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QT n. 13, 26 giugno 1999 Servizi

Kossovo: cosa abbiamo imparato, cosa possiamo fare

“Adesso è possibile vincere la pace” Intervista a Gianni Kessler, membro della missione Osce in Kossovo, sulle prospettive di convivenza pacifica dopo la guerra.

La guerra è ufficialmente finita. E -comprensibilmente - il Kossovo tende a scivolare dai titoloni di apertura alle pagine più interne dei giornali. Eppure due temi sono ancora vistosamente aperti. Il primo è quale pace si sta instaurando in Kossovo, con il chiaro pericolo che si possa passare da una pulizia etnica contro gli albanesi ad una contro i serbi. Il secondo tema - evidentemente correlato al primo - è un bilancio del dibattito sulla guerra, una riconsiderazione delle trascorse polemiche alla luce dell’esito dell’intervento militare. E il fatto che tale esito - per quanto detto prima - non sia ancora pienamente definito nelle sue conseguenze - non può esimere da un primo bilancio.

Di questi temi parliamo con Giovanni Kessler, magistrato e Pubblico Ministero a Trento e Bolzano, e in questi mesi membro della missione Osce (Organizzazione Sicurezza e Collaborazione in Europa), l’istituzione intergovernativa internazionale (nata dalla carta di Helsinski, ne fanno parte tuttti gli stati europei più Usa e Canada) che di fatto si è specializzata nella prevenzione dei conflitti, tutela dei diritti umani, preparazione di elezioni democratiche nelle aree più tormentate dell’Europa.

Kessler, già presente in Kossovo come verificatore Osce prima dell’inizio dei bombardamenti, si appresta a far parte della prossima missione. Quali ne saranno i compiti, quali le prospettive?

"La società civile, le istituzioni, e ovviamente l’economia, devono essere ricostituiti. In un quadro incerto, perchè non ci sono accordi definiti con la Jugoslavia su come deve essere gestita una parte di quello che è pur sempre una parte del suo territorio. Il tutto dovrà essere in capo al Commissario speciale dell’Onu, che avrà appunto responsabilità su quattro settori importantissimi: rientro dei profughi, governo (amministrazione civile, polizia e giustizia), democratizzazione ( con l’indizione di elezioni) e ricostruzione economica. Come si può capire un compito delicato, cruciale per quella regione: è per questa carica che è in corsa anche Emma Bonino".

E quale sarà il suo specifico campo di attività, dottor Kessler?

"La pianificazione e gestione di un sistema giudiziario nel Kossovo in via di ricostruzione.

Il problema della giustizia è oggi centralissimo, lacerante...

"Per il passato, per i più gravi crimini di guerra, ci sarà la competenza del tribunale internazionale dell’Aja. Ci sono poi i problemi dell’oggi: perché il Kossovo è parte dello Stato yugoslavo, da cui però la polizia si è ritirata, e tali funzioni vengono svolte dalle Forze di intervento, la Kfor. Ma chi giudica? La magistratura serba? Non è realistico".

E allora?

"E’ questo il nostro compito: ricostituire le istituzioni, in un quadro di convivenza tra le due etnie. Ci sono già piani per reclutare giudici kossovari".

Però attualmente il problema è la stessa permanenza dei serbi, minacciati dall’Uck. Ora, un livello di conflittualità dopo una guerra civile è inevitabile (basti ricordare i sanguinosi regolamenti di conti in Italia nel ’45, al momento della liberazione); ma quando una parte della popolazione fugge, siamo in un’altra dimensione...

"Indubbiamente i serbi sono sottoposti a vendette da parte degli albanesi, di cui l’elemento più pericoloso da questo punto di vista è l’Uck, in quanto braccio armato. E’ stato ora stipulato un accordo per il suo disarmo, e la Kfor ha il compito di eseguirlo. Non sarà una cosa semplice, perché l’Uck è un’organizzazione molto ramificata e alcune sue frange possono non rispondere agli accordi centrali".

Però, se scappano i serbi, è una sconfitta verticale. Si finirebbe con l’essere intervenuti solo per cambiare l’etnia perseguitata.

"Certamente.

Evitare questo esito, vincere la pace, è il compito della comunità internazionale".

Non le sembra che attualmente, nelle dichiarazioni dei leader, nell’attenzione dei media questo problema venga posto in secondo piano?

