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QT n. 4, aprile 2025 L’editoriale

La fosca crisi della democrazia

La crisi della democrazia. Fenomeno storico drammatico, ormai evidente, neanche iniziamo a stilare la lista dei paesi in cui il passaggio da democrazia ad autocrazia è già avvenuto oppure è in corso.

A noi però, più che l’allungarsi della lista, preoccupa il dibattito sulla crisi della democrazia. Che ci sembra, per la sua vacua cecità, involontariamente indichi esso stesso le cause del fenomeno.

Cause che per noi sono il deterioramento delle condizioni di vita delle classi popolari. Un arretramento sociale, molto evidente in Italia, certificato da numeri impietosi, sul trentennale calo del potere d’acquisto dei salari e sul progressivo appannamento del welfare, a iniziare dalla sanità. Insomma, un peggioramento nella vita della maggioranza della popolazione. E questo non è avvenuto (tranne che nella parentesi del Covid) per fattori esterni, come guerre o apocalittici disastri naturali, ma in presenza di una costante crescita del PIL, ossia della ricchezza totale a disposizione, evidentemente finita in altre tasche, finanza e ceti abbienti.

Quindi? Quindi i ceti popolari, a ragione si sentono traditi. Hanno diligentemente votato per diversi partiti: è servito a poco. E allora la conclusione è che la democrazia non serve, è una parola vuota. Conclusione banale, semplicistica, rozza? Forse sì; ma quando in trenta e più anni si avvera lo slogan sessantottino “come mai, come mai, sempre in culo agli operai”, non si può chiedere alla gente di credere ancora in un sistema che sta sistematicamente, strutturalmente emarginando le loro vite. Di qui i successi repentini di persone e movimenti magari improbabili, dal bancarottiere pasticcione al comico stralunato, ma che si collocano fuori da un sistema (il mitico mainstream) percepito come truffatore e nemico.

A rendere il quadro ancora più preoccupante è, come dicevamo, il dibattito intellettuale che ne segue. Tutto incentrato su analisi interne al ceto dominante: spostamenti dei partiti, attrattività di questo o quel leader, problema dell’immigrazione (importante ma non basilare), addirittura il rigetto della cultura woke e del politicamente corretto. Ecco che allora la sfiducia si allarga: non è solo il sistema politico ad essere nemico, ma anche quello mediatico, il ceto intellettuale, appunto la cultura mainstream, che diventa la cultura tout court. Chi ha studiato è un parassita che vive agiatamente (la ZTL) alle tue spalle. E allora non si vota, o in un soprassalto ribellistico, si vota per chi rozzamente la spara più grossa e così si dimostra lontano dal mondo di quelli che, con raffinate parole cercano di abbindolarti. A questo punto la democrazia è davvero in pericolo.

Si potrebbe dire che il secolo scorso ha ampiamente mostrato l’approdo di tali dinamiche. Hitler arrivò al potere vincendo le elezioni in una nazione devastata dall’iperinflazione seguita al crollo mondiale delle borse; e poi lasciò la stessa nazione ridotta a un cumulo di macerie fumanti. Analogamente Mussolini.

Il potere non temperato dai limiti che impone la democrazia, ha portato allo sfascio. La politica che si libera dei vincoli imposti dall’umanità, dal rispetto per gli altri a cominciare dai deboli inizia con l’esclusione del diverso, prosegue con le prepotenze verso le nazioni (ritenute) più deboli, finisce nel disastro.

Credevamo di essere immunizzati da queste derive. Ci siamo costruiti un castelletto di “valori dell’Occidente”, libertà, uguaglianza, rispetto, la cui centralità nella vita tra le nazioni era apparsa come indiscutibile dopo la tragedia della seconda guerra mondiale. Orbene, quei valori sono crollati senza che ce ne accorgessimo. Quando una nazione come Israele sistematicamente perseguita un popolo per costringerlo a scomparire e insediarsi al suo posto, e noi ci giriamo dall’altra parte (anzi, bolliamo e perseguitiamo come antisemita chi osa denunciare questo crimine) è evidente che in quei “valori dell’Occidente” non ci si crede più. Ma allora tutto diventa più fosco.

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