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Porfido, indietro tutta

Il distretto del porfido affronta la globalizzazione e la crisi polverizzandosi: aziende sempre più piccole, sfruttamento duro dei lavoratori, soprattutto immigrati. A guadagnarci ormai sono solo i concessionari. Ma per quanto?

Antonio Rapanà
Foto Parisi

“Mi presento come Rachid, anche se questo non è il mio vero nome: qui parlare troppo non va bene. Sono un cittadino del Marocco e da 5 anni lavoro nel porfido. Lavoro a Camparta nell’azienda di un artigiano anche lui marocchino. Oltre al padrone lavorano con me due manovali, anche loro stranieri, che fanno la cernita del materiale grezzo per una grossa società; io faccio il cubettista, ma ho un contratto di manovale. Il mio è un contratto per 5 ore al giorno, ma lavoro 9 ore. Un amico italiano mi ha detto che così il mio padrone paga meno contributi. Vengo pagato a cottimo puro, così guadagno solo per i cubetti che faccio: 1,80 euro a quintale fino a 800 quintali al mese, 2 euro sopra gli 800 quintali. Prendo la busta paga qualche volta, ma non sempre. La prima volta che ho preso la busta paga l’ho fatta vedere al mio amico italiano: mi ha spiegato che, quando si lavora con il cottimo puro, il padrone si inventa poi la busta paga e che questo è contro la legge. Magari sulla busta paga ci sono le ferie o la malattia, ma se non lavoro non guadagno niente. Insomma le ferie o la malattia me le pago io. Nei mesi d’inverno non si lavora, ma io, come tutti i lavoratori delle imprese artigiane, non ho la cassa integrazione. L’anno scorso il padrone ci ha proposto il licenziamento all’inizio dell’inverno, così almeno prendevamo la disoccupazione, con la promessa di assumerci un’altra volta alla fine dell’inverno quando il lavoro ricominciava. Il sindacato era d’accordo, ma non ci fidavamo molto e abbiamo rifiutato, anche perchè avevamo il permesso di soggiorno che scadeva e ci serviva il contratto di lavoro. Ho saputo che il padrone anche quest’anno ci dirà la stessa cosa, ma ho sentito anche che poi vuole assumere cinesi che lavorano dalle 6 del mattino alle 8 di sera ed anche il sabato fino alle 5”.

Questa di Rachid non è una testimonianza isolata. Il peggioramento delle condizioni di lavoro, e in parallelo l’erosione dei posti, una tendenza che inesorabile procede ormai da tempo (dai 1.780 dell’inizio degli anni ‘90 ai 1.350 del 2001 fino ai poco più di 900 attuali) sono nel settore porfido una realtà. La crisi si è abbattuta su un settore strutturalmente ormai debole, al punto da rendere incerto il destino sociale dei lavoratori, e più in generale le stesse prospettive del distretto, che indubbiamente ha rappresentato, e ancora rappresenta, il volano dello sviluppo di un’intera comunità.

Ma come si è giunti a questo?

Pur con accentuazioni diverse tutti gli interlocutori incontrati condividono la tesi che lo sviluppo del settore è stato dominato dagli interessi privati dei “signori del porfido”. Il quadro critico della situazione è sintetizzato con efficacia da Sandro Gottardi, esponente del “Comitato Sighel” ed autore dell’interessante analisi recentemente pubblicata su QT (“Porfido fra crisi e furberie”, QT settembre 2009, n.8): “La Provincia ha storicamente rinunciato a svolgere un ruolo incisivo di programmazione e di regolamentazione della complessiva attività estrattiva, intervenendo solo tardivamente con provvedi-menti legislativi sostanzialmente poco efficaci che ancora consentono di sfruttare le cave fino all’estremo esaurimento della roccia. I Comuni del distretto - spesso amministrati dagli stessi imprenditori del settore, pur con qualche iso-lata eccezione sono organicamente incapaci di sollevarsi da scelte subalterne agli interessi particolari degli imprenditori del porfido che pure sarebbe un bene collettivo dell’intera comunità. Si è così avuto uno sfruttamento privatistico delle risorse, con una gestione miope e sostanzialmente parassitaria, ricavandone guadagni enormi, senza indirizzare l’attività produttiva verso forme innovative o socialmente responsabili. Si sono così bruciate le prospettive di uno sviluppo economicamente e socialmente più equilibrato”.

