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Referendum tra fondovalle e montagna

Le lezioni del voto referendario. E qualche curiosità.

Il referendum costituzionale è stato vinto dal No in maniera inaspettata e travolgente. Un risultato in termini di partecipazione al voto e di percentuale dei No che non lascia margini interpretativi, come di solito accade in molte elezioni. Lasciando all’editoriale a pag. 5 il commento sul significato dei risultati nazionali, qui ci concentriamo sul voto in Trentino, su cui a nostro parere occorre riflettere con molta attenzione.

I dati. In generale in Trentino la vittoria del No è netta. Un buon 57,4% di No (comunque inferiore alla media nazionale), a fronte delle province limitrofe, dove di gran lunga prevaleva il Sì: nella provincia di Verona il Sì si attesta al 61,5%; nella provincia di Vicenza al 59, 4%, in quella di Belluno al 53%; infine in quella di Brescia il Sì ha ottenuto il 58,5%. Certo, noi non riusciamo a raggiungere il plebiscitario voto dell’Alto Adige (un fatto che non meraviglia più di tanto, anche perché ormai siamo abituati a considerare le due province come due universi sostanzialmente diversi), ma rispetto alla mezza sconfitta per il centrosinistra alle politiche, gli esponenti locali dell’Unione possono tirare un sospiro di sollievo.

Questo mese di giugno si chiude positivamente per il presidente Dellai, che dopo un periodo a dir poco tormentato potrà godersi l’estate. O così almeno è stata interpretata la vittoria dai maggiorenti del centro sinistratrentino, che in coro hanno salutato l’affermazione dei No come una boccata d’ossigeno.

Ma è proprio così?

Dai complessivi dati referendari emerge chiaramente che perdura la specificità trentina, anche se in misura minore rispetto a qualche anno fa, rispetto al modello lombardo-veneto e anche rispetto ad alcune valli alpine, come la Valtellina, la Valcamonica, la val d’Ossola o le valli delle Dolomiti venete e friulane, dove la Lega è ancora molto forte.

Referendum: dove ha vinto (e perso) il NO

Ma non bisogna essere tratti in inganno. Le città del Trentino hanno risposto con un No inequivocabile: da Trento a Rovereto, da Riva a Pergine, ovunque quasi il 60% dei votanti ha bocciato la riforma; ma le valli (vedi la cartina) si sono comportate diversamente, a macchia di leopardo, con alcune zone in cui però il Sì vince in misura notevole. Si conferma il dato delle politiche: le valli di Cembra, Fiemme (Sì 55,9%) e Fassa (Sì 64,4%) stanno nettamente con la destra, che prevale, sia purein misura minore, anche in Val di Sole (Sì 50,7). In Val di Non, Bassa Valsugana e nelle Giudicarie (che noi abbiamo separato dalla Rendena) il No passa per poco (rispettivamente col 52,7%, 52,6%, 55.4%): un dato, questo, su cui riflettere. Infatti se al dato complessivo scorporiamo i voti delle zone più densamente popolate (i comprensori della Valle dell’Adige, della Vallagarina, dell’alta Valsugana e dell’Alto Garda e Ledro, dove ci sono le nostre "città") emerge che nelle valli periferiche i Sì e i No praticamente si equivalgono (49,8% di Sì). E se si scorporasse da questo dato la Val di Cembra, i Sì sarebbero in vantaggio. Sono numeri che indicano come la forbice tra fondovalle inteso in senso lato e zone di montagna sia radicata profondamente. Se infatti il voto alle politiche è stato condizionato da molti fattori (campagna mediatica di Berlusconi, promesse di meno tasse, generale e generica avversione ai "comunisti", aspetti che hanno fatto breccia nelle valli), la battaglia referendaria è stata profondamente ideologica. Non c’erano insomma facili speranze di "meno tasse per tutti". No, la minoranza che ha votato per la riforma è lo zoccolo duro berlusconiano-leghista che resiste nel tempo.

Uno sguardo più dettagliato. Guardando da più vicino la situazione delle valli "periferiche", si scoprono dati davvero istruttivi. La Val Rendena, patria dell’ex onorevole diessino Olivieri, pugnace sostenitore della pioggia di soldi pubblici caduti sugli impiantisti locali, si schiera compattamente in favore della riforma: 59.8% per il Sì. Scendendo il corso del Sarca, giungiamo alla patria della vice-presidente Cogo, Tione, dove sorprendentemente il Sì arriva al 53,3%. Negli altri comuni della valle invece c’è una buona prevalenza dei No.

Anche la Val di Non presenta aspetti interessanti che cominciano a farci intuire meglio il quadro generale. Indovinate dove vincono i Sì: ovviamente sull’altopiano della Paganella, dove forte è la densità degli impianti sciistici e dei relativi contributi provinciali (Andalo 63,7% di Sì, Molveno 64,6%). In altre località turistiche dell’alta Val di Non, come Ronzone, Malosco, Cavareno e Fondo prevalgono di misura i Sì, come del resto a Cles (53,3%.

Inutile esaminare il consenso per la riforma in Val di Fassa, con punte che si aggirano attorno ai due terzi, come a Canazei (66,0 % di Sì). Che le piste ricoperte di neve e di soldi pubblici portino bene a Berlusconi? Anche il porfido comunque si addice al centrodestra: guardando ai comuni della Valle di Cembra, ad Albiano (feudo del consigliere provinciale della Margherita Odorizzi) il Sì ha prevalso con il 62,5%, a Cembra con il 63,1% a Faver con il 54,2%.

I commenti. Come valutano i politici dell’Unione questi dati? Dalla Margherita sembrano sorvolare godendosi la netta affermazione complessiva; il segretario dei DS Andreolli, pur evidenziando il problema delle valli, coglie l’occasione per dire che la quasi brutta figura delle politiche non era dipesa dalle candidature sbagliate o imposte, ma da qualcosa di più profondo; Gianni Kessler, subito rintuzzato dal margheritino Lunelli, se la prende con la totale assenza di iniziative dei partiti in molte valli.

Forse nessuno centra il problema. Il gap politico, culturale e sociale tra il "fondovalle" e la "montagna" è ormai certificato e sanzionato ora anche dal voto. Alla base di tutto ci sta la precarietà di un modello di sviluppo economico basato sulla quantità, sul turismo di massa, sullo sfruttamento intensivo della montagna, sulla pubblica sovvenzione, sul lavoro in nero degli immigrati. Le valli del turismo (e del porfido) hanno fatto tanti soldi in poco tempo; si è sradicata una secolare cultura della solidarietà (vedi anche le preoccupazioni del mondo cooperativo, Coop: impresa e solidarietà. A che punto siamo?) a favore dell’individualismo. Ma è un individualismo dal fiato corto, che oggi ha paura e non si sente attrezzato nei confronti della globalizzazione. E si vede più rappresentato da Bossi che sbraita contro la Cina, o Berlusconi contro le tasse, che non da Prodi che predica rigore e lotta all’evasione fiscale.

In tale quadro Dellai dovrebbe ripensare molte cose: con il Festival dell’Economia ha convinto le città; con il via libera agli impiantisti non ha convinto le valli.