanti e produttive. Ma produttive per che cosa?
Quando lo Stato in questione ha imboccato la strada dell’oppressione e della disumanità? Tenendo presente – come da documento che presentiamo – che la distinzione tra tecnologie ad uso militare oppure civile, è di lana caprina, il “dual use” in realtà è vastissimo.
E allora sarebbe più limpido parlare di sanzioni non limitate all’ambito militare, ma onnicomprensive: finché Israele (o la Russia) continua a perseguire una politica di espansione, noi tagliamo i rapporti.
Dovrebbe farlo lo Stato italiano. Per ora non lo fa. Dovrebbe farlo la società civile, tra cui, innanzitutto l’Università, che per di più può essere sospinta dagli studenti. Ma al contempo ne riceverebbe, come sempre quando si parla di sanzioni, contraccolpi gravi e sgradevoli, con progetti di ricerca abbandonati e studiosi che devono riposizionarsi.
Non è facile imboccare la strada della trasparenza ed eticità. Ma forse varrebbe la pena dibatterne, se non si vuole lasciare il tema interamente alla politica, poi adeguarsi e lamentarsi.