Il problema dei canoni irrisori pagati per le concessioni dei lotti è sottolineato ripetutamente, e la situazione è davvero inquietante se, come racconta Walter Ferrari, storico protagonista di tante lotte sociali, “c’è perfino qualche im-presa che trova conveniente estrarre porfido e triturarlo per produrre sabbia, devastando l’ambiente”.

La crisi del cubetto e la svolta

Queste debolezze strutturali non sono mai state affrontate seriamente ed anzi si sono storicamente aggravate a causa delle strategie fallimentari messe in campo in risposta alle difficoltà di mercato e di redditività. Una svolta storica è stata rappresentata dalla “crisi del cubetto” a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90. In quel periodo la diffusione delle “trancette”, le tagliatrici meccaniche (prima la lavorazione avveniva con lo scalpellino, con una manualità quasi artigianale) ha determinato un forte incremento della produttività e della produzione di cubetti, il cui valore di mercato è inesorabilmente caduto. La perdita di redditività ha sollecitato una serie di radicali cambiamenti nelle scelte produttive ed organizzative, nel tentativo di difendere i margini di profitto. “Se nella stagione d’oro del cubetto circa l’80% del materiale selezionato veniva destinato alla produzione di cubetti, progressivamente le aziende hanno privilegiato la lavorazione di prodotti più pregiati (il segato e le piastrelle) che si potevano più facilmente produrre grazie alle seghe e alle macchine piastrellatrici” - racconta Negri, cubettista che ha vissuto in prima persona l’evoluzione produttiva e sociale del settore. “Sono prodotti con maggior valore aggiunto - continua Negri - che però soffrono la concorrenza di molti altri prodotti pregiati, provenienti anche dall’estero. Il cubetto è certo rimasto il simbolo del porfido, ma da tempo non è più il signore del mercato. E intanto è progressivamente peggiorata anche la qualità del materiale grezzo che arrivava dalle cave”.

Di fronte alle difficoltà di mercato e all’erosione del profitto gli imprenditori del porfido, almeno quelli che contano, hanno cercato la strada della delocalizzazione di attività all’estero, “soprattutto in Argentina, in Brasile ed in Messico” - indica Giuliano Montibeller, per anni lavoratore del porfido ed ora sindacalista della Fillea Cgil - dove chi aveva risorse ed organizzazione ha investito nello sfruttamento intensivo di nuove cave”.

Ma la scelta che ha esercitato l’impatto maggiore sugli assetti economici e sociali è stata la radicale trasformazione della organizzazione produttiva verso una massiccia esternalizzazione delle produzioni meno redditizie. “Sarebbero serviti investimenti per modernizzare le lavorazioni, interventi per riorganizzare in modo più efficiente l’attività estrattiva e produttiva e ripensare le strategie di mercato in un’ottica di sistema, e invece è stata scelta la via più facile, che però renderà ancora più debole il settore e peggiori le condizioni di lavoro” - rileva Montibeller.

Ed ecco come descrive il meccanismo Gottardi, ma più o meno negli stessi termini si esprimono anche gli altri intervistati: “L’impresa dominante che dispone della cava mantiene al suo interno le lavorazioni più pregiate, ma affida le produzioni meno redditizie, la lavorazione del cubetto, ma in qualche caso anche la prima lavorazione della cernita, vendendo illegalmente materiale grezzo che la legge vieta. Vengono ceduti materiale e macchinari, in affitto o in proprietà, ad una piccola impresa, dalla quale ricompra il prodotto la-vorato. Il processo di esternalizzazione poi si sviluppa in una filiera progressiva attraverso piccole e piccolissime imprese, fino all’artigiano individuale”.

I finti imprenditori

Si è venuta così sviluppando una miriade di piccole e piccolissime aziende, generalmente artigiane, spesso soltanto individuali, povere di cultura e di organizzazione imprenditoriale, di risorse e di investimenti, formalmente autonome, ma di fatto del tutto subalterne all’impresa committente che ha il potere di imporre prezzi e condizioni. In questo contesto di subordinazione l’artigiano può sopravvivere precariamente solo sottomettendo a condizioni di brutale sfruttamento se stesso, i dipendenti ed anche gli altri artigiani di cui è a sua volta committente; e tanti lavoratori dipendenti sono stati costretti a mettersi in proprio, magari continuando a lavorare nei capannoni o nei piazzali della vecchia impresa, perché ormai nel porfido si lavora solo come artigiani; così gli imprenditori hanno liquidato senza tanti problemi l’impiccio delle tutele e dei diritti del lavoro dipendente. Ma ci hanno guadagnato solo pochi, perché i sogni di indipendenza e di reddito della maggior parte, se pure c’erano, sono bruciati presto in una condizione di orari senza limiti, di lavoro insicuro perché si risparmia su tutto, di redditi perfino peggiori dei salari dei lavoratori dipendenti.

