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La cultura molla dell’economia: funziona?

Siamo nell’economia della conoscenza, in cui la risorsa fondamentale sono i cervelli; bisogna crearli, non farli fuggire, attrarne altri. Come l’Italia - e ancor più il Trentino - (non) sono attrezzati per questo, cosa si può e deve fare. Un importante e bel convegno a Rovereto, sulle scelte di fondo, al di là delle scaramucce politiche.

La cultura è un fattore dello sviluppo economico. Anzi, è un fattore sempre più decisivo. Belle parole, di moda. Ma sono convincenti? Ci si crede davvero?

Interrogativo tutt’altro che peregrino, quando il governo di centro-destra fa calare sulla cultura la mannaia; e la Giunta trentina, di sinistra, è più morbida, ma per la par condicio taglia anch’essa il bilancio alla cultura. Perché aveva un bel dire Majakowskj "Il pane, d’accordo; ma le rose?" ed erano i tempi durissimi della rivoluzione russa; però sempre, allora e ancora oggi, se c’è da stringere, sembra si debba farlo sui consumi culturali, considerati voluttuari. E poi, sinceramente, quanti sono convinti che sia un investimento finanziare una ricerca sugli atti notarili del ‘600, o uno spettacolo di Lella Costa, o il restauro di un capitello, o la banda del paese?

Il fatto è che le analisi socio-economiche rivelano come la cultura sia non solo un fattore dello sviluppo economico, ma stia diventando un fattore decisivo. Per una serie di dinamiche, alcune ovvie, altre meno.

Le cose ovvie (ma non sempre adeguatamente valutate): la cultura/spettacolo come business in sé, dall’industria cinematografica a quella dei videogiochi (che ha ormai superato la prima), al mercato dell’arte, un settore in tutto il mondo in enorme crescita, con continua espansione all’interno dei bilanci familiari; e la cultura connessa al turismo, anch’essa in continua crescita (in Italia all’interno del settore turistico è proprio quello culturale l’unico a godere di buona, anzi ottima salute). E non c’è da meravigliarsi: è una logica conseguenza dell’espansione a livello planetario del tempo libero da una parte, e dei livelli di istruzione dall’altra.

Poi ci sono gli aspetti meno ovvi. Ossia la cultura che genera identità, coesione sociale, ma anche creatività sul lavoro; e crea un habitat ideale per attirare i migliori cervelli, oggi la vera molla dello sviluppo.

E’ per dibattere questi temi - a un livello scientifico (se possibile) – che si è tenuto a Rovereto, all’auditorium del Mart, il convegno su "Creatività e cultura per uno sviluppo locale innovativo". Organizzato dalla Provincia di Trento, dall’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e Sviluppo Economico, istituzione mondiale – gli Usa sono i principali finanziatori – preposta a fornire studi socio-economici ai governi) e da Federculture, federazione tra enti pubblici e privati (la Scala, il Festival di Spoleto, Comuni, Musei ecc.), preposta allo studio del settore cultura.

L'auditorium del Mart, sede del convegno.

Si diceva del livello scientifico del convegno, che doveva venire assicurato da una serie di studi, presentati al pubblico proprio nella giornata al Mart. Innanzitutto una ricerca dell’Ocse (la cui filiale europea ha sede a Trento) incentrata proprio su "Cultura e sviluppo locale" (locale perché si ragiona in termini di territori invece che di stati nazionali, come è noto il Nord-Est può svilupparsi in maniera indipendente dalla Calabria).

Poi una ricerca su "L’Italia nell’era creativa" del team di Richard Florida - l’autore del celebre best seller "L’ascesa della classe creativa" - che ha svolto un approfondimento prima sull’Europa, e poi uno specifico sull’Italia su finanziamento di una serie di enti italiani, tra cui ancora la Provincia (e di qui la presentazione a Rovereto). Infine lo studio su "Contesto trentino e intervento pubblico nel settore culturale" dello Studio Pizzini, base della – contestata – riforma Cogo della Cultura.

