È davvero finita la guerra?
Obiettivi dichiarati e obiettivi reali
Questo mese di aprile si sta chiudendo e man mano che dall’inizio della tregua di due settimane faticosamente concordata a Islamabad tra USA e Iran l’8 aprile passano i giorni, e soprattutto dalla sua scadenza il 22 aprile, la situazione si va chiarendo agli occhi degli analisti. Dopo aver tuonato, minacciando distruzioni di ponti centrali elettriche e perfino di una “civiltà intera”, Trump ha fatto marcia indietro prorogando la tregua con la formula “fino a quando l’Iran presenterà una proposta di pace”. Tradotto: proroga sine die, il che significa una svolta a U dopo le minacce suddette che avevano tenuto col fiato sospeso il mondo intero e sollecitato l’intervento accorato di Papa Leone XIV e quello di tutte le cancellerie europee, ben consapevoli del rischio di una catastrofe incombente.
Trump ha poi subito un ko diplomatico quando l’Iran ha rifiutato di riprendere i colloqui a Islamabad adducendo la motivazione del contro-blocco americano sullo Stretto di Hormuz (peraltro già ri-bloccato dagli iraniani due giorni dopo l’apertura seguita all’inizio della tregua). Quel rifiuto ha rivelato al mondo i veri rapporti di forza: l’Iran controllando Hormuz ha il coltello dalla parte del manico e ora non mostra nessuna fretta di trattare; Trump invece ha una fretta dannata… e sta facendo di tutto per coprire la débâcle geopolitica con un qualche espediente che gli permetta di uscire dall’impasse salvando la faccia. Egli deve allontanarsi il prima possibile dalla grana Iran perché il fallimento della guerra per sottomettere il paese degli ayatollah è sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto della sua base elettorale, che ormai lo percepisce anche solo andando a fare benzina.

Dei tre obiettivi della guerra scoppiata il 28 febbraio dichiarati dal presidente americano non uno è stato raggiunto: il regime non è crollato dopo la decapitazione iniziale dei suoi vertici, come sperava Trump (e l’erede dell’ultimo scià di Persia, che contava su una insurrezione di popolo a suo favore); il potenziale nucleare dell’Iran non è stato distrutto, né le scorte di circa 430 kg di uranio consegnate agli Americani; la potenza militare iraniana, che conta sull’arsenale missilistico e di droni (aerei e sottomarini), è ancora efficiente con almeno 2/3 delle riserve tuttora disponibili. L’Iran non ha l’atomica, ma la vera atomica si è rivelato essere il blocco dello Stretto di Hormuz, che ha messo con le spalle al muro l’intero Occidente a guida americana, dall’Europa al Giappone.
Il bilancio per gli strateghi (?) di Washington è pesante: dopo quasi due mesi di stato di guerra, l’Iran:
1. E’ un paese riunito dietro la sua guida suprema, che ha messo da parte le diatribe per salvare l’indipendenza nazionale, così facendo naufragare l’ipotesi caldeggiata dalla diaspora iraniana nel mondo di restaurare la monarchia.
2. Ha conseguito la supremazia militare nel Golfo Persico che gli consente di esigere pedaggi dalle navi che vi passano, e perfino di decidere chi esentare (russi e cinesi) e chi no.
3. Ha elevato i costi dell’aggressione per gli USA e l’intero mondo a un tale livello da scoraggiare – nei suoi auspici – ogni nuova futura aggressione.
Infine l’Iran si ritrova con un vistoso avanzamento di status: da paese assediato da sanzioni ultradecennali e minacce continue di Israele e USA, è diventato una potenza regionale che esercita una forte leva geopolitica ed economica (controllo dei flussi di petrolio a Hormuz) che prima della guerra non aveva.
Gli USA e i Paesi del Golfo
Insomma, per Trump è stata una disfatta geopolitica. E una batosta militare, aspetto poco noto perché sempre minimizzato nei media mainstream. Tutti i paesi piccoli del Golfo (Kuweit, Bahrein, Qatar, Emirati) e grandi (Arabia Saudita) hanno visto semidistrutte dai missili iraniani le basi americane da cui partivano gli attacchi aerei; alcune delle attrezzature più rare e costose come radar e aerei AWACS (aerei-radar volanti), aerei-cisterna (indispensabili per aiutare i bombardieri israeliani a volare fino in Iran) e aerei-spia senza pilota RP-109 tra i più sofisticati al mondo sono andati distrutti, insieme a un numero imprecisato di aerei d’attacco americani e israeliani, sul cui numero vige il segreto militare e una censura (specie in Israele) rigidissima.
L’esito di questo contrattacco iraniano con missili di precisione (guidati da satelliti russi e cinesi) e con droni a lunga gittata è stato devastante anche per le infrastrutture dei paesi arabi del Golfo sopra menzionati, che hanno perso raffinerie, centri di pompaggio e di immagazzinaggio di petrolio e gas; perdendo altresì un’altra fonte di entrate notevolissima, quella del turismo di lusso che ha fatto la fortuna dei più piccoli paesi arabi dell’area.
E qui si situa l’altra e più grande catastrofe geopolitica per gli USA: i paesi arabi del Golfo hanno capito che le basi americane che ospitavano non erano lì per difenderli dal malvagio Iran, bensì erano state pensate come difesa avanzata di Israele. La prova del nove si è avuta quando gli USA, trovandosi a corto di missili intercettori, li hanno ritirati dalla Corea del Sud per piazzarli non nei paesi arabi bersagliati dai missili iraniani, bensì nel territorio israeliano. Questa guerra ha dunque segnato il de profundis per i Patti di Abramo e già si dice che nessuno di questi paesi arabi scalpita per vedere ricostruite quelle basi americane che si sono rivelate la loro condanna.