Ma come, e il mito degli alti salari dei lavoratori del porfido?

“Storie, - risponde Negri - storie vere fino ad una quindicina di anni fa almeno... Una volta, anche con le vecchie macchinette, era normale fare 50 quintali di cubetti al giorno, ma si arrivava a 80 ed anche più rispetto ai 28 oltre i quali scatta il cottimo. Proprio grazie al cottimo, che era la parte determinante della paga, guadagnavamo come minimo il doppio del salario degli altri operai. Con la paga base che ha perso di valore, per noi come per i lavoratori di tutti i settori, ed il cottimo che è calato, per diversi motivi tra cui il peggioramento della qualità del materiale, beh ora la paga, fra una cosa e l’altra, è appena un po’ più alta di quella degli operai degli altri settori”.

Rompersi la schiena

Di questo parlo con Montibeller e con qualche lavoratore incontrato davanti alla mensa di Albiano: i dati ufficiali, riferiti al 2005, indicano per i cubettisti una produzione media di 42 quintali al giorno di cubetti, mentre, per quanto riguarda il salario, gli interlocutori parlano di una paga netta mediamente di circa 1.500 euro al mese, di cui 400 di cottimo. Magari c’è anche chi arriva a guadagnare 1.000 euro di cottimo, ammazzandosi di lavoro ben oltre l’orario normale e rinunciando alle pause per il panino, ma c’è anche chi di cottimo non prende nulla. Di contro le condizioni di lavoro e la fatica sono tremendi.

“Un manovale - sottolinea Montibeller - spacca e carica sulle benne di ferro circa 500-600 quintali di pietre al giorno e solo il 30% dei manovali dispone dei banconi che alleggeriscono la fatica di sollevare questi pesi enormi; mentre un cubettista movimenta un peso pari mediamente ad una volta e mezzo i quintali di cubetti prodotti”.

Rumore, freddo, fatica, nocività e malattie: “Non tanto la silicosi - spiega Montibeller - perché, secondo i dati ufficiali, ci sono stati solo 3 casi negli ultimi 5 anni, grazie agli aspiratori e all’innaffiamento dei piazzali, ma soprattutto ernia al disco ed artrosi che sempre più spesso provocano la perdita del lavoro per inidoneità fisica”.

Spieghiamoci meglio. Sollevare un quintale di pietra, significa, in media, sollevare tre volte un peso di 33 chili; chi lavora 100 quintali al giorno, i 33 chili li solleva 300 volte al giorno, e così via per chi solleva di più, fino a 500 quintali. Questi sforzi ripetuti, che si susseguono tutti i giorni, stressano le articolazioni, ma soprattutto la schiena. E quando un lavoratore del porfido inizia ad avere mal di schiena, è finito.

Con l’impoverimento dei salari, insieme alle migliori condizioni economiche delle famiglie, alla crescita delle aspettative sociali dei giovani e anche ad una maggiore sensibilità verso i problemi della salute, il lavoro in cava ha perso di attrattiva: i giovani preferiscono studiare per un altro futuro e - ricorda Graziano Ferrari che nel settore lavora dal ‘73 - mentre “quando ho cominciato a lavorare su 10 giovani della valle 8 andavano a lavorare in cava, ora è il contrario”. Sempre meno giovani, dunque, tanto che, sempre secondo dati ufficiali riferiti ancora da Montibeller, l’età media dei lavoratori è di 43 anni e di circa 20 l’anzianità media di lavoro del settore.