Come si vede, tanta carne al fuoco: ed evidentemente di qualità, o per lo meno di richiamo, se al convegno hanno partecipato, inaspettatamente, 300 persone, delle quali la metà – studiosi, dottorandi, amministratori, operatori culturali – da fuori provincia.

Con queste premesse il convegno si proponeva di approfondire il nesso tra cultura e sviluppo, con due finalità: far passare il messaggio presso la politica e l’imprenditoria, notoriamente restie ad investirvi, al di là delle parole di rito; e analizzare quali politiche culturali sono più adatte a innescare le ricadute in campo economico.

Diciamo subito che il secondo tema (è più produttivo un museo strutturato come il Mart o uno più sbarazzino come la Galleria Civica di Trento? I restauri o gli spettacoli? La Haydn o i musical?) è rimasto largamente in ombra. Ricordiamo solo il dibattito sui restauri: non basta spendere soldi nel recuperare i muri, bisogna anche investire in ricerche, manifestazioni, eventi che facciano capire il significato storico, il senso degli edifici restaurati, facendoli così rivivere nell’immaginario dei cittadini; insomma è meglio restaurarne meno, ma far capire di più.

In realtà, dicevamo, il tema "quale cultura" è stato sovrastato da quello antecedente: "la cultura è un fattore dello sviluppo". Concentriamoci quindi anche noi su questo.

E lo illustriamo seguendo i ragionamenti della star (mediatica ed editoriale, prima ancora che accademica) dell’argomento, il professor Richard Florida, presente a Rovereto in videoconferenza assieme alla collaboratrice Irene Tinagli, a capo del team che ha studiato l’Europa e approfondito alcune realtà specifiche, tra le quali l’Italia.

Irene Tinagli e Richard Florida in videoconferenza al convegno di Rovereto. Di spalle il prof. Carlo Borzaga, preside di Economia all’Università di Trento.

[/a]Diciamo subito che vedere sul maxischermo i due, costituiva un piccolo shock: Florida, un quarantenne, Tinagli una ragazzina, trent’anni al massimo, di fronte ad interlocutori in sala, che se non avevano più di cinquant’anni non erano nessuno. "In Italia il maggior problema è la scarsissima flessibilità delle istituzioni: un giovane di talento è chiuso, non ha chance – diceva Florida. E Tinagli infieriva: "Ma guardate il settore della moda: Armani e soci, quanti anni hanno? L’ultima firma che si è affermata è stata Dolce e Gabbana, ma era l’87, venti anni fa! Per forza i giovani vanno a lavorare per case straniere".

Tutto il lavoro di Florida si basa su un assunto: siamo nell’economia della conoscenza, in cui la risorsa fondamentale sono i cervelli, i talenti. E’ il capitale umano la vera forza in gioco, per i territori la vera scommessa consiste nella capacità di sviluppare un "habitat creativo, capace di favorire il dispiegamento e lo sviluppo della creatività delle persone".

Perché poi, attenzione, i cervelli bisogna non solo crearli e allevarli, ma anche tenerli. Perché se non trovano un ambiente adatto, se ne vanno; e un territorio sarà tanto più sviluppato, quanto più sarà in grado di attrarre nuovi talenti, non di perdere i propri.

E come fa un territorio ad essere attrattivo?

Deve sviluppare le 3T, è la risposta di Florida, che ha sintetizzato i suoi studi con una formula ad effetto, tanto furba quanto fortunata: Tecnologia, Talenti, Tolleranza. Bisogna quindi far leva non solo sulla tecnologia e cervelli (e fin qui è aria fritta, si tratta poi di vedere le condizioni nel dettaglio), ma anche sulla tolleranza, creando un ambiente in cui ci sia fiducia, simpatia per lo straniero, il diverso, una cultura diffusa in cui il nuovo sia benvenuto. Di qui l’indicatore più provocatorio: i territori a più alto sviluppo creativo sono quelli più tolleranti con i gay; non tanto perché ricercatori e creativi siano necessariamente omosessuali, ma perché si trovano a loro agio in un clima culturale di apertura.

