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QT n. 9, settembre 2023 Cover story

“Perfido”: la sentenza e la società

Mafia e comunità trentina:?connessioni e collusioni. E un evento con don Luigi Ciotti di Libera

La sentenza del filone principale del processo Perfido è arrivata. Severa, per quanto articolata nell’attribuzione delle responsabilità dei singoli (vedi riquadro). E con una generalizzata conferma dell’impianto accusatorio: questa è mafia, signori, in Trentino si è incistata una “locale” ‘ndranghetista.

Era una fine annunciata: anche gli avvocati difensori, mentre si cimentavano nel sostenere il contrario, erano consapevoli della difficoltà a smantellare l’accusa di associazione mafiosa, l’articolo 416 bis. C’erano già state tre sentenze, in processi collegati, che avevano riconosciuto il reato di associazione; ma soprattutto i PM avevano avuto gioco facile nel ricordare le mille intercettazioni, in cui gli ignari imputati a getto continuo parlavano della loro appartenenza, la filiazione dalla ‘ndrangheta calabrese, le guerre di mafia cui avevano partecipato, come avevano utilizzato valigie di denaro sporco, come nascondevano le armi, come truffavano, intimidivano, schiavizzavano.

Acquisita la condanna – per lo meno in primo grado, ma la prima sentenza, quella su Saverio Arfuso è stata già confermata anche in Appello - ora possiamo guardare al processo da un altro punto di vista. Capire come è stata possibile l’infiltrazione nella comunità trentina, quanto essa è profonda, quanto ha inquinato.

Già nella summenzionata sentenza Arfuso il giudice Borrelli ha chiaramente descritto le dinamiche, iniziate sul finire degli anni ’70, di una ”infiltrazione silente” in Trentino, da parte di questi giovani calabresi, bruciati in patria a seguito delle guerre di mafia, e qui convertitisi, da violenti uomini d’azione (”azionisti” si chiamano tra di loro) a “grandi lavoratori” (come qui si fanno chiamare), ma anche a rispettati ed ossequiati manager. Tutta una commedia: perché la pratica, anche rude, anche violenta, dell’illegalità (basti pensare al brutale pestaggio dell’operaio cinese che richiedeva una parte almeno dei soldi dovutigli) è proseguita, con episodiche varianti sulle rapine in villa o progetti di autentiche stragi in imminenti nuove guerre di mafia. E oltre alla violenza fisica c’è stata quella economica: una lunga serie di fallimenti programmati per sfuggire a tasse, contributi, rendicontazioni, creando – dice il curatore fallimentare - “una desolazione incredibile... un depredare la ricchezza di un territorio”.

Come è stato possibile?

Il punto quindi diventa: come è stato possibile? Come ha reagito la comunità? Come reagisce ora, dopo la sentenza?

A queste domande, nelle pagine a seguire, tenta di rispondere Walter Ferrari, che da attento osservatore interno alla valle incrocia evidenze investigative (le intercettazioni,) processuali (le testimonianze), e la realtà locale (giochi elettorali, incroci societari, chiacchiere sapientemente pilotate). Ne esce un quadro non consolante: di una società civile che in una sua parte ha pensato di utilizzare le pelose opportunità offerte dai nostri sodali (capitali in nero, riciclaggio, gestione durissima della forza lavoro soprattutto immigrata); e che nella maggioranza non ha ad oggi saputo contrastare la lettura della realtà effettuata dai potenti signori delle cave.

Una società frastornata da tutti questi negativi avvenimenti (ricordiamo che, causa la “desolazione” di cui sopra, il Comune di Lona Lases è in rosso profondo). Al contempo però questa stessa comunità ha platealmente rifiutato soluzioni di comodo: come l’elezione – promossa dal Commissario Francini – di una lista “negazionista”, che sfrontatamente negava addirittura l’esistenza di un problema mafia. Lista fortemente sponsorizzata, anche con cartelli pubblicitari ad hoc, dalle più influenti famiglie del paese, ed invece affondata dai cittadini, che si sono rifiutati di andare a votare quel ridicolo, offensivo pasticcio.

Qui però noi vogliamo andare oltre Cembra. Innanzitutto perché la nostra “locale” non è rimasta in valle, ha pensato bene di espandersi in altre zone ed altri settori. Domenico Morello (condannato nello scorso dicembre in altro stralcio del processo “Perfido”), nel settore della logistica operava con la bolzanina Fercam soprattutto all’Interporto di Verona (facendo fallire società a ripetizione, e progettando intimidazioni ed attentati contro le ditte concorrenti); Costantino Demetrio e Vincenzo Vozzo si occupavano di ponteggi in vari comuni; i fratelli Battaglia erano presenti in molteplici imprese in vari settori: oltre al porfido, negli autotrasporti, edilizia, produzione di inerti, ristorazione e agricoltura. Giuseppe Battaglia, il gestore del versante economico della locale, aveva un’azienda a Mantova, la Marmirolo Porfidi, fatta fallire anch’essa (la curatrice fallimentare subirà un attentato incendiario al suo ufficio in piazza Lodron), e ne aveva riversato le conseguenze giudiziarie sul socio Antonio Muto, esponente di un’altra famiglia mafiosa, dalla quale i nostri si aspettavano possibili violente ritorsioni, fino a sfiorare la guerra di mafia. E poi ulteriori ingressi in altre società erano in corso, in Cembra e a Trento (sempre con il sottostante progetto “Gli freghiamo l’azienda”) non andate in porto solo perché la notizia delle indagini spaventò (giustamente ma in ritardo, è stato condannato anch’egli) l’emissario dalla casa madre, Antonino Quattrone, precipitosamente tornato alla sede centrale.