Gli italiani dunque, si sono spostati su altri lavori, o comunque, se sono rimasti nel settore, si sono occupati nelle imprese migliori e nelle produzioni relativamente più convenienti. Ed a sostituirli, dalla fine degli anni ‘80, sono arrivati i lavoratori stranieri - soprattutto marocchini, macedoni-albanesi ed anche cinesi - che oggi rappresentano circa il 50% della forza lavoro: contrattualmen-te più deboli, anche perché ricattabili dalla minaccia di perdere con il lavoro anche il permesso di soggiorno, abituati e costretti a non lamentarsi di condizioni che nessun lavoratore italiano accetterebbe mai. “Ed infatti generalmente sono occupati nelle lavorazioni più faticose e meno convenienti della cernita e della produzione di cubetti, - è la dura considerazione di Walter - spesso con materiale più scadente che si traduce in un cottimo che è la metà di quello medio dei lavoratori italiani, artigiani ma non per scelta, o dipendenti di artigiani, in condizioni di lavoro e di salario che diffusamente calpestano leggi e contratti, tanto che per loro è tornata - sotto gli occhi di tutti - la pratica del cottimo puro, come nell’Ottocento. Tollerati se servono, separati ed isolati in una comunità che dimostra poca solidarietà verso di loro”.

Deboli, soli, poco tutelati...

Nel distretto di questi temi si discute poco. “Ci si illude che la nottata della crisi passi presto e le cose tornino a posto. Ma le cose non erano a posto nemmeno prima. Finché i licenziamenti colpiscono soprattutto i lavoratori immigrati, socialmente invisibili, la crisi preoccupa ma non inquieta, non solleva la protesta sociale che pure la drammaticità della situazione richiederebbe. Invisibili gli immigrati, loro ed i loro problemi, invisibile la crisi del lavoro” - rileva Ferrari.

 Ferrari è ora uno dei promotori del “Comitato in solidarietà con i Lavoratori licenziati del porfido”, che si propone di mobilitare l’impegno di tutti gli attori sociali per affrontare con interventi radicali la crisi del settore e l’emergenza occupazionale, con un’attenzione particolare alle situazioni di pesante disagio che i lavoratori immigrati subiscono nel lavoro e nella comunità. Incontro Walter insieme ad altri esponenti del Comitato, tra cui Mirko Saltori, ed ai suoi portavoce, tutti stranieri, Youssef Marras, Kamber Mazllami e Cai Mi Hong, che significativamente esprimono le principali comunità straniere - la marocchina, la macedone-albanese e, meno numerosa, la cinese - presenti nella valle del porfido.

“Le tendenze all’individualismo, già radicate nella nostra comunità, sono penetrate profondamente, anche nel mondo del lavoro. Gli operai si trovano a fare ogni giorno i conti con la svalutazione del lavoro a merce senza valore, perdendo così la fiducia nella possibilità di cambiare le proprie condizioni, che sono progressivamente peggiorate. Ora si sentono deboli, poco tutelati, soli... e questa è indubbiamente responsabilità anche del sindacato”, è la considerazione critica che conclude la riflessione di Graziano Ferrari, altro protagonista storico di coraggiose, pur se minoritarie, esperienze di antagonismo. Gra-ziano è ora impegnato nel “Comitato di solidarietà con Massimo Sighel”, così come Giorgio Negri e Sandro Gottardi. Questo comitato è nato in difesa di Massimo Sighel, licenziato per ritorsione - questa è l’accusa - perché come presidente di un’ASUC (Amministrazioni Separate Usi Civici) dell’Altopiano di Piné, proprietarie di lotti cava dati in concessione ad imprenditori privati - rivendicava un uso più equo e razionale del porfido. Sulla spinta di questa vicenda dolorosa il comitato ha allargato la propria attenzione a problemi generali, proponendo uno specifico contratto di solidarietà contro i licenziamenti e chiedendo che lo sfruttamento del porfido, bene pubblico, sia destinato non all’arricchimento di pochi, ma al benessere dell’intera comunità.

Certo, disorienta un po’ l’esistenza di due comitati che propongono pensieri e pratiche radicali in una realtà sociale non certo incline ad istanze di cambiamento, ma spesso così vanno le cose... E il sindacato? Di questo tema parliamo nel box a fianco.

Fatto sta che alla crisi e alla frammentazione del lavoro corrisponde anche una frammentazione delle pur generose risposte. In conclusione un quadro preoccupante: peggioramento delle condizioni di lavoro, inefficienza del complessivo sistema produttivo povero di cultura e di strategia imprenditoriale, istituzioni deboli nella realizzazione dell’interesse generale della comunità. Una realtà pesante che rischia non solo di scaricare sui lavoratori il carico delle debolezze strutturali che la crisi ha aggravato, ma di compromettere duramente le prospettive di sviluppo dell’economia e dell’intera comunità del porfido. Su questi problemi ci riserviamo di raccogliere prossimamente anche le considerazioni dei rappresentanti delle istituzioni e degli imprenditori.

“Non dormire tranquillo, se il tuo vicino ha fame”

“Ho lasciato il Marocco nel 2001. Avevo appena finito le scuole superiori e sono venuto in Trentino dove, come prima occupazione, ho fatto il meccanico. Successivamente ho trovato lavoro come manovale in edilizia e quindi, dal 2003, ho iniziato a lavorare in cava come cubettista.

Oggi mi trovo disoccupato per aver chiesto al mio datore di lavoro di riparare l’aspiratore malfunzionante da tre anni e per essermi assunto la responsabilità di fare da portavoce del Comitato in solidarietà con i lavoratori del porfido licenziati. Così, dopo aver chiesto che venisse riparato quell’aspiratore con una lettera inviata tramite la Filca-CISL il 19 giugno scorso ho subìto, come ritorsione, l’assegnazione di materiale grezzo di scarsa qualità. A luglio il mio nome è apparso per la prima volta sulla stampa locale come firmatario del Manifesto contro i licenziamenti nel settore del porfido redatto dal Comitato. A settembre, dopo aver lavorato per tutto l’anno più di otto ore al giorno compreso il sabato mattina, il mio datore di lavoro ha deciso unilateralmente di demansionarmi destinandomi alla cernita in cava. Le motivazioni addotte? Problemi di mercato connessi alla crisi, senza però fornire dati concreti. Per questo mi sono rifiutato di cambiare mansione, ritenendo quel provvedimento nient’altro che una ritorsione.

Dopo varie contestazioni e mie relative risposte, l’8 ottobre ho accettato verbalmente di trasferirmi alla cernita ma, alla sera, sono stato ugualmente licenziato dopo aver subìto una giornata di provocazioni ed insulti.

Sono iscritto alla Filca-CISL da sei anni, ma in quel difficile momento mi sono sentito del tutto solo: il rappresentante di categoria, che pure conosceva la grave situazione in cui mi trovavo, non sono nemmeno riuscito a trovarlo al telefono, nonostante i miei ripetuti tentativi.

Sono stanco. La nostra pazienza è al limite. Come dice una famosa frase del Profeta, “non dormire tranquillo se il tuo vicino il casa è affamato”.

Youssef Marras

I sindacati

Pur con diverse accentuazioni, gli esponenti dei due comitati non risparmiano severe critiche al sindacato, anche se dichiarano la disponibilità al confronto per una difesa più incisiva dei lavoratori e per uno sviluppo economicamente e socialmente più equilibrato della comunità del porfido.

Respinge decisamente le critiche Mati Nedzmi, macedone-albanese, per anni lavoratore del porfido e da qualche anno funzionario della Filca Cisl, l’organizzazione che raccoglie le maggiori adesioni tra i lavoratori del settore: “Il sindacato sta svolgendo un’azione importante per tutti i lavoratori, ma soprattutto per gli stranieri che in più subiscono la paura di perdere con il lavoro anche il permesso di soggiorno. Certo la situazione è diventata pesante per molti di loro, tanto che qualcuno ha rimandato nel Paese d’origine la famiglia, perché i soldi non bastavano più e qualcun altro progetta di trasferirsi in altri Paesi europei... Ma il sindacato sta facendo la sua parte anche nella situazione di crisi: con la diffusa offerta di servizi e con i normali interventi a tutela dei lavoratori. Proprio grazie a questa azione sono stati conquistati significativi miglioramenti come l’introduzione dei ‘banconi’ che evitano al lavoratore la fatica di sollevare ogni giorno decine di quintali di pietre”.

Analogamente si esprime Zabbeni, neosegretario della Fillea Cgil. Anche se le sue parole (“ Stiamo discutendo per dare una dimensione più collettiva alla tutela... stiamo lavorando per un protocollo di intesa... siamo impegnati nell’elaborazione di un piano per la ricollocazione professionale, non assistenziale, dei sempre più numerosi lavoratori giudicati non più idonei al duris-simo lavoro in cava dopo anni di fatiche bestiali..”) indicano ottimi obiettivi, non certo risultati.