Ma riprendiamo per un momento il discorso degli obiettivi militari dichiarati degli USA e di Israele. Nessuno dei tre più sopra indicati è stato raggiunto. Ma erano davvero quelli gli obiettivi reali? Inoltre: Israele e Stati Uniti avevano davvero gli stessi obiettivi? Per rispondere occorre aver presente il quadro più generale della rivalità, per ora solo economico-commerciale e finanziario-monetaria, tra gli USA potenza declinante e la Cina potenza crescente. Il governo Trump ha condotto una politica molto razionale dal suo punto di vista, cercando di arginare lo strapotere commerciale cinese e la de-industrializzazione americana con la guerra dei dazi, di cui la Cina però ha risentito solo relativamente applicando le sue contromisure. Con l’aggressione americana di gennaio al Venezuela e il conseguente “furto” del suo petrolio, il governo americano ha fatto un salto di qualità: ha cominciato ad aggredire i paesi petroliferi che erano entrati nel blocco dei BRICS dominato da russi e cinesi. La stessa pretesa americana di impadronirsi della Groenlandia (per le riserve di terre rare oltre alla posizione militarmente strategica) rientra in questo disegno di contenimento della Cina, che negli ultimi decenni, con intelligenti politiche commerciali, ha messo le mani sulle risorse di molti paesi dell’Africa e dell’America Latina. Ecco dunque che l’aggressione americana all’Iran rientra in questo grande obbiettivo di sottrarre alla Cina il controllo delle fonti energetiche, di cui l’Iran è uno dei primi tre o quattro produttori mondiali; con l’aggiunta del valore strategico di un Iran sconfitto e sottomesso, dato che è posto giusto al centro della Belt and Road cinese sulla direttrice Est-Ovest e del corridoio Nord-Sud promosso dai Russi. Insomma, per sottomettere l’Iran, e far saltare i piani di Cina e Russia, gli USA erano disposti al rischio calcolato di una guerra; ma una guerra sai quando la inizi, ma non quando la finisci. E l’Iran disse a Trump all’inizio della guerra: tu l’hai iniziata, ma saremo noi a decidere quando finisce.
Gli USA hanno chiaramente fatto due gravi errori di valutazione: il primo, hanno sottovalutato chiaramente la capacità di resilienza dell’Iran e del suo popolo; pensavano che decapitare il regime avrebbe significato riportare al potere il figlio dello scià a furor di popolo e chiudere la guerra nel giro di una o due settimane (qualcuno parlava addirittura di pochi giorni…). E invece gli USA si ritrovano dopo due mesi impantanati, mazziati e cornuti (dagli europei che si sono tenuti alla larga dal conflitto), con l’intero mondo che impreca contro la stupidità e l’irresponsabilità degli aggressori dell’Iran. Come anticipato, differenti erano gli obiettivi dichiarati di Israele (riportare la democrazia in Iran, de-nuclearizzarlo), anche se l’errore è il medesimo: sottostima della potenza militare iraniana, oltre che della intelligenza strategica dei suoi capi, che da sempre conoscevano il punto debole dell’Occidente (Hormuz) e, questa volta, lo hanno sfruttato a dovere elevando a dismisura il costo sia militare sia economico dell’aggressione.
Israele aveva in realtà un solo grande obiettivo, espresso molto bene dalla retorica di Netanyahu: “schiacciare la testa al serpente”, ossia distruggere l’Iran come stato, visto come il nemico mortale di Israele e l’alimentatore della guerriglia continua dei suoi alleati in Libano e a Gaza; ma, soprattutto, visto come l’unico paese ideologicamente e militarmente attrezzato per mettersi di traverso rispetto al progetto di una Grande Israele - che dovrebbe espandersi, nei deliri della Destra israeliana più razzista, dal Nilo fino all’Eufrate – un progetto che, a spese degli arabi, vuole conquistare manu militari quello “spazio vitale” che le spetterebbe per diritto divino.
Come non pensare (ironia della storia…) anche senza volerlo al Lebensraum, lo “spazio vitale” appunto, a suo tempo teorizzato da Adolf Hitler come un diritto inalienabile della superiore razza ariana? Per fortuna non tutti in Israele la pensano così, anche se gli analisti ritengono che Netanyahu sia riuscito a radunare intorno a questa guerra sciagurata contro sette paesi (Gaza, Libano, Cisgiordania, Siria, Irak, Yemen, Iran) il consenso di almeno il 70% degli israeliani. Ma appunto, non tutti. E dipende soprattutto da questa minoranza critica e consapevole riuscire a organizzare un movimento che fermi la politica del governo della Destra, prima che Israele vada incontro, come sostengono alcuni analisti (Caracciolo in Italia), al proprio suicidio. E comunque prima che Israele possa arrivare a rendersi colpevole di disastri umani e crimini di guerra anche peggiori di quelli compiuti dalla Nakba in poi fino al massacro genocidario di Gaza.
Rimane una domanda, la più inquietante, anche se mentre scriviamo (25 aprile) americani e iraniani sono di nuovo riuniti a Islamabad per un ultimo tentativo di accordo: stante il fallimento degli obiettivi (quelli veri, non quelli dichiarati) di questa guerra d’aggressione iniziata da Usa e Israele, come può essere sicuro questo nostro mondo, attonito di fronte a tanto scempio di vite e di princìpi e alla recessione già in atto, che i signori della guerra si fermeranno davvero?