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“La danza delle avanguardie”

La (colossale: 950 opere) mostra-evento del 2006 al Mart: sullo stretto rapporto tra arte e danza, dal primo Novecento ad oggi.

Il rapporto tra arte e danza dall’Ottocento ai giorni nostri è il tema della mostra-evento 2006 del Mart (fino al 16 aprile), recentemente inaugurata. Una mostra che non si può che definire colossale: oltre 950 opere provenienti da 65 musei di tutto il mondo, con un’apertura di campo che dalle tradizionali tecniche artistiche - pittura, scultura, grafica - si apre alle arti applicate e alla bibliofilia, alla fotografia e alla cartellonistica, fino e soprattutto alla scenografia: a scandire il ritmo delle sale sono infatti i giganteschi sipari, ideati da artisti come Picasso, Léger e Haring, ma anche i copiosi bozzetti e i costumi originali di scena, dei quali è impossibile enumerare tutti gli artisti ideatori.

Jean Cocteau, Manifesto per l’inaugurazione dei Ballets Russes (1911).

Va detto subito che questa non è una tradizionale mostra d’arte, godibile un tanto al chilo da ogni palato; l’analisi, profonda ed affrontata da storici dell’arte e della danza, vuole mettere in luce lo stretto rapporto di collaborazione esistente tra i due campi fin dai primi anni del Novecento ed oggi più che mai attuale.

L’avventura della danza moderna comincia a Parigi sul finire dell’Ottocento: nella città più vivace e cosmopolita d’Europa confluiscono una serie di personaggi e di esperienze innovative, che stanno alla base dello sviluppo successivo della danza d’avanguardia. L’interesse per questa forma d’arte è già alto nella capitale francese, come testimoniano le numerose opere esposte di Zandomeneghi, Boldini, Toulouse Lautrec e soprattutto Degas, dedicate sia al balletto classico che a danze più frizzanti come il can-can. La svolta decisiva avviene però grazie agli influssi provenienti da oltreoceano, e in particolare dall’arrivo delle due pioniere della danza moderna: Loïe Fuller e la sua allieva prediletta Isadora Duncan, figure amate e ritratte da molti artisti. Soprattutto la Fuller, inventrice della "Danza serpentina", nel suo auspicare la scomparsa stessa del corpo del danzatore sulla scena, avvolto - e dissolto - dai giochi di luci e di veli fluenti, attiverà l’interesse di molti futuristi.

Dall’America alla Russia, paese connotato da un’aura misteriosa, magica e folklorica che ammalia l’Occidente grazie alla fervida attività promozionale di Sergej Diaghilev, geniale impresario dei Balletti Russi. La creazione della compagnia a Parigi nel 1909 inaugura una stagione di grandi sperimentazioni nel campo dell’interazione tra danza e scenografia: all’inizio Diaghilev coinvolge esclusivamente artisti russi, mentre in un secondo momento allarga il suo entourage collaborando con nomi del calibro di Picasso, Cocteau, Matisse e De Chirico. L’invasione dei "russi" con i loro balletti carichi di colore ed esotismo e, negli anni Venti, quella dei loro concorrenti "svedesi" -i Ballets Suédoises-, segnano un momento particolarmente felice per l’arte europea, che vede protagonisti i maggiori rappresentanti di tutte le correnti d’avanguardia, dal cubismo con Picasso e Léger al futurismo con Balla e Depero, dal dadaismo con Picabia alla metafisica di De Chirico, fino al cubo-futurismo russo con l’inseparabile coppia Larionov-Gontcharova. Un caso che esemplifica magistralmente questa fitta trama di relazioni è la realizzazione della scenografia per il balletto di gusto orientalista "Le chant du rossignol", inizialmente affidata da Diaghilev a Depero: egli vi si applicò con grande entusiasmo tentando di mettere in pratica i principi annunciati nel celebre manifesto "Ricostruzione futurista dell’universo", ma fu infine destituito dall’incarico a causa dell’ ‘indanzabilità’ dei costumi realizzati per l’occasione e sostituito da Matisse, del quale è esposta una piccola ma graziosa versione della celebre "La danse".

Tutto ciò a dimostrazione di un certo eccesso di decorativismo e spersonalizzazione della danza, travolta in scena dalle altre arti, fino a casi come quelli dell’artista-coreografo Oskar Schlemmer, legato al Bauhaus, i cui costumi ingabbiano letteralmente i danzatori, costringendoli a movimenti rigidi e tendenti all’astrazione più che alla narrazione. La meccanizzazione trova però il suo culmine con spettacoli in cui i ballerini vengono addirittura sostituiti da macchine e marionette, come in alcuni lavori di Balla ("Feu d’artifice") e dello stesso Depero.

Una prima reazione a queste tendenze meccanicistiche si sviluppò in America negli anni ’50, con il recupero di una certa naturalità e quotidianità del movimento operato dal noto ballerino Merce Cunningham, il quale mantenne comunque uno stretto rapporto con le altri arti - in particolare la musica di John Cage e soprattutto le scenografie di Robert Rauschenberg - che non collaboravano tra di loro ma venivano semplicemente giustapposte sulla scena nel momento dell’happening.

Altri artisti contemporanei come Lucio Fontana, Keit Haring e Jeff Koons hanno pure partecipato al mondo della danza, spianando la strada al successivo e inevitabile coinvolgimento del mondo della moda, rappresentato in mostra dalle creazioni di stilisti del calibro di Versace.