"A me invece pare che all’interno della comunità internazionale sia un problema molto sentito".

Non c’è il timore che un rifiuto dell’Uck di consegnare le armi possa innescare un secondo Vietnam?

"No. L’Uck, sia militarmente che politicamente può essere tenuto sotto controllo, soprattutto se si fanno partire delle istituzioni che garantiscano livelli di sicurezza e diritti civili. A quel punto un’organizzazione armata albanese diventa superflua. Certo, la presenza di una forza armata internazionale è indispensabile: in questo momento è la Kfor a svolgere la funzione di polizia locale".

Aquesto punto possiamo allargare il discorso. Se il vostro compito riesce, non sarebbero da riconsiderare tutte le polemiche sull’intervento?

"Direi che se non riuscissimo, avremmo perso. Se ci si riuscisse (e ci si riesce solo con la componente civile a fianco di quella militare), sarà un indubbio successo; ma non è detto che non si potesse ottenere lo stesso risultato anche senza i bombardamenti".

Vediamo dopo questo secondo aspetto. Vorrei qui discutere un punto: un esito positivo della missione, non comporterebbe anche una trasformazione dell’idea di esercito? Da macchina per uccidere a strumento che interviene con finalità umanitarie, e quindi con attenzione alla popolazione civile, che rispetta e con cui sa tessere rapporti...

"L’esercito, in sé, non è uno strumento né buono né cattivo; sbagliata è la presunzione di poter risolvere i problemi solo con la forza. Un uso adeguato della forza, a fianco della diplomazia, dell’intervento civile, può essere indispensabile e quindi positivo. Se riusciamo a creare in Kossovo una società dove tutti si riconoscano, sarebbe un immenso successo per la comunità internazionale; il che non vuol dire che l’unico mezzo fossero le bombe, anche se lo strumento militare non è da escludere: senza deterrenza non ti ascolta nessuno".

Ma l’intervento non era una via obbligata dopo Rambouillet?

"A mio giudizio, a Rambouillet c’erano ancora degli spazi, che si sarebbero potuti verificare. Allora furono due i punti su cui si ruppe: la contrarietà dei serbi all’ingresso di una forza specificamente Nato, mentre non erano contrari a una presenza militare internazionale; e l’ambiguità sull’indipendenza, con il famoso referendum dopo tre anni. Su questi due aspetti si poteva ancora discutere: anche perché adesso la forza militare non è solo Nato, ci sono i russi; e si parla di autonomia, non di indipendenza".

Intende dire che i bombardamenti si potevano evitare?

"Prima di passare all’intervento si potevano (e secondo me si dovevano) chiarire meglio se su quei punti era possibile un accordo. L’opzione militare non si deve respingere a priori, ma va usata quando davvero ogni altro strumento è risultato vano. Dobbiamo infatti tenere conto dell’altissimo costo delle bombe, non solo in ternini di morti, ma di rottura della convivenza: i serbi ne hanno imputato agli albanesi la responsabilità, e di qui il noto seguito di atrocità, esodo forzato ecc..."

Però la pulizia etnica non era una novità per Milosevic. E nella decisione pro intervento, non pensa abbia pesato molto l’esperienza della Bosnia? Quando fidandosi di continue mezze aperture di Milosevic si sono permesse tutta una serie di orrori?

"Certamente la Bosnia ha pesato, sia in termini di opinione pubblica, sia perché la comunità internazionale allora agì drammaticamente tardi e male. E quindi si è passati da un ritardo nella reazionein Bosnia, a un intervento forse precipitoso in Kossovo. Questo mi senbra il punto vero; io non sono fra quelli che pensa che l’intervento sia dovuto a chissà quali reconditi interessi o machiavellici disegni americani. E’ come quando la polizia interviene su un rapinatore e provoca la morte degli ostaggi: si può giustamente criticare quel tipo di intervento, ma non è giusto porre in discussione la necessità dell’uso della forza contro la malavita, né pensare a priori che la polizia debba sempre avere secondi fini.

Comunque emerge anche un’altra necessità: un intervento che si vuole umanitario, di pacificazione, abbisogna anche di personale civile, di esperti in comunicazione, in diritto, in riorganizzazione delle strutture sociali".