Secondo questa griglia interpretativa, un gruppo di lavoro guidato dalla Tinagli ha studiato l’Italia e le sue 103 province. Partendo da una domanda: come mai l’Italia sta perdendo posizioni in tutte le classifiche sulla competitività? Proprio l’Italia, un paese che "in tutto il mondo ha proiettato un’immagine di grande estro e creatività"? "Questa giacca è italiana, questo portafoglio è italiano" – diceva Florida in videoconferenza, e poi, togliendosi una scarpa e appoggiandola sulla scrivania: "Anche questa è italiana".

E’ da una cultura secolare, dall’essere immersi in città artistiche dove il bello viene respirato da bambini, che è cresciuta la leadership italiana nel design: è questo che ancora una volta sottolinea la centralità della cultura; e al contempo pone il nuovo quesito: come mai non basta più?

La ricerca parte da un’analisi della cosiddetta Classe Creativa (imprenditori, manager, mondo intellettuale, scientifico, dell’arte e dello spettacolo) che è aumentata in maniera molto consistente: se nel 1991 era di 1.900.000 unità, pari al 9% della forza lavoro, dieci anni dopo è balzata a 4.300.00 e ad una percentuale del 21%: "Il passaggio da un’economia guidata sempre più dalla conoscenza e dalla creatività, sta dunque avvenendo anche in Italia".

Il punto è che anche gli altri non sono rimasti fermi: e - vedi tabella - hanno percentuali molto più significative. Quelle che lo studio mette in luce sono magagne ben note (pochi laureati e scarsa propensione agli investimenti in ricerca) e altre finora non considerate (scarsa internazionalizzazione delle nostre università e insufficiente propensione a attirare talenti stranieri: a differenza del sentire comune, la ricerca considera lo straniero, soprattutto se dotato di capacità e istruzione, una fenomenale risorsa). Tutto questo poi viene aggravato dall’ingessatura delle strutture, dalla chiusura ai giovani, su cui il duo Florida Tinagli ha ironizzato in diretta.

Nonostante questo, le aree metropolitane – Roma e Milano in testa – non se la cavano male, possono essere sufficientemente competitive. E anche alcune zone come Bologna, Trieste, Firenze, Parma, dove poi può essere premiante una più elevata qualità della vita. Ma nel resto sono dolori, soprattutto al sud.

E Trento? Trento che dice di puntare su ricerca e istruzione, con i suoi politici che ad ogni piè sospinto parlano di Università, Itc-Irst, San Michele e magari adesso di Microsoft?

Trento è messa male: nell’Indice di Creatività (somma delle 3T) è al 39° posto. All’interno di un’Italia che perde posizioni, noi arranchiamo.

Ma come? Con tutti i soldi che spendiamo, con l’Università ritenuta un gioiellino, con la qualità della vita riconosciuta, con Bill Gates nostro partner?

A questo punto a qualcuno di sicuro viene voglia di mandare il professor Florida e la signorina Tinagli a quel paese. E magari anche la parallela ricerca dell’Ocse; e Federculture; e lo studio Pizzini.

In realtà invece questi dati ci danno degli spunti che possono essere preziosi. Le 3T appunto. Dove Trento si situa, nella malmessa Italia, al 27° posto come Talento, al 65° come Tecnologia, al 35° come Tolleranza. E così vediamo che se siamo ad un lusinghiero quinto posto come percentuale di ricercatori sulla forza lavoro totale (per la presenza dell’Università e dei centri di ricerca); però le imprese (dati dello studio Pizzini) investono molto meno del pubblico in ricerca (al contrario di quanto succede nel resto d’Italia); se la nostra università è lodata, e i nostri studenti fanno significative esperienze di studio all’estero, però non abbiamo praticamente studenti stranieri (siamo fuori dalle prime trenta università italiane, che a loro volta sono posizionate maluccio a livello internazionale); se abbiamo un discreto, e consolante, tredicesimo posto come presenza di attività economiche High Tech, poi però il nostro "voto" in Tecnologia è pesantemente penalizzato dalle carenze di connettività: siamo settantasettesimi (e qui ci sono le difficoltà orografiche, ma anche gravi carenze nelle scelte politiche, per cui, come abbiamo già denunciato si è preferito – e solo da poco si è deciso di rimediare, vedi Evviva, la “banda larga” arriva - spendere miliardi in strade, invece dei milioni nella banda larga. E su questo aspetto c’è stata un duro giudizio della Tinagli, inconsapevole del contesto e proprio per questo ancor più illuminante: "Pensate – ha detto con scherno – che in Italia c’è ancora chi pensa che per fare sviluppo bisogna fare strade!").

E infine sulla Tolleranza. A parte l’insufficiente integrazione degli immigrati (cui forse si sta ponendo rimedio, ma fra troppe resistenze), è la cultura generale che sconta ancora limiti di provincialismo.

A Trento città, ogni sera, grazie anche alla presenza universitaria, c’è un florilegio di appuntamenti, a guardare le pagine di cultura e spettacoli dei quotidiani ci si perde. Eppure i giovani, tutti, in coro dicono che "a Trento non c’è niente... è una città morta" (La città e gli studenti).

E’ il clima complessivo che è ancora insoddisfacente, è l’insofferenza verso il giovane che fa protestare per tante iniziative, è la grettezza che fa votare il Consiglio Comunale ordinanze contro gli artisti di strada, che allietano gratis la vita, eppure chissà perché disturbano, anche se suonano un violino alle quattro di pomeriggio. In questo clima, si pensa che il giovane di talento non preferisca andare a Parigi o a San Francisco o nella pur fredda Glasgow?

Il convegno di Rovereto ha quindi fornito tanti spunti (anche critici: una sezione della ricerca Tinagli è dedicata alla precarietà del lavoro connesso all’economia creativa – in proposito vedi puntuale l’esperienza trentina al Mart, come spiegato in questo stesso numero, vedi Officine del sapere o cattedrali del lavoro precario? – e della necessità di mettere in campo politiche che equilibrino questi effetti altrimenti pesantemente negativi).

Tanti spunti, dicevamo, grande soddisfazione tra gli addetti ai lavori, che sono andati via da Rovereto motivati a riportarne i contenuti in varie istituzioni. E si è ipotizzato di istituire un appuntamento costante, a cadenza annuale o biennale, sempre a Rovereto.

Però, rimanendo al Trentino, la soluzione dei nostri problemi non può essere una serie di convegni che parlino dei problemi. Se si intende perseguire un modello economico come quello delineato al Mart, bisogna rimboccarsi le maniche.

In proposito spiace registrare l’atteggiamento del presidente Dellai, che la sera precedente ha disertato la cena offerta ai convegnisti. Neppure il giorno del convegno si è fatto vedere, rinunciando al previsto intervento d’apertura; ed era a trenta metri, in un’altra sala del Mart a un incontro con la Giunta comunale di Rovereto.

Che dire? Forse voleva derubricare il convegno a tentativo dell’assessore alla Cultura di avere un po’ più soldi. Forse voleva essere uno schiaffo a Margherita Cogo, rea di eccessi di indipendenza. Ma è stato uno schiaffo a se stesso: il successo del convegno è finito tutto nell’attivo dell’assessore presente, non del presidente assente.

Ma più in generale non sono positive queste schermaglie su argomenti così importanti. Sempre che il Presidente, notoriamente permaloso e per di più oggi in difficoltà nel giustificare le scelte clientelar-stradomani, capisca che forse è meglio mettere da parte personalismi e politiche arretrate, per far cogliere davvero al Trentino le opportunità che ancora (ma per quanto?) gli sono aperte.