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Burocrazie e clientele: ecco il problema

Dell’intervento di Renato Ballardini sullo stato della sinistra nel Trentino comparso nel numero scorso di QT (Così non si aiuta la sinistra), mi ha colpito il tono tutto "interno" agli equilibri partitocratici. D’accordo che l’occasione della discussione sono state le polemiche nate intorno al congresso dei DS, ma ciononostante proprio la radice del ragionamento di Ballardini mi è sembrata limitativa, troppo interna ad un hortus conclusus ove rischiano di perdersi le connessioni con le più vaste tensioni di un’epoca che per il Trentino è di transizione da una fase di autonomia burocratica "foraggiata da Roma" ad un futuro ancora incerto, ma sicuramente meno rigonfio di scontate gratificazioni per tutti. Un esempio, l’ormai famoso tema della mediazione dei 2/3 sul piano strade, tirato in ballo dal vicepresidente della giunta provinciale Pinter e ripreso da Ballardini nel suo intervento, che la giudica "una buona mediazione nelle condizioni date", che sono quelle, citate precedentemente, dei rapporti di forza elettorali fra DS e Margherita. L’unica soluzione indicata da Ballardini sembrerebbe quella di aspettare di passare dal 17 al 30%. Risultato da raggiungersi - sembrerebbe di capire - impostando diversi rapporti fra le componenti dell’area della sinistra (in realtà già presenti in quel 17% o comunque presenti come alleati in giunta provinciale). Ragion per cui se il congresso "è concentrato solo su questo problema", darebbe segno di "grande maturità". Ma c’è un altro punto di vista con cui si può guardare a queste cose, quello che risulta naturale ad un semplice elettore della sinistra come sono io. Quei signori che siedono in giunta a "spartirsi" i miliardi del bilancio provinciale secondo il manuale Cencelli delle percentuali elettorali sono, oltre che uomini di partito che tirano acqua al proprio mulino, anche - soprattutto direi io, nella mia ingenuità - amministratori scelti dalla comunità trentina per governare al meglio le nostre calanti risorse. Quindi il problema del numero di strade è un problema specifico, concreto, da risolvere secondo logiche di buona amministrazione ed efficienza dei risultati. Il problema è insomma, secondo come lo vedo io, se per esempio l’alto numero previsto di strade asfaltate lascerà risorse disponibili anche per qualche autostrada informatica, ed è su questo che la giunta verrà chiamata a rispondere nel suo insieme, in blocco, agli occhi dell’opinione pubblica. E’ come se Ballardini pensasse di aver dietro le spalle ancora degli spalti di arena calcistica, divisi fra curva nord della Margherita e curva sud dei DS indipendentemente da quanto essi fanno concretamente, per sole ragioni di colore calcistico. Insomma - voglio dire - secondo criteri di appartenenza ideologica. Mentre invece io penso che il consenso che è arrivato a queste forze politiche sia di natura più sottilmente programmatica, e sul rapporto fra programma annunciato e capacità di realizzarlo nei fatti ne verrà giudicata l’utilità relativa. Anche se naturalmente confusamente programmatica. Non voglio dire che gli elettori dei DS abbiano tutti letto il loro programma e convinti dai punti e dalle virgole lo abbiano ratificato con il voto. Però credo che abbiano votato a sinistra quanti si aspettavano un potenziamento - anche dall’area di governo - di quello che è stato il ruolo storico degli ultimi decenni della sinistra trentina: quello di contrastare il clientelismo come sistema di governo del periodo del potere democristiano.Il potere democristiano si è a livello politico disgregato in seguito all’effetto, registrato anche nella nostra provincia, di straordinari movimenti tellurici planetari o nazionali come la fine della guerra fredda, gli scandali di Tangentopoli, ed i problemi finanziari innescati dall’unificazione europea (e personalmente credo che siano state queste occasioni esterne a portare anche ai DS quelle nuove posizioni di potere che a Ballardini sembrano "miracolose"). Ma è rimasta graniticamente in piedi quella che era a livello burocratico la base materiale di questo strapotere: l’enorme potenziale clientelare dell’apparato provinciale, il più grosso datore di lavoro del Trentino, il principale centro di direzionamento di flussi finanziari, ed il maggior dispensatore, alla comunità locale, di servizi che possono facilmente tradursi in favori. Un apparato costruito nell’epoca d’oro con la duplice, reciproca ed inscindibilmente intrecciata funzione di gestire il ricco bilancio e di costruirci attorno una straordinaria macchina di consenso. Personale dirigente, modelli organizzativi e programmi sono stati per decenni sapientemente filtrati alla luce di questo duplice inscindibile scopo, e costituiscono ora, allentata in parte la presa di un ceto politico molto indebolito, uno straordinario centro di potere con proprie fortissime dinamiche di resistenza passiva burocratica ai cambiamenti che la nuova situazione politica e finanziaria nazionale volenti o nolenti impone (naturalmente, per fortuna, non mancano neanche brillanti eccezioni, a dimostrazione che anche programmi di riforma non mancherebbero di propri supporter interni, per quanto minoritari). Nella passata legislatura ho visto la sinistra intelligentemente all’attacco su questi problemi nel periodo della giunta "riformista", con, per esempio, le proposte di riforma di Bondi e della Chiodi. Naturalmente appena i nostri hanno dato l’impressione di avere intenzione di andare a toccare dei nodi reali di questa organizzazione del potere provinciale è caduta la giunta "riformista". Sì, però i portabandiera politici della continuità, i centristi di Valduga ed il PATT, hanno poi anche perso le elezioni, ed il PATT, da astro centrale portante della politica trentina che voleva essere, si è venuto niente meno che a disintegrare. Quindi la logica ferrea dei citati moti tellurici scompagina anche la politica del nostro "piccolo mondo antico" trentino. Quanto può durare, legislatura più legislatura meno, una autonomia burocratica trentina dorata, mentre il resto del paese, dell’Europa (e, perché no, del mondo) tira la cinghia? Quanto possono sopravvivere al taglio dei fondi dell’autonomia questo clientelismo e l’inefficienza inevitabilmente conseguente? Di queste cose vorrei sentir discutere di più la sinistra trentina. Siamo sicuri che i prossimi moti tellurici (che non sono altro - come Ballardini sa benissimo - che gli effetti della globalizzazione, della caduta progressiva di ogni steccato protettivo, insomma dei continui sconvolgimenti di una postmodernità sempre meno eurocentrica) non avranno effetti più consistenti dei rapporti diplomatici interni della sinistra? Chi e come governerà la prossima fase non-aurea della vita trentina? Chi sarà alla testa della prossima variante locale del liberismo, dell’efficientismo, della concorrenza fra aree territoriali? C’è modo e modo di adattarsi localmente ai moti tellurici, ed è quello che fa la differenza.