Insomma, sia dal punto di vista economico che territoriale, i nostri sodali stavano impunemente allargandosi. Senza trovare ostacoli, se non nell’inchiesta “Perfido”.

Eppure è una compagine scombinata

Quello che più impressiona è il fatto che questa compagine è riuscita a radicarsi ed espandersi pur avendo al suo interno gravi punti deboli.

Anzitutto la locale trentina è al suo interno divisa in due: da una parte il capo Innocenzio Macheda, che voleva una strategia violenta e aggressiva, fondata sull’intimidazione brutale; dall’altra Giuseppe Battaglia, che è (le parole sono del giudice Borrelli) per “l’ingresso silente... il lento radicamento, sociale ed economico” e tutta una serie di illegalità passate sotto traccia nel contesto cembrano (evasione, supersfruttamento degli immigrati, raggiri dei più deboli) che non gli impedivano di mantenere una patina di rispettabilità. Delle due strategie prevale quella di Battaglia, su decisione della casa madre calabrese. Macheda si adegua, ma di malavoglia, e le ferite restano, si sente un capo azzoppato.

Il secondo punto di debolezza è nella qualità delle persone, che non è certo quella delle “menti raffinatissime” con cui aveva a che fare Giovanni Falcone. Ne discutono proprio Macheda e Battaglia: il primo rimprovera al secondo i (relativamente) modesti successi economici ottenuti: in valle, secondo il capo, potevano arrivare a una posizione dominante e così non è. Battaglia scarica le colpe sul materiale umano che ha a disposizione, i calabresi che si rifugiano in Trentino: “li ho portati qua sopra; gli ho fatto le ditte, gli ho firmato i leasing, gli ho firmato i mutui nella banca ... che ... che ... che gli dovevo fare di più?! ... loro erano convinti che aprivamo la partita iva e due mesi dopo erano milionari!”

Ma un altro punto di debolezza è proprio lui, Giuseppe Battaglia. Non manca certo di intelligenza, ma esagera in egoismo, in volontà predatoria. Lui arraffa tutto, anche a scapito dei suoi sodali: al fratello Pietro arriva a portare via la casa, a Mario Nania (suo braccio armato) soffia i soldi per l’avvocato e questi si deve far difendere da un legale inesperto; a Denise Pietro detto “Pericolo” nega lo stipendio e questi esasperato si propone di gambizzare Nania; nel fallimento della Marmirolo Porfidi frega il socio Antonio Muto che finisce in galera e minaccia una guerra di mafia. Di Giuseppe Battaglia tutti riconoscono le notevoli capacità, ma tutti, a iniziare dal fratello, lo detestano, come si è visto in Tribunale. È un capo questo?

Il nostro problema però non è valutare l’efficienza di un’associazione criminale. È invece quello di chiederci: questi, che sembrano degli scombinati, come hanno fatto a infiltrarsi nella nostra realtà?

Siamo noi così deboli? Abbiamo così pochi anticorpi?

Ma allora, siamo così fragili?

Sembra proprio di sì. Sul coinvolgimento e sulle reazioni della società civile, parliamo nelle pagine a seguire. Ma poi ci sono le istituzioni. Nei numeri scorsi abbiamo ampiamente riferito della collateralità ai sodali da parte della Stazione dei Carabinieri di Albiano (“I nostri carabinieri” li chiamavano); del comportamento equivoco della Stazione CC di Pinè; della copertura da parte del sindaco di Fierozzo a Morello, quando questi scaricava 15 colpi di pistola contro dei ragazzi per un litigio di parcheggio; dell’indagine ai sindaci di Fierozzo e Lona-Lases e al senatore Ottobre per scambio elettorale politico-mafioso. E poi ancora il coinvolgimento dei colletti bianchi, fino alle massime istituzioni del Tribunale. Tutti fatti che dovranno sfociare in successivi processi.

Ma che intanto ci devono far concludere che non si è vigilato abbastanza. Lo ha anche ammesso, in aula, lo stesso Pubblico Ministero, riconoscendo (“Li abbiamo lasciati scorrere in lungo e in largo”) responsabilità proprie. O meglio, precisiamo noi, responsabilità dei precedenti Procuratori della Repubblica: che nulla facevano, archiviavano in serie gli esposti dei cittadini allarmati e si prodigavano invece in dichiarazioni sul Trentino terra immune dalla criminalità organizzata.

Per questo sosteniamo che la cittadinanza deve prendere coscienza. Dei pericoli corsi. Di non essere una terra estranea al male del crimine. Di aver troppo dormito.

È in quest’ottica che organizziamo la serata del 26 settembre con una delle icone dell’antimafia, don Luigi Ciotti. Per discutere e prendere coscienza. Per inserire i fatti di Cembra nel vasto e allarmante quadro della criminalità internazionale.

E vedremo anche lo spettacolo teatrale degli studenti dell’IT Marconi, che a nostro avviso rappresenta al meglio sia gli eventi di Perfido, che la consapevolezza che può\deve nascerne nelle nuove generazioni.