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Una sfidante prova d'attore per Mario Cagol

"Novecento"

Qualche valigia da teatro, una storia capolavoro che incanta e travolge, un appassionato narratore a far da tramite di quella magia.

Bastano questi pochi ma fondamentali elementi a Mario Cagol, diretto dalla regia di Mirko Corradini, a restituire la poesia di “Novecento” di Alessandro Baricco. La profondità di quella “leggenda del pianista sull’oceano”, per riprendere il titolo del fortunato film che nel 1998 ne trasse Giuseppe Tornatore. Un monologo teatrale che lo scrittore torinese compose per Eugenio Allegri. Una sfidante prova d’attore accettata poi anche da altri interpreti, Corrado D’Elia su tutti. Ed ora appunto da Mario Cagol, che con questa nuova produzione TeatroE (in collaborazione con il Coordinamento Teatrale Trentino) ad ottobre ha iniziato un tour che fino a febbraio lo porterà in giro per il Trentino (con anche uno sconfinamento a Nogara).

L’11 e il 12 il debutto con doppia replica al Teatro di Villazzano, “casa” di TeatroE; il 25 la tappa al Comunale di Pergine, a cui faremo riferimento per questa recensione.

Prima di entrare nella profondità della narrazione, bisogna dire dopo quale percorso Cagol arriva a “Novecento”. L’attore trentino infatti è diventato famoso per le sue interpretazioni comiche. In particolare per lo straordinario successo della vulcanica Nonna Nunzia e per le tante edizioni (l’ultima quest’estate) da autore e avvocato dell’accusa del “Tribunale di penitenza” delle Feste Vigiliane. Ma negli ultimi anni si è mostrato capace anche di calarsi in narrazioni più serie e delicate, con le intense interpretazioni dei monologhi di Pino Loperfido “Ciò che non si può dire: il racconto del Cermis” e “La grande nevicata dell'85”, guidato nell’uno da Mirko Corradini, nell’altro da Andrea Brunello. E adesso per lui è maturo il momento di confrontarsi con – parole sue – “un testo meraviglioso”, “un porto sicuro, leggendo del viaggio di una nave in mare aperto”. Un nuovo capitolo professionale in cerca di nuovi approdi, storie da condividere, emozioni da trasmettere.

Non ha certo bisogno di troppe presentazioni, la storia fuori dal comune, raccontata dal trombettista Tim Tooney, di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento. Che, abbandonato neonato su una nave, il Virginian, su di essa diventa un genio del pianoforte. Mai sceso sulla terraferma, la sua esistenza trascorre interamente sulle acque, in un mondo infinito di note. Una storia che esplora i temi delle scelte di vita e del concetto di infinito. C’è già tutto in “Novecento”: basta lasciarsi guidare – così sembrano trasmettere attore e regista – dal potente mare di parole di Baricco. Da valorizzare sul palco con un’interpretazione coinvolta ma misurata, che sa dare il giusto colore sia ai momenti di sorriso che ai tanti picchi lirici. Cagol regge questo duplice ritmo lungo tutto il racconto.

Da quando il marinaio di colore Danny Boodman ritrova un bambino abbandonato e decide di dargli un nome “importante” e di prendersene cura. Prima che un incidente sul lavoro lo porti a morire. Novecento, rimasto “orfano”, sparisce nel nulla, per ricomparire seduto davanti a quel pianoforte su cui tasti suona una musica straordinaria. La migliore che si sia mai sentita, rimarca il narratore. Così inizia la sua “leggenda”, la vicenda di un ragazzo e poi un uomo capace, attraverso le parole delle persone che salgono su quel transatlantico, di conoscere un mondo che però con i propri occhi non ha mai visto. Già, perché Novecento sceglie di restare per sempre in quel mondo finito, suonando la sua musica: lì solo riesce ad esprimere se stesso. Al riparo – come racconta nella celebre ed emozionante scena in cui prova a scendere dalla nave, rinunciandovi – da un mondo di cui non riesce a scorgere la fine.

Tutto questo è impreziosito dalle musiche (che non possono che essere quelle originali, immortali, di Ennio Morricone) suonate dal vivo dal pianista Michael Strom, che grazie al suggestivo gioco di luci di Leonardo Liberi appare e scompare da dietro un velo